About Perugia

Lunedì mattina, alla stazione Termini, mi hanno rubato un ombrello. Lo avevo lasciato sulla valigia, mentre pagavo un giornale in fila all’edicola .Oh, dottoré, t’hanno fregato ‘na cosa. Un ombrello. Un ombrello comprato dai cinesi in cambio di una manciata d’euro. Bisogna essere davvero meschini  per compiere questi misfatti in un giorno di pioggia.

-Buongiorno, è questo l’Intercity che porta ad Ancona?

-Certamente!

-Ma sembra un regionale

-Ma in questo le porta si aprono automaticamente col bottone rosso.

-Ah.

La signora di fronte a me schiavizza la sua povera badante dell’Est costringendola a tirarle giù la valigia ogni due per tre. Io avere tuo posto, ma per me meglio stare seduta vicino signora. Possiamo scambiare? Per me non c’è problema. Ma tu sei sicura di non voler scappare in fondo al treno?

Più avanti un Reparto femminile canta canzoni degli 883 urlando a squarciagola. Ora vorrei capire cos’è questa storia degli scout che prendono gli Intercity invece dei regionali. L’essenzialità dove sarebbe finita? Dove li avete trovati i soldi?Matteo si è messo a donare 80 euro per le tende? Perché fate il campo a settembre? Sto invecchiando.

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Studiare marketing con Trenitalia

Durante il mio primo anno di università decisi di andare a trovare la mia amica Rossella che studiava a Siena. A quei tempi ero molto più giovane e meno borghese di oggi, e pianificai senza paura un viaggio che mi aiutasse a ridurre il più possibile le spese.

Cominciai così l’odissea nella ridente stazione di Buco tra i Monti, salendo sul regionale della morte che con sole quattro ore e mezza mi avrebbe condotta a Bologna Centrale; anche ai tempi, purtroppo, il sito delle Ferrovie dello Stato non contemplava la possibilità di muoversi verso la Toscana senza prendere un Frecciarossa. Mi rassegnai quindi a sborsare dei bravi trenta euro per una mezz’ora di viaggio, prima di affrontare un nuovo convoglio infernale che con altre due ore e trecento fermate mi avrebbe portata a Siena.

Ovviamente il regionale della morte arrivò in ritardo a Bologna, e passai tre quarti d’ora con una simpatica donnina per tentare di cambiare in modo indolore la mia prenotazione; alla fine la signorina se ne uscì con un “tanto il controllore non fa in tempo a passare” e mi intimò di prendere il Freccia Rossa successivo con il biglietto sbagliato. Naturalmente, però, passai il viaggio a discutere con un simpatico controllore che continuava a ripetermi che avevo fatto una bischerata e voleva farmi la multa.

Lo tempestai al punto tale di parole che per sfinimento non me la fece. Scendendo dal treno, ricevetti i ringraziamenti di tre tizi che grazie al mio intervento avevano viaggiato senza pagare biglietto e senza nascondersi nel bagno. Ovviamente ero arrivata a Campo Marte e non a Santa Maria Novella; dovetti prendere un altro treno (Firenze ha più stazioni che abitanti), giungere alla meta, realizzare che avevo perso la coincidenza, e aspettare l’ultimo convoglio infernale un altro tot di tempo.

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Trenitalia ti voglio bene

Questo che state leggendo voleva essere un post sarcastico dedicato alle ferrovie dello stato e ai loro fantastici esperti di marketing. Quel post lo scriverò un altro giorno. Oggi ho gli occhi e il cuore così pieni di bellezza che persino il mio lato ironico ha deciso di mettersi a tacere.

Quindi sarò banale e scontata, e in data 25 aprile, dedicherò qualche riga all’Italia. A quell’Italia che fino all’anno scorso attraversavo così spesso in treno, quando partivo da Roma e mi risvegliavo a Bolzano, cullata da libri, appunti, sogni, troppo distratta per cogliere la bellezza dei paesaggi. Li guardavo senza vederli, assorta in altre faccende, controllando ossessivamente l’orologio per cronometrare le ore, i minuti, i secondi che mi separavano dall’una o l’altra meta.

Il metro di tutto, per me, era Firenze. Quando arrivavo a Firenze da Bolzano, pensavo che finalmente potevo cominciare a sentirmi a casa. Quando lasciavo Roma e tornavo tra i monti, iniziavo a studiare solo dopo Firenze. La mia vita bolzanina dal capoluogo toscano in giù non esisteva. Era il luogo dell’infanzia, il luogo del “fuori dal tempo“. Un luogo che non potevo mischiare con la mia vita vera.

Quando quell’Intercity digievoluto in Frecciargento si fermava a Firenze io ero sempre sveglia; poi mi riaddormentavo. Era un traguardo simbolico. Il viaggio vero per me iniziava o finiva lì.

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