5.10.19

Mi sono sposata a tema Trenitalia: questo post, di conseguenza, non poteva che arrivare in ritardo. Ci ho messo un po’ anche a comporlo perché ero sotto messa in onda,  a essere sincera, ho fatto fatica a selezionare le cose da metterci dentro. Perché è passato un po’, ma mi sembra come cristallizzato nel tempo. Perché avrei tanto da dire e non so proprio da dove cominciare. Perché a volte le parole non bastano. E se provi a tradurre la felicità, corri il rischio di risultare banale.

Ci sono come delle cartoline che ho stampato davanti agli occhi. A un certo punto, sull’altare, ho abbracciato fortissimo Elisabetta che era lì, col suo pancione da ultimi giorni di gravidanza e il suo vestito meraviglioso, e io non capivo come fosse possibile che avesse fatto una cosa talmente grande per starmi accanto. In un momento imprecisato della serata è arrivata Giulia, direttamente da un’altro matrimonio, dopo non so quante ore di macchina, e forse non siamo nemmeno riuscite a farci una foto insieme. Per tutto il giorno volevo piangere, ma era come se la felicità mi invadesse superando persino la commozione. Mi sentivo in trance. Mentre adesso, se penso a mio nonno che si china per sistemarmi lo strascico, mi trasformo istantaneamente in una fontana.

Ne approfitto per dirvi che avevo uno strascico; e un velo lunghissimo. E un vestito talmente vaporoso che avrebbe potuto tranquillamente fare provincia. Io che volevo sposarmi con i pantaloni; o col tailleur e il cappello da diva, come Bianca Jagger.

Avevo il terrore di inciampare nello strascico. O di farci inciampare mio padre, che guardava a ripetizioni tutorial su come accompagnare figlie all’altare, contrariato perché esistono ben 5-6 possibilità (la sera prima del matrimonio vagava per le stanze a chiedere a tutti: cosa faccio? Devo dare un abbraccio a Francesco? Gli devo stringere la mano? Dove ti lascio?). Invece è andato tutto bene. Ci ho persino ballato, con quei tre metri di strascico. Brandendo contemporaneamente due vodka lemon.

Vogue Perugia Ottobre 2019 – Sottotitolo: la sobrietà (foto di Elena Valdré)

La sera prima del matrimonio eravamo tutti al posto del ricevimento, in questo albergo diffuso meraviglioso, con le casette sparse in mezzo ai viali pieni di cipressi. Come in un paesino ideale, abitato dalla mia famiglia e dai miei amici dell’università, che si sono accollati il viaggio da vari parti d’Italia, d’Europa, Marti persino dal Canada. E poi c’è stata la serenata. E sono arrivati tutti i nostri amici e i nostri parenti; e anche tutti i nostri compagni di classe della scuola di giornalismo.

Mio fratello si è sparato il salitone del residence miliardi di volte per accompagnare gente. Francesco, Francesco e Alessandro avevano fatto le prove per giorno di nascosto da me. C’era un sacco di cibo, un sacco di confusione, un sacco di gioia. Io bevevo, non riuscivo a mangiare, non ci capivo nulla, esplodevo di felicità. Non sapevo chi salutare e con chi parlare. Era l’anteprima perfetta di quello che sarebbe accaduto il giorno dopo.

Doveva piovere. C’è stato un tempo meraviglioso. Persino un po’ caldino. All’inizio non volevano allestire il buffet all’aperto perché pensavano ci fosse troppo vento. Le mie amiche sono andate in piscina e hanno girato un video per mostrare che non c’era l’uragano. Ho passato le prime ore della giornata al telefono, mentre provavano a truccarmi e la povera Elena cercava di sconfiggere l’orrenda luce gialla artificiale. Sembrava come la preparazione al gran ballo della scuola, però con tante persone.

Mi sono anche sentita un po’ Miss Rosella, mentre cercavano di chiudermi l’abito.

Questo si posiziona nettamente nella top ten momenti migliori della mia vita (foto di Elena Valdré)

C’è stato un quasi incidente diplomatico, perché sono arrivata in chiesa ed erano ancora tutti fuori. Sono entrata mentre Maria e il suo fidanzato suonavano musica meravigliosa. Ha pianto un sacco di gente, anche gente che non mi aspettavo che piangesse. Farsi tirare il riso addosso è divertentissimo; e aiuta tanto a scaricare la tensione.

Mi piacerebbe dedicare un capitolo al nostro meraviglioso tableau de mariage, che giace al momento dietro la porta della nostra camera da letto in attesa di venir appeso da qualche parte. Ogni tavolo aveva il nome di una fermata della linea Roma-Perugia. La grafica era quella che si vede in stazione. Il treno partiva dal binario 2 est. Mi pento un po’ di non averci scriverci sotto “Trenitalia si scusa per il disagio”.

(Qui è dove voi invitate donne mi ringraziate per non aver voluto il tema colore. Avrei scelto senza dubbio l’azzurrino/verde menta del biglietto del regionale – la partecipazione era un biglietto del regionale – e quella sfumatura l’ho vista portare con grazia solo a David Bowie al Freddie Mercury tribute e a Camilla Parker Bowles al Trooping the Colour 2019).

Il nostro tableau in posa! Grazie Wedshots per avermi aiutata a recuperare qualunque dettaglio (foto di Sara Mastellone)

Abbiamo vagato ore intere per i tavoli, ma mi sembra comunque di non essere riuscita a stare con tutti. I nostri compagni della scuola di giornalismo  intervistavano la gente con un microfono che distorceva le voci. Le foto mi mostrano gli scout che fanno partire un momento fazzolettata.

