Il giorno dopo l’ultimo giorno di scuola

Oggi è il mio primo giorno di vacanza: mi sono svegliata alle sei perché faceva caldo, non riuscivo a dormire e qualcuno aveva deciso di percorrere qualche chilometro di Tuscolana suonando il clacson senza soluzione di continuità. Mentre gattaccio si esibiva nel suo numero preferito (grattare le porte e miagolare in modo fastidioso solo per farsi aprire – gattaccio percepisce le mie vibrazioni “sono sveglia e odio il mondo” anche a distanza – gattaccio ha una fanbase e questo blog me lo ha rivelato: io non ho alcun fiuto