Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui tirocini in startup a Berlino e che non avete mai osato chiedere

Mentre scrivo questo post  sono seduta, annoiata, alla scrivania di quello che per sei mesi è stato il mio ufficio (ciao ex colleghi!). Le ultime due settimane di un tirocinio possono diventare una vera agonia, e ho già avuto modo di provarlo due volte sulla mia pelle: la cara amica motivazione inizia a latitare nel dopopranzo, e alle 4 del pomeriggio risulta ormai dispersa, probabilmente a bere tequila in qualche bar di cattivo gusto.

I progetti non ti interessano più, i tasks ti annoiano, i meeting ti  fanno ridere: fare profonde considerazioni sociologiche è l’unica attività che sembra avere un senso, e che aiuta a tirare le somme dell’esperienza che si appresta a finire. Ho deciso di scrivere queste righe perché mi serviva, perché ho bisogno di fare un punto, e dire la mia su cose che sento ripetere da mesi. Se tra qualche settimana avrò cambiato idea, non pubblicherò nulla. Se col disincanto del distacco mi sentirò ancora un tutt’uno con la Simona di oggi beh, state leggendo quella pagina.

Premetto che quella che descriverò non è una verità universale, ma la mia storia personale. Una storia che è iniziata ormai quasi un anno fa, quando decisi di riempire i buchi di tempo con un fantastico tirocinio di cinque mesi. Le cose non andarono come dovuto, e i mesi divennero undici. In due aziende diverse, per fortuna. Io, personalmente, non ho mai avuto l’opportunità di confrontarmi con il mercato del lavoro italiano. Se dovessi farlo, forse, andrei nel panico. Sono figlia delle start up berlinesi, ci ho passato un anno e mezzo della mia vita, ci sono entrata, per la prima volta a 21 anni.

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