In un angolo nascosto della piazza di Genzano troneggiava fino a qualche tempo fa una decadente cabina del telefono. Quando ero alle medie conoscevo due tipi che ci passavano insieme interi pomeriggi, inventando infanzie tribolate da raccontare ad ignari psicologi del telefono azzurro.
Non appena il gioco li annoiava, cercavano pizzerie sulle pagine gialle e prenotavano per dieci a nome del loro prof. di musica, lasciando il numero del poverino che spero abbia fatto perdere le sue tracce dagli elenchi telefonici di tutto il mondo.
Ascoltando quei racconti la me preadolescente tremava di sgomento; da brava fanciulla timorata delle autorità, non sopportavo che dei ragazzini tanto stupidi sovvertissero l’ordine pubblico a suon di scherzi telefonici. Ma più di ogni altra cosa non capivo come potessero esistere persone in grado di divertirsi facendo delle telefonate.
Quando avrò conquistato il mondo e amministrerò la giustizia di Simonalandia, proibirò per legge ogni genere di conversazione telefonica, condannando Meucci alla damnatio memoriae. Il telefono, nel mio immaginario, lo concepisco necessario solo negli anni Cinquanta, per sentire i parenti emigrati in America. Oggi c’è Skype, le email e gli sms. Perché mai dovremmo telefonarci?
La mia voce, al telefono, è terribile. Quando esco con un tipo che mi piace, mi convinco puntualmente che non appena costui ascolterà la mia voce al telefono non vorrà più saperne niente di me. Sono pazza. Lo so.
Una volta mia madre (!!!!) chiamò a casa di mia nonna, risposi io, e lei mi trattò come fossi la mia cuginetta che aveva 10 anni. Io ne avevo venti, però. I poveri schiavi dei call center mi salutano al grido di “ciao piccolina, non è che potresti passarmi la mamma o il papà?”.