Gli alieni, i vegani e la P2

I film americani, così scontati e rassicuranti, sono stati inventati da qualcuno che sapeva benissimo cosa si prova durante le domeniche di hangover; quando la vita è insostenibile, quando la depressione incombe, quando va tutto, ma veramente tutto malissimo, non c’è nulla di meglio di un bel film che dal primo fotogramma fa capire chi sono i cattivi, chi sono i buoni e chi vincerà.

Ho sempre pensato che i colossal hollywoodiani potessero essere l’unico balsamo per il mio animo malato MA fortunatamente la vita ha voluto farmi una sorpresa, mettendomi sulla strada l’antidepressivo definitivo: BLU NOTTE.

Cosa c’è di rassicurante in Lucarelli che mi racconta stragi, attentati e delitti delle bestie di Satana? Proprio niente, in verità. Però vi giuro che le musichette inquietanti, quello studio blu, quel linguaggio finto tecnico che conquisterebbe senza problemi la casalinga di Voghera hanno preso il sopravvento sulla mia psiche. Non c’è nulla da fare, sono entrata nel tunnel, sto scrivendo lettere alla Rai perché non possono cancellare Blu Notte ora che ho scoperto che non posso farne a meno.

Cosa accadrà adesso? Riceverò degli aiuti statali in quanto affetta dalla terribile patologia “vedo brigatisti seduti sui tram della BVG“? Finirò mai di dividere i miei contatti di Facebook in “mafiosi, spie americane, iscritti alla P2”? Quanto è grave da 1 a 10 sognare di poter dire “sono un prigioniero politico”? Sopravviverò domani o morirò nella strage di Fiumicino? E chi racconterà la mia storia alle casalinghe di Voghera ora che Lucarelli non c’è più?

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Das Universum liebt dich und hilft dir

L’estate, a Berlino, comincia a finire.

Ieri ho guardato il cielo alle 9, ed era già buio. Da bambini, in estate, dormivamo da mia nonna, io, Francesco e Martina, su un materasso steso per terra. Facevamo colazione con le tazze bianche a fiori gialli e rossi. Guardavamo Pollon, e poi giocavamo coi pupazzi. Ai tempi volevo fare la regista, e inventavo “recite” e li obbligavo a provare. Avevamo un giornalino, a fumetti, e io avrei voluto farne uscire un numero per ogni volta che ci vedevamo, e invece ne uscì uno solo, in totale.

Da bambini giocavamo sul letto a casa dell’altra mia nonna, e poi arrivava Rafelina, la signora che faceva le pulizie, che ci cacciava via ripetendo frasi in napoletano. In questi giorni penso ossessivamente alla mia infanzia, e alle cose che non saranno più come erano allora.

In questi giorni ho problemi a parlare con altre persone, ma scrivo tantissimo, e scrivo anche cose per questo blog. Mi sono ricordata del giorno in cui decisi di aprirlo, appena sveglia, dopo aver camminato sotto la pioggia. La scorsa estate era strana, ma questa lo è ancora di più.

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Una porta, che sbatte

Ero in cucina, di pomeriggio, giocavo con qualcosa seduta al tavolo; ero in cucina, nella mia vecchia casa, quando non avevamo ancora fatto i lavori. Dovevo avere cinque o sei anni. Giocavo con qualcosa, seduta al tavolo bianco, e ad un certo punto si aprì una porta, e delle persone iniziarono a piangere.

“Credo che il signor vicino di casa sia morto”, disse mia madre. Chiamò la signora di sotto per averne la conferma.

Quel giorno, per la prima volta, capii cosa significasse morire. Il signor vicino di casa era malato da anni, e la moglie, che innaffiava i fiori di mia madre quando eravamo in vacanza, gli dava da mangiare sul balcone.

Prima di allora, non riuscivo a cogliere fino in fondo il significato della morte ed è da quel giorno che quando mi sento in colpa, sogno la morte di mio fratello perché, lo dice Freud, il mio subconscio mi punisce per aver desiderato la sua morte quando ero troppo piccola e gelosa e non afferravo il concetto di eternità.

