5.10.19

Mi sono sposata a tema Trenitalia: questo post, di conseguenza, non poteva che arrivare in ritardo. Ci ho messo un po’ anche a comporlo perché ero sotto messa in onda,  a essere sincera, ho fatto fatica a selezionare le cose da metterci dentro. Perché è passato un po’, ma mi sembra come cristallizzato nel tempo. Perché avrei tanto da dire e non so proprio da dove cominciare. Perché a volte le parole non bastano. E se provi a tradurre la felicità, corri il rischio di risultare banale.

Ci sono come delle cartoline che ho stampato davanti agli occhi. A un certo punto, sull’altare, ho abbracciato fortissimo Elisabetta che era lì, col suo pancione da ultimi giorni di gravidanza e il suo vestito meraviglioso, e io non capivo come fosse possibile che avesse fatto una cosa talmente grande per starmi accanto. In un momento imprecisato della serata è arrivata Giulia, direttamente da un’altro matrimonio, dopo non so quante ore di macchina, e forse non siamo nemmeno riuscite a farci una foto insieme. Per tutto il giorno volevo piangere, ma era come se la felicità mi invadesse superando persino la commozione. Mi sentivo in trance. Mentre adesso, se penso a mio nonno che si china per sistemarmi lo strascico, mi trasformo istantaneamente in una fontana.

Ne approfitto per dirvi che avevo uno strascico; e un velo lunghissimo. E un vestito talmente vaporoso che avrebbe potuto tranquillamente fare provincia. Io che volevo sposarmi con i pantaloni; o col tailleur e il cappello da diva, come Bianca Jagger.

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Un anno fa

Vi ricordate di me, lo scorso anno? Era il 25 aprile, o giù di lì, vivevo ancora a Berlino e me ne ero andata a Pavia per l’esame del Test Daf. Una storia buffissima, perché quell’esame volevo farlo in Germania, ma era stato impossibile e  mi ridussi a vagare in Lombardia per tutto il periodo delle vacanze di Pasqua.

Ero ospite di Irene e passai con lei dei giorni bellissimi. Tornando a casa mi innamorai dell’Italia, su un Intercity troppo lento. Scrissi un post, questo qui, che è uno dei più letti sul mio blog. Ed è forse quello a cui sono più affezionata.

Dicevo, ad un tratto, che volevo andare in Umbria; non sapevo che in sei mesi ci sarei finita a vivere. A quei tempi Perugia non era che un nome, l’inizio della Marcia della Pace, la Città della Domenica e la meta delle gite durante le colonie. Da piccola mi mandavano in colonia con la Telecom e una volta ad un campetto tematico sul tennis. Non avevo mai toccato una racchetta, ma dopo tre settimane di allenamenti mi iscrissi a una scuola a casa mia.

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