Qualche anno fa, per sbaglio, mi iscrissi alla mailing list dell’Ente Germanico del Turismo. Era un pomeriggio di dicembre, nell’anno nero del calendario accademico a 320 trimestri, e per tirarci su il morale, Irene ci invitò a partecipare al fantastico concorso “vinci 3 biglietti per i mercatini di Natale più pelli di tutta Cermania“. Ovviamente non vincemmo un bel nulla, ma da quel giorno i “visit paesino di venti anime in mezzo al nulla” sono diventati più frequenti dei “firma la petizione per salvare le balene/ i gattini / il muro di Berlino/ i bambini ammalati di robe che farebbero saltare dalla sedia dottor House”.
Anche in questi giorni, quindi, mi trovo sommersa di classifiche sulle bancarelle davvero imperdibili, sui luoghi invasi da Lebkuchenduft, sugli artigiani che creano decorazioni che apparentemente sembrano piene di erba cipollina, ma che a quanto pare sono fatte di rami di abete. Riconosco che nell’immaginario di certa gente, parole del genere possano scatenare una gioia pari a quella degli amministratori di Informazione Libera di fronte all’ennesimo link sul gruppo Rothschild che pilota le nostre scelte al ristorante.
La mia persona, però, riserva ai mercatini lo stesso odio che il perugino medio prova per Eurochocolate: da quando sono sbarcata a Bolzano, infatti, l’infausto fenomeno si è palesato in tutti i laghi e in tutti i luoghi, trasformando la mia diffidenza nei confronti del Natale in una sincera paura ansiogena.