Quando morì un cugino di mio padre, che aveva una figlia che giocava sempre con me, non ero ancora in grado di capire, e chiesi a mia nonna cosa dovessi dirle quando sarebbe venuta a giocare con me.

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I tedeschi non sono razionali

L’ultima volta che sono tornata a casa ho riordinato i cassetti della mia stanza, e dal caos imperante è riemerso un quadernino fucsia custode delle prime 70 pagine di un romanzo storico ambientato in Russia che la sottoscritta aveva iniziato a quindici anni. Accanto a nomi presi in prestito dai grandi e a paroloni forbiti di altri tempi, campeggiavano ovunque dei pochi lusinghieri che col K, che affiancavano baldanzosi i cmq e i xsino.

Questo mirabile contrasto è quanto di meglio mi riesce immaginare per descrivere il mio stato d’animo di fronte a certi comportamenti dei Tedeschi, popolo simbolo della logica e della razionalità. Sapete tutte quelle storie che li vorrebbero quadrati (Praktisch. Gut.) e organizzatissimi, l’esatto opposto di noi latini che rotoliamo tondi nei video del Goethe-Institut?

Ecco, se passate a Berlino un tempo sufficiente, vi accorgerete che queste chiacchiere da bar non sono che dei vili gomplotti orditi dagli stessi media che vogliono farci credere che le sirene non esistono e che l’uomo è arrivato sulla luna; e siccome il mondo dovrebbe sapere come stanno le cose, ho deciso di elencare un paio di prove scientifiche che ci faranno rivedere le nostre posizioni sui campioni del mondo.

Perché qua, gente, le cose sono due: o i tedeschi non sono davvero così razionali, o i berlinesi non sono tedeschi; e se non siete d’accordo con me, allora spiegatemi cosa c’è di logico in una città che non sa assegnare ai palazzi i numeri civici seguendo un criterio qualsiasi, che sono tutta orecchie.

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Cultura generale

Durante gli ultimi mesi dell’ultimo anno di liceo, una tremenda malattia si abbatté indiscriminata su tutti i miei compagni di classe, mietendo più vittime di un’ epidemia d’ebola; all’improvviso, così dal nulla, accanto ai libri per la maturità iniziarono a spuntare le pubblicazioni di Alpha Test, i corsi pomeridiani per ripassare biologia, le leggende (?) sui famigerati raccomandati che entravano misteriosamente nella facoltà X, le crisi di panico di fronte al favoloso mondo della risposta multipla.

La febbre del test d’ingresso si diffuse rapida e isterica, coinvolgendo collateralmente anche chi sarebbe potuto restarne immune. Io che neanche pensavo di farmi annoverare tra le schiere dei medici (deludendo tutti i fanatici dell’assioma “vai così bene a scuola, farai medicina, no?!“), degli architetti (che dio ce ne scampi e liberi) o dei vari professionisti della sanità, e che mi guardavo con cura dalla possibilità di entrare in qualunque corpo armato dello Stato, me ne stavo ubbidiente ad osservare il massacro, ringraziando felice la mia buona sorte.

Sapevo di quanto fossero subdoli quei test, conoscevo le domande passate alla storia per la profondità dei temi trattati (chi ha vinto Amici di Maria De Filippi? Qual è il gusto più famoso del chiosco di grattachecche della signora X?), ma onestamente, ero convinta di aver saltato a piè pari una catastrofe cui tanti miei coetanei erano stati destinati… che ingenua! Che tenera! Che voglia di abbracciarmi!

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Ma dove credi di andare

Gli ultimi giorni di questa settimana mi sono guizzati tra le dita con una velocità e un’indolenza che normalmente non mi appartengono. Tutto è stato dolce, pigro, senza scossoni, lento eppure rapidissimo, perché oggi è già domenica e a me sembra ieri che scrivevo post sui marmocchi teutonici e invece era mercoledì.