Ho scoperto – sempre dalle foto – che avevano fatto un allestimento carinissimo per le bomboniere (delle bussole artigianali scovate in un negozio meraviglioso a Trastevere e realizzate a mano da questo signore argentino adorabile, che per mesi abbiamo chiamato “Papa Franci”). Doveva starci anche una frase profonda sui viaggi, ma non abbiamo fatto in tempo a pensarla come avremmo voluto.

Ora sappiamo che le torte nuziali sono fatte per il 90 per cento di polistirolo; chiaramente, abbiamo approcciato il taglio dal piano sbagliato e non riuscivamo ad arrivare in fondo. Dicono ci fosse un buffet di dolci buonissimi, ma io credo di non averlo mai visto. Non ho mangiato cioccolato, né bevuto rum, ma ho ammirato mia madre e le mie zie ballare sul dancefloor dopo qualche drink; esiste un video e potremo rivendercelo per tutte le cene di Natale del futuro.

Il nostro meraviglioso cake toppe Lego, costruito da noi medesimi, uno dei regali di compleanno che mi aveva fatto Francesco, che ora troneggia in salotto (foto di Andrea Massaccesi)

Ho acconsentito al fatto che Francesco venisse lanciato in piscina. Ho lanciato il bouquet per ben tre volte, perché continuava a prenderlo Dario. Ora, da sobria mi chiedo: “Non potevamo lasciarglielo e dirgli che si doveva sposare entro l’anno?”. Alla fine ha vinto il patriarcato, il bouquet se lo è beccato una donzella (Rike, per onor di cronaca) e i miei fiori meravigliosamente scelti a caso sono volati fino a Parigi.

Ho ballato Disco Pogo in mezzo alle colline umbre, saltando in cerchio come facevamo all’Okay. Sono persino riuscita a andare in bagno in un momento imprecisato della notte (?) servendomi solo dell’aiuto di Cristina.

Ormai ho capito che se mi impegno posso far di tutto, persino sopravvivere a un vestito da principessa. Vorrei ficcarlo in un curriculum, ma non so bene quale sia la sessione più adatta. Ho imparato a godermi le sorprese e a obbedire docilmente come una scema, certa di ricevere qualcosa di incredibile.

Quello sullo sfondo è Collepino, borgo umbro di cui sono da sempre innamorata. Qui si vedono il bouquet che non avevo idea sarebbe uscito così e le mie scarpe cercate per mari e per monti e poi comprate a 30 euro su Zalando (foto di Elena Valdré)

Ho pranzato sulle scale del duomo di Perugia con le persone con cui pranzavo alla mensa dell’unibzeta (o nelle cucine del Riegler: non vi ringrazierò mai abbastanza per il libro di ricette e per la meravigliosa spiegazione di come si cuociono i tortelli di Silvia).

Ho scoperto che se mi cade il cellulare in un tombino non devo chiamare i vigili, basta usare un po’ di forza e sollevare la grata.

Avrei voluto avere più tempo, dare più abbracci, vorrei rivedere tutto al rallentatore.

Alberi immensi che fanno sembrare il mio strascico un cosino da vestito di Barbie (foto di Elena Valdré)

Ora mi scorderò sicuramente qualcuno, perché vorrei dire grazie a tutti. A chi è venuto da lontano, a chi è venuto da vicino, a chi voleva andarsene e si è fermato a dormire, a chi ha ballato fino a tardi;

A Elena che è stata la nostra ombra, ma riusciva a sembrare invisibile. A Valentina che voleva togliersi la fede quando pensava che Alessandro le avesse fatte cadere dal cuscino.

A Martina che mi ha scritto una lettera bellissima e me l’ha nascosta nello zaino, regalandomi un momento di commozione a scoppio ritardato dopo giorni, mentre preparavo le cose per andare a Roma.

Alle nostre famiglie. Ai nostri testimoni. Ai nostri amici. A Carolina che per ballare si è messa un vestito bellissimo con le paillettes. A Gianluca che ci ha mandato una foto dei germogli di basilico pronti a spuntare sul suo balcone a Pineta Sacchetti.

A tutti coloro che hanno fatto sì che il 28 gennaio, in diretta dal coworking, aggiorno la bozza per la trentasettesima volta e mi escono ancora un po’ di lacrime di gioia.

Mi sembra sia passata una vita dal 6 ottobre, quando hanno obbligato Francesco a prendermi in braccio per attraversare la soglia della porta di casa e ci hanno fatto una foto tenerissima.

Uno degli innumerevoli momenti “fate qualcosa a caso” (Foto di Elena Valdré)

Dicono sia il giorno più bello della tua vita e per carità, è stato meraviglioso oltre qualunque aspettativa. Ma a volte, mentre ceniamo insieme, sul nostro divano, davanti alla TV, mi sembra quasi che in quanto a felicità, ogni singolo giorno riuscirebbe a competere.

P.S. Le foto, ove non diversamente specificato, sono della bravissima Elena Valdré; la povera Elena, il giorno prima del matrimonio, si è dovuta sorbire una serie di scatti di gente che limonava sotto gli ombrelli/le nuvole nere, perché io ero certa che avrebbe piovuto e mi ero autoconvinta che mi piacesse l’estetica delle foto matrimonio con pioggia. Da paranoiolandia è tutto, a voi studio.

P.P.S. Per i fan dell’ultima ora: già che il fil rouge del tutto è stato Trenitalia, qui trovate tutti i post che ho dedicato alle ferrovie dello stato in momenti in cui ero più giovane e più brillante. E no, come potrete immaginare, non ho ancora smesso di prendere il treno.

https://bit.ly/2BTZPQ2

https://bit.ly/2q2rJH2

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