Impressioni di febbraio

Come Worpress ci tiene a ricordare, febbraio è passato, e io ancora non ho scritto nulla. Mi ero riproposta di attivarmi almeno una volta al mese e diventare regolare, ma niente, il tempo mi scivola tra le mani, e io non riesco a controllarlo.

E così è arrivato marzo, in un’atmosfera di quasi primavera, dopo un inverno caldissimo, in cui si gelava solo nei giorni in cui ero costretta a casa. Fa buio alle sei, gli uccellini cinguettano, sono di nuovo in una fase di allegra inquietudine dopo mesi di simil depressione, e ho ripreso a vagare a caso per la città.

Ciò che amo di Berlino è il fatto che, dopo tanto tempo, mi permette ancora di perdermi, anche in aree che, teoricamente, conosco bene come le mie tasche. Così oggi ho vissuto ancora quella situazione surreale di trovarmi in luoghi che non conoscevo, proprio mentre ero dietro a luoghi che conosco benissimo. Mi sono fermata per mezz’ora a guardare bambini che giocavano sulle altalene, volevo sedermi in un bar e ho scoperto che era un negozio di fiori, mi sentivo felice e volevo correre, e forse l’ho fatto, senza neanche rendermene conto.

Ho letto i manifesti per strada, ho sbirciato nei cortili interni, sono salita e scesa su un tram a caso. Poi ho passeggiato dietro casa, e ancora una volta, l’ennesima, avrei voluto poter scattare foto. Io che le foto le odio. Fermare un momento, un’ impressione, per confrontarla vivida col mio ricordo sbiadito.

Volevo piangere, perché ero felice. Sono venuta qui, e ho deciso che almeno un post a marzo lo dovevo pubblicare.

Faccio cose, vedo gente

O si vive, o si scrive, dicono. Io ultimamente ho vissuto un sacco. Ho attraversato Berlino a piedi da un capo all’altro della città, di notte, in infradito, brillamente felice (brillamente nel senso di brilla, e si, la metà delle mie storie berlinesi iniziano con una birra e finiscono con me che faccio percorsi improponibili a piedi). Ho scoperto che anche nella grande Germania rubano i computer, e che quando lo fanno, lo fanno in grande stile, e si portano via quelli di un’azienda intera. Ho scoperto che nemmeno ce li hanno dei sistemi di allarme decenti qui.

Ci sono stati quasi trenta gradi, e i tedeschi hanno deciso che per lavorare faceva troppo caldo, e che si usciva prima. Ho visto tedeschi andare in ufficio in giacca e cravatta, ma a piedi nudi. Quelli che lavorano con me non lo fanno; loro vengono direttamente in costume.

Ho ipotizzato che i tipi che vivono sopra di me siano dei carcerieri, perché neanche con il caldo lasciano che i loro bambini giochino in un parco (meglio far rotolare biglie sul pavimento di casa, di domenica mattina); ho capito che è una fortuna che la Germania non sia una zona sismica, perché il mio palazzo trema a dismisura per una semplice lavatrice (o per una S-bahn che passa).

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