Il cielo è stranissimo, fa tanto caldo. Il sole appare e scompare, lasciando il posto, talvolta, a una pioggerellina annoiata che mi ricorda il Belgio. Penso tantissimo al Belgio, perché ho ritrovato un racconto cominciato a Namur e non vedevo l’ora di finirlo, però non so, è come se mi mancasse l’ispirazione, come se il ricordo fosse troppo sbiadito e non suonasse autentico.

Eppure le ho fatte, quelle passeggiate sulla Cittadella, ci sono stata a prendere la cioccolata prima di partire, sotto un acquazzone, con una valigia gigante e la commessa che diceva ” vous êtes bien chargée mademoiselle”. Devo tornare a Namur.

Ieri pomeriggio ho fatto un giro a Neukölln, cercando un negozio vintage che dicevano era bello e che a me non è piaciuto; poi ho camminato a caso e ad un certo punto, davanti ai miei occhi, si è materializzata una mappa del quartiere, in un groviglio di strade ordinate che non avevo mai capito.

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Cose che invidio ai bambini tedeschi

La Simona di un tempo stava alla maternità come Antonio Razzi sta all’Accademia della Crusca. Per anni ho pensato che sfornare marmocchi si sarebbe rivelata una catastrofe di proporzioni immani, come un autobus carico di Testimoni di Geova che prende d’assalto il tuo citofono alle sette del mattino di una domenica di pioggia.

Poi la sorte mi ha obbligata a condividere lo spazio vitale con le biomamme latte-macciato di Prenzlauerberg, e pian piano mi sono ritrovata a lanciare sempre meno maledizioni nei confronti di quei piccoli esserini biondi. I bambini tedeschi sono BELLI. Io sono fermamente convinta che tutti i bambini del mondo siano belli, ma quelli tedeschi sono adorabili, fissano i miei capelli e parlano tedesco. Ancora oggi, talvolta, mi ritrovo ad ascoltare incantata i discorsi di treenni capaci di usare i trennbare Verben senza esitazione; che segreti potrà mai avere il mondo per uno che a tre anni ha assimilato il meccanismo dei trennbare Verben?

L’altra sera guardavo Das weiße Band e ho quasi pianto di commozione per la scena in cui Martin entra nello studio del padre stringendo la gabbietta con l’uccellino, e col visino più triste e dolce del mondo esordisce con un “Herr Vater, ich hab eine Bitte”. Come si può non voler bene a un bambino che parla tedesco?

Se potessi scegliere, rinascerei mille volte dove sono nata. Eppure ci sono delle cose che invidio tantissimo ai bambini tedeschi, e che credo andrebbero offerte a tutti i bambini del mondo. E siccome sono una persona gentile, vi risparmierò la fatica di scovarle da soli lasciandovene qui un elenco completo. Siete pronti a sognare ad occhi aperti?

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Barbie figlia di papá viaggia in business class

Da quando vivo nella patria di Goethe ha imparato a prepararmi in meno di un quarto d’ora, ad arrivare agli appuntamenti con cinque minuti di anticipo, a mangiare quark e a bere qualunque cosa contenga caffeina senza storcere il naso. Ma se un tempo prenotavo treni con settimane di anticipo, oggi mi ritrovo sempre più spesso a decidere di tornare a casa dall’oggi al domani.

Il che, se posso dirla tutta, ha una serie infinita di vantaggi: le partenze, innanzitutto, mi caricano d’ansia. Ora che so che il 20 agosto dovrò prendere un aereo, mi sento già limitata e angosciata per tutte le cose che mi proporranno in quei giorni e che non potrò fare perché sarò in Italia. Io non so davvero come faccia la gente ad acquistare a Pasqua il biglietto di ritorno per Natale: finché posso voglio essere libera, e se non ho un ampio margine di improvvisazione, la qualità della mia vita peggiora notevolmente, trascinandomi nel vortice delle crisi nervose e delle ore passate a lanciare maledizione alla redazione Ansa che ha aperto gli articoli ai commenti del pubblico.

