Did I tell you?

Certi fatti te li ricordi bene, altri invece per niente. Forrest Gump è il film che ho visto più volte in tutta la mia vita.

Da piccola mi permettevano di restare sveglia fino a mezzanotte solo quando c’era Via col vento in tv, perché mi esaltavo tantissimo e impedivo all’intera famiglia di vivere se mi avessero mandata a letto prima di sapere che domani è un altro giorno.

A volte, di notte, volevo alzarmi per finire i libri che leggevo, poi ero troppo pigra e stavo a letto inventando storie strampalate che dimenticavo.

La cosa che più mi piaceva di Berlino era l’abbondanza di bancarelle con libri usati a meno di due euro. Il primo libro che ho letto in tedesco era un libro italiano tradotto in tedesco.

Il primo libro che ho letto in francese è “Le vieux qui lisait des romans d’amour“, che altro non è che Sepulveda tradotto. Sepulveda venne a parlare all’università di Bolzano. La sera prima c’era stata una festa ma noi ci andammo comunque. In aula magna non c’era tantissima gente. Da Oliviero Toscani, invece, i posti erano tutti occupati.

Continua a leggere

Vacanze di Natale inserire anno a piacere

Nel corso della mia vita ho sempre contato su un mazzetto di cinque o sei verità inossidabili: credevo nell’infallibilità della sessuologa di Cioé, sapevo che Woody Allen avrebbe fatto un film all’anno, ero convinta che prima o poi regina Betty avrebbe abdicato. Purtroppo, negli ultimi tempi, il mondo ha deciso che le cose stabili sono noiose e anni Novanta e che tutto può essere stravolto, a partire dai connotati e dall’orientamento sessuale di Ridge Forrester.

Ora che i papi hanno iniziato a dimettersi, ora che Peppe ci parla di direttorio, ora che a New York si fuma sigaro cubano, non resta che una e una sola certezza: le dinamiche del Natale nel segreto del cerchio familiare. Ancor prima di salire in macchina e cominciare la routine delle abbuffate sono già pronta a lanciare una serie di previsioni sul modo in cui si svolgeranno queste giornate, sicura che mai potrò essere smentita.

L’unica novità, purtroppo, sarà l’assenza di mio nonno: dovrò prepararmi a dire addio alle filippiche contro la sorella cui faceva causa periodicamente, rinunciando a scambiare sguardi d’intesa con mio fratello per ricordarci che un giorno “manterremmo tutti gli avvocati del circondario, scannandoci con foga per il possesso di un  muro”. A fare le sue veci, ci sarà per la prima volta la badante rumena di mia nonna, felicissima di essere in Italia perché “è la patria di Albano e Romina”. Stravede per me perché ho vissuto in Germania, riempie i barattoli di sottaceti improbabili e guarda le repliche di Carabinieri sul canale quattrocentoqualcosa del digitale terrestre. Spero si ubriachi e cominci a inneggiare al ritorno di un regime comunista.

Continua a leggere

I’m glad I spent it with you

Insomma. Oggi è il 22 dicembre, questo mese non ho ancora scritto nulla, tra 3 giorni è Natale e io non me ne sono accorta. Stiamo per entrare nell’ultima settimana del 2014 ed ehi, 2014, ma dove sei finito? Mi sembra ieri che era estate, faceva freddo e mi sentivo la pioggia sulla pelle, al lago. Mi sembra ieri che ero andata a perdermi a Marzahn e poi ero arrivata a casa dopo aver camminato sette ore e non avevo capito come. Invece sono trascorsi tre mesi e la mia vita ha fatto un giro completo e io ancora stento a crederci; certe mattine mi sveglio e temo mi dicano che non è vero niente. Ieri camminavo per dei vicoli deserti e il cielo era azzurro come lo vedevo quando ero a Bolzano e guardavo le vetrine sprangate pensando che sì, è tutto molto bello. Molto folle. Molto bello.

Domenica scorsa bevevo vin brulé in mezzo a stradine piene di archi, con le botteghe aperte e i dolci in strada; ci hanno scattato una foto, come un ritratto di altri tempi. Ho avuto crisi, crisi profonde, che sono sparite non ho capito bene come. Poco fa io e mio fratello ci siamo ritrovati a cantare la sigla di Sentieri, perché quando eravamo piccoli mia madre guardava Sentieri e “You’ve given me the best of you, but now I need the rest of you” è stata una delle prime frasi che ho pronunciato in inglese. Pare sia pure una canzone famosa. E pare che nessuno abbia trasmesso la fine di Sentieri in Italia.

Ecco, questa premessa lunghissima serviva a dire che sono stata troppo tempo lontana da qui e non so bene da dove cominciare. Ho un mezzo milione di idee puramente casuali che mi frullano per la testa, quindi ho deciso che per compensare tutto questo assenteismo, tra oggi e il 15 gennaio 2015 pubblicherò almeno 15 post. Parlerò di mercatini di Natale, di pranzi di famiglia, di posti che ho visto, di libri che ho letto e di gattini.  Tirerò fuori cose che ho scritto tempo fa, che non ho mai tirato fuori per motivi che ho rimosso.

Dovrebbe essere una specie di regalo per coloro che mi sono stati accanto in questi 12 mesi. Un po’ mi ha fatto penare, questo 2014. Sta finendo meglio di come è cominciato. Sono felice di averlo passato con voi.

Adesso vado a piangere, perché mi sono ricordata che Lou Reed è morto. A presto pesto!

Un uomo si lamenta ad alta voce del governo e della polizia

Sono tre notti che sogno una guerra e mi sveglio di soprassalto col cuore che mi batte; sono tre notti che sogno di fare delle cose bellissime in clandestinità. Dovevo prendere un aereo per andare a Berlino; dovevo finire di scrivere un libro; dovevo leggere poesie ad un gruppo di persone. Al buio, in cantina, con la paura di essere colpiti. Da una bomba, da guerriglieri che bussano di porta in porta.

Io che scrivo su un cartellone giallo “Ritornava una rondine al tetto, l’uccisero, cadde tra spini”; un colpo di arma da fuoco. Io che esco, per andare in aeroporto e vedo persone morte per strada. Io che tento di arrivare a fine pagina e non posso, sono venuti a portarmi via, dobbiamo scappare.

La verità è che mi sto accorgendo che ci sono persone che condizionano la mia vita con il loro giudicarla. E non hanno nessun diritto di farlo. Io però li temo e mi nascondo, e nascondo le mie scelte. Oppure li ascolto e penso per qualche secondo di aver sbagliato tutto. E non è giusto, perché non ho sbagliato nulla, perché non devo vergognarmi di non essere l’amica, la persona che vorrebbero. Una cosa tossica di cui credevo di essermi liberata e invece no.

You wake up and you can’t pretend a dream was just a dream again

Sto bene, sto benissimo, sono felice, succedono troppe cose belle perché io non possa esserlo. E a volte succedono cose brutte e oscurano questo sole e uno pensa che l’autunno finisce e torneranno i prati, invece anche nel momento migliore le spine sotto pelle fanno male. Vorrei pensare solo a quanto di splendido mi sta succedendo, concentrarmi sulle novità, essere fiera di me stessa, tornare a scrivere cose ironiche e divertenti qui sul blog e invece appena ho un momento in cui il mio cervello non è occupato, bussano i fantasmi.

Continua a leggere

Raccontare la realtà per fotogrammi

Perché, in inglese, devo usare il maiuscolo per scrivere “io”?

A volte sbaglio e non so quanto sia grave. Quando firmo, a fine giornata, ho sempre la tentazione di usare il minuscolo.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

Mercoledì ero al cinema e ho visto un film in italiano. Il secondo in due settimane. Non entravo da due anni in un cinema italiano. A fine giugno ho visto – con Sanja e la mia prof di tedesco- Über ich und du, per poi finire a bere birra in un cortile interno che uguale ad un cortile di un altro cinema a Perugia.

Sanjia era un po’ ubriaca.

“Quando ero piccola hanno ucciso mio padre durante uno scontro, in piazza”. In Croazia. C’era la guerra. Sanjiia ha la mia età.

“Per favore, lasciatemi morire in questa trincea”

Quando è morto il nonno di Sanja guardavo L’albero degli zoccoli e non capivo cosa dicevano. Olmi è uno di quei registi capaci di togliermi il fiato. Sul divano di casa, in un cinema minuscolo di Perugia. Cinematografo.

Lo dice anche mia nonna.

Continua a leggere

Jump!

La mia prima ultima notte a Berlino la passai in un bar pieno di fumo, con i divani in pelle e i tavolini graffiati. Avevo con me il mio vecchio pc, che mi rubarono su un Frecciargento Roma-Bolzano.

Ordinai una birra, un’altra birra, un succo di mela e un kiba.

Avevo mangiato vietnamita “come Lolle”.

Dovevo prendere un autobus alle 3 di notte.

Al mattina ero stata in quel bar sulla Karl-Marx-Allee, dove avevo mangiato una Kirschtorte gigante mentre un ragazzo leggeva “La Tempesta”. Non volevo vedere nessuno. Volevo essere sola. Il tempo di spedire scatoloni mettendo come mittente una collega che mi prestava l’indirizzo di casa.

La mia, di casa- la casa nel palazzo di Molly e dei punk col bambino dai capelli blu, quella stanza di 30 metri quadri con la cabina armadio- era vuota. Me ne andai lasciando nell’atrio una lampada blu dell’Ikea. C’era scritto “adottami” su un post-it. In quattro lingue.

La mia prima ultima notte a Berlino fu triste e straziante. In Hauptbahnhof non c’era nessuno, solo un signore che andava a Zurigo; mi lasciò vedere dal suo pc il film che stava vedendo anche lui.

In giapponese.

Continua a leggere

Oggi è settembre, è il compleanno di Tolstoj

Era il 2002, avevo dodici anni e nel nostro vecchio soggiorno i gatti dormivano sulle gambe di mio padre. Guardavamo la tv, seduti sul divano; guardavamo un programma che parlava di Siberia. A Bolzano, in Erasmus, c’era una ragazza con cui facevo tandem, che viveva a Pietroburgo ed era nata in Siberia. Una volta mi aveva scattato delle foto, avevamo bevuto vino e io avevo accompagnato con Irene degli studenti americani in  giro per l’università. Ero brilla e felice.

A dodici anni iniziavo a leggere letteratura da adulta; parecchi mesi dopo, mettendo in ordine uno scaffale, trovai un libro ingiallito con il ritratto di Tolstoj. Un libro ingiallito citato in tv. In uno speciale. Si parlava di Siberia.

Oggi è il compleanno di Tolstoj, me lo ha detto Google, e io ho riguardato il doodle una dozzina di volte; una volta iniziai un corso di russo, per riuscire a leggere Anna Karenina come la scrisse lui. La prima pagina di Anna Karenina. Sarei già soddisfatta.

Continua a leggere

Il tredici luglio ho cominciato ad aspettare il primo di settembre

Il tredici di luglio ho cominciato ad aspettare il primo di settembre. Domani è il primo di settembre, e vorrei fosse già martedì sera, quando sarà il due e io sarò su un treno.

Per me settembre rappresenta il nuovo inizio, sebbene l’anno, da qualche anno, cominci ad ottobre. Agosto se ne sta andando eterno e velocissimo, in una solitudine che mi sono imposta ma in cui forse, invece, mi sono ritrovata mio malgrado.

Domani prenderò un treno che potrebbe cambiare qualcosa; domani prenderò un treno che credo non cambierà niente. Non so come mi sento. Vorrei non sentirmi.

Martedì sarò felice e farò progetti. Poi mi riavvicinerò a una parvenza di vita sociale, di quella che nell’ultimo mese mi sono negata- o che mi hanno negato, che voglio ritrovare o forse invece no.

Da due giorni sono sola in casa, non vedo persone, mangio quando voglio, resto più a lungo a fissare il soffitto. Sembro triste, non lo sono, ho cento idee e le sento scoppiare; ho bisogno che arrivi martedì sera, perché solo allora l’impasse finirà, e come per incanto riavrò la vecchia vita.

Non capisco più la gente- non l’ho mai capita. Negli ultimi sei mesi ho perso più persone di quante ne abbia conosciute. Ma sono più forte, corazzata, sono un blindato e adesso basta, basta corazze e  lasciatemi in pace.

Finirà, ricomincerà, andrà bene.

Tornerò alle passeggiate, ai miei piani, alla mia vita fatta di incastri. Ho atteso cose che mi entusiasmavano. Ho atteso cose che mi hanno ingabbiata in una rete di possibilità irrealizzabili; è come un baratro, un baratro infinito, il baratro kierkegaardiano. Un baratro dolce in cui è bello cullarsi ma da cui è giunta l’ora di uscire.

Martedì sarò felice, martedì riavrò i miei piani. I miei piani sono bellissimi, e io li aspetto già.

Sono i piani che ho sempre sognato. Sono i piani per cui mi preparo da anni.

Das Universum liebt dich und hilft dir

L’estate, a Berlino, comincia a finire.

Ieri ho guardato il cielo alle 9, ed era già buio. Da bambini, in estate, dormivamo da mia nonna, io, Francesco e Martina, su un materasso steso per terra. Facevamo colazione con le tazze bianche a fiori gialli e rossi. Guardavamo Pollon, e poi giocavamo coi pupazzi. Ai tempi volevo fare la regista, e inventavo “recite” e li obbligavo a provare. Avevamo un giornalino, a fumetti, e io avrei voluto farne uscire un numero per ogni volta che ci vedevamo, e invece ne uscì uno solo, in totale.

Da bambini giocavamo sul letto a casa dell’altra mia nonna, e poi arrivava Rafelina, la signora che faceva le pulizie, che ci cacciava via ripetendo frasi in napoletano. In questi giorni penso ossessivamente alla mia infanzia, e alle cose che non saranno più come erano allora.

In questi giorni ho problemi a parlare con altre persone, ma scrivo tantissimo, e scrivo anche cose per questo blog. Mi sono ricordata del giorno in cui decisi di aprirlo, appena sveglia, dopo aver camminato sotto la pioggia. La scorsa estate era strana, ma questa lo è ancora di più.

Continua a leggere

Una porta, che sbatte

Ero in cucina, di pomeriggio, giocavo con qualcosa seduta al tavolo; ero in cucina, nella mia vecchia casa, quando non avevamo ancora fatto i lavori. Dovevo avere cinque o sei anni. Giocavo con qualcosa, seduta al tavolo bianco, e ad un certo punto si aprì una porta, e delle persone iniziarono a piangere.

“Credo che il signor vicino di casa sia morto”, disse mia madre. Chiamò la signora di sotto per averne la conferma.

Quel giorno, per la prima volta, capii cosa significasse morire. Il signor vicino di casa era malato da anni, e la moglie, che innaffiava i fiori di mia madre quando eravamo in vacanza, gli dava da mangiare sul balcone.

Prima di allora, non riuscivo a cogliere fino in fondo il significato della morte ed è da quel giorno che quando mi sento in colpa, sogno la morte di mio fratello perché, lo dice Freud, il mio subconscio mi punisce per aver desiderato la sua morte quando ero troppo piccola e gelosa e non afferravo il concetto di eternità.

Quando morì un cugino di mio padre, che aveva una figlia che giocava sempre con me, non ero ancora in grado di capire, e chiesi a mia nonna cosa dovessi dirle quando sarebbe venuta a giocare con me.

Continua a leggere