Un paio di anni fa mio padre si impossessò di tutti i cd dei libri interattivi di inglese che avevamo alle elementari per appenderli a dei fili e creare uno spaventapiccioni professionale secondo le istruzioni di daglialpiccione.com . L’opera d’arte faceva bella mostra di sé da forse due minuti quando tre omini del palazzo di fronte ci fecero notare i simpatici riflessi che il sole si divertiva a spedire sui loro muri portanti, trasformando lo spaventapiccioni in un accecavicinato.
Io saltellavo felice per quel fallimento clamoroso perché la verità, signori e signore, è che a me i piccioni piacciono un sacco. Ho provato più volte ad addomesticarli e a farli mangiare dalle mie mani. Ho dato loro dei nomi (Piccio-piccionis primo, secondo, terzo e quarto, proprio come study prima, seconda, terza e quarta, la mie student card che perdevo a tempo record); li ho sempre protetti senza fare la spia quando venivano a distruggere le piante di mia madre (“Come stanno i miei bambini?” “Bene, mamma, Francesco ha un po’ di mal di pancia, ma nulla di grave…” “Ma sono fioriti? Li state annaffiando? I piccioni li molestano? Ma dove sei, perché non rispondi?” Ero a versare briciole di pane nei vasi dei gerani).
Poche ore dopo la fine della festa di laurea di Rike, le spoglie mortali di me e Cristina si recarono a fare un esame in un’aula invasa di luce, sotto lo sguardo schifato e preoccupato di un professore che si chiedeva se fosse meglio allertare il 118 o il 113. Al ritorno da quella prova, le bancarelle di Piazza delle Erbe ci sembrarono il posto più splendido del mondo, con quei carichi di frutta in technicolor che avrebbero fatto un baffo ai più bei mari tropicali; i raggi settembrini illuminavano turisti ridenti e felici, intenti a sperperare quattrini acquistando le statuine di angioletti obesi tipiche di una celebre azienda del posto. Sotto un cielo azzurro senza scie chimiche, zampettavano imponenti diversi piccioni grassi e panciuti, che facevano ondeggiare un collo gigante ornato di piume verdi e viola, in un moto perpetuo che ci dava la nausea.
Quel giorno mi accorsi di quanto fossero belli i piccioni locali. Non ne ho mai incontrati di simili, neanche a Venezia. Un miracolo della natura.