Un tempo, forse, aveva anche un senso sopportare tanto stress; prima che la compagnia low cost irlandese cancellasse la tratta Leipzig-Roma Ciampino, accettavo di buon grado ogni limitazione in cambio di un biglietto da 22 euro e 99. Ma ora che anche la compagnia inglese col sito arancione ha smesso di fingere di avere prezzi bassi, non vedo perché dovrei negarmi il piacere di fare un annuncio in stile “ciao, dopodomani arrivo a Fiumicino, l’ho appena deciso, quando ci vediamo?”. Fa tutto un altro effetto sugli interlocutori, ve lo posso assicurare.

Ma c’è di più. Siccome per decollare ad orari assurdi da un posto brutto come l’aeroporto di Schönefeld dovrei devolvere delle cifre assurde ad un popolo che negli ultimi anni ha prodotto di buono solo Harry Potter, ho scelto di sborsare sistematicamente una decina di euro in più per lasciarmi coccolare dall’enorme qualità della nazione che mi ospita.

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Le cronache di Simonarnia: la TK, la sirenetta e la casa allagata

Avete presente quelle strisce in cui Zerocalcare si scusa coi lettori perché non pubblica mai niente, e decine di adulatori gli scrivono “tranquillo, non importa, sei sempre un figo” serbando un “devi morì male, borghese!” nel segreto dei loro cuori? Io sì, purtroppo, e ho paura che questo post possa assumere quel tono.

In questi giorni ho cinquemila cose da scrivere, ma il mio cervello è in stand by e riesce solo a produrre roba da pubblicare qui. Vi giuro che mi siedo, apro i documenti Word su cui dovrei lavorare e ad un certo punto, come per magia, non so più nulla. Allora mi dico “suvvia, trasforma in parole questa cosa stupidissima che ti è appena venuta in mente”, e senza neanche accorgermene, mi ritrovo ad ubbidire.

La verità è che non riesco più a capire in che direzione stia andando la mia vita, cosa voglio farne e dove sarò domani; sto dormendo in troppi letti, perché cambio città ogni due giorni e non faccio neanche in tempo ad ambientarmi che devo già ripartire. Quindi non chiudo occhio, sono stanca, non mi concentro, mi sento nervosa; ci provo a stare a galla, ma non ci riesco. Mi ero promessa di tornare a Berlino, non toccare alcolici per un mese, di andare a correre, di studiare tre ore al giorno, di scrivere e crearmi una routine in cui non fosse necessario vedere troppa gente.

E tac, un tubo ha deciso di scoppiare e sommergere d’acqua la nostra casa.

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I due minuti d’odio

Nel primo servizio di telegiornale che ricordo chiaramente, un gruppo di persone bruciava e calpestava la bandiera americana; suppongo fossero Iracheni, o una cosa così. Una parte di me era terrorizzata, l’altra pensava a quanto sarebbe stato divertente sfogare la rabbia in quel modo. Con il passare degli anni, in verità, il mio istinto di giovane piromane è andato scemando, lasciando il posto a un’anima da wannabe cinica sensibile che non sopporta la  visione del nonno coi baffi che abbraccia la copia della coppa del mondo sul sei/sette a zero di Germania-Brasile.

Talvolta però, la gente si impegna più del solito e trasforma la mia bacheca di Facebook in un’autobotte di materiale altamente infiammabile. In quei giorni devo mettere i fiammiferi sotto chiave, fissare il pensiero sulla mia casa berlinese allagata (ah, giusto, la mia casa di Berlino a quanto pare si è allagata) e scacciare dalla mente l’immagine di me che fisso il mondo con la stessa faccia di Fred  sommerso dai fischi durante Germania-Brasile.

E così si diventa tristi, si urla addosso a ignari passanti colpevoli di camminare troppo piano, si suona il clacson al povero neopatentato che non riesce a partire appena scatta il verde al semaforo, si ignora categoricamente il vecchietto cui si dovrebbe cedere il posto. Una cosa brutta, bruttissima, che potremmo facilmente evitare con un semplice e geniale espediente: i due minuti d’odio.

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