I punti cardinali

Mango non è più dov’era Mango, ma questo lo sapevo, è successo anni fa. Ho avuto tempo persino di crearmi un ricordo, nel Mango nuovo, perché una volta, al secondo piano, Cristina ha comprato un vestitino di pelle – non ricordo in quale estate, ma credo che Martina vivesse ancora in Italia. 

Mi fa ancora strano, però, passare in quella strada e non vederlo più “al suo posto” – l’unico negozio “normale”, che riconoscevo simile ai negozi a cui ero abituata quando mi ero trasferita qui, ormai quasi dodici anni fa. 

La piazzetta che guardavo quando ci fermavamo a leggere i giornali sui divanetti colorati, mentre aspettavamo i nostri amici per andare a mensa, è diversa; sapevo già anche questo, ma continua a sembrarmi strano.

Non trovo più i posti dove andavo a bere il caffè, ma forse quelli ci sono ancora, sepolti dietro ai cantieri.

Non riconosco delle strade che ho attraversato un miliardo di volte – mentre ero triste, mentre ero euforica, mentre pensavo “che voglia di andarmene di qui” – non ricordo se il cinema Eden fosse già chiuso, se stesse chiudendo, se siamo riusciti ad andarci almeno un paio di volte.

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Lavanderie a gettoni

Ieri mattina sono andata a lavare i piumoni in una lavanderia a gettoni che c’è qui vicino. Negli scorsi giorni ero andata a dare uno sguardo alla lavanderia a gettoni su corso Garibaldi, per capire quale delle due avesse i prezzi più bassi.

Percorrendo corso Garibaldi, si arriva ai vecchi lavatoi pubblici di Perugia, che ora sembrano solo un giardinetto chiuso da un cancello. Due anni fa ero andata in quella zona per provare la telecamera e mi erano rimaste in memoria una decina di foto salvate in JPEG. Per qualche motivo che tuttora ignoro, sono rimaste sul mio desktop.

Fare una lavatrice, a Perugia, costa cinque gettoni. Ogni gettone vale un euro.

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On se dit qu’à 20 ans on est le roi du monde

Volevamo andare al cinema, una sera, per vedere un film francese – Piccole bugie tra amici. Lo davano a Bolzano,  al Capitol, sala 2. Ore 20:15.

So dirlo con precisione perché ce l’ho, quel biglietto, attaccato in camera, su una bacheca. Il film al Capitol – sala 2 – quella sera non c’era e ce ne era un’altro – in sala 2 – ambientato in Russia. Sulla cultura Merja. Silent Souls, due persone in macchina, che attraversano la Russia, per seppellire una persona, secondo la tradizione, “facendo il fumo”, parlando di quella persona, dei ricordi , perché non muoia mai, perché sopravviva –  l’amore.

Con loro – in macchina – c’erano due uccellini in gabbia.

Alla fine del film eravamo contente, quasi più contente, di aver visto quello, non il film che avevamo scelto all’inizio.

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Ma dove credi di andare

Gli ultimi giorni di questa settimana mi sono guizzati tra le dita con una velocità e un’indolenza che normalmente non mi appartengono. Tutto è stato dolce, pigro, senza scossoni, lento eppure rapidissimo, perché oggi è già domenica e a me sembra ieri che scrivevo post sui marmocchi teutonici e invece era mercoledì.

Il cielo è stranissimo, fa tanto caldo. Il sole appare e scompare, lasciando il posto, talvolta, a una pioggerellina annoiata che mi ricorda il Belgio. Penso tantissimo al Belgio, perché ho ritrovato un racconto cominciato a Namur e non vedevo l’ora di finirlo, però non so, è come se mi mancasse l’ispirazione, come se il ricordo fosse troppo sbiadito e non suonasse autentico.

Eppure le ho fatte, quelle passeggiate sulla Cittadella, ci sono stata a prendere la cioccolata prima di partire, sotto un acquazzone, con una valigia gigante e la commessa che diceva ” vous êtes bien chargée mademoiselle”. Devo tornare a Namur.

Ieri pomeriggio ho fatto un giro a Neukölln, cercando un negozio vintage che dicevano era bello e che a me non è piaciuto; poi ho camminato a caso e ad un certo punto, davanti ai miei occhi, si è materializzata una mappa del quartiere, in un groviglio di strade ordinate che non avevo mai capito.

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Azzurro Bruco

Fino a poco più di due mesi fa (il tempo vola), la prima cosa che facevo al mattino era tirare su le tapparelle, e guardare che tempo c’era fuori; quando vivevo a Bolzano, c’erano solo due tipi di giornate: quelle in cui il mondo era Bruco, e quelle in cui avrei fatto meglio a tornare a letto. La definizione azzurro bruco l’abbiamo inventata io e le mie amiche, o almeno, così mi piace credere.

Le prendevo sempre in giro, perché si stupivano di quanto spesso ci fosse il sole in quella piccola città infossata tra le montagne; mettiamola così, mi servivano un “c’avete solo la nebbia” su un piatto d’argento. Era vero, però, c’era spesso il sole. E quando c’era il sole, il cielo era azzurrissimo. Come credo di averlo visto solo poche volte. Faceva male andare in biblioteca; faceva malissimo, avere un problema, perché quando ero depressa a Bolzano, la bellezza della natura sembrava prendersi gioco di me, invece che tirarmi su.

Una passeggiata in hangover sui prati del Talvera ti lascia solo in superficie un senso di pace, perché dentro, se hai problemi, scava in profondo, con una nostalgia struggente che ha del sublime… ma che fa soffrire. Se mi sento depressa a Berlino (cosa che non succede troppo spesso), e prendo una u-bahn/s-bahn a caso, mi sembra di riempirmi di mondo. Vago tra la gente, mi sento sola e e parte di un qualcosa di più grande, perché in fondo è come se fossimo tutti soli,e uniamo le nostre solitudini in questa quotidianità che in ci fa sentire più vicini, nella nostra enorme lontananza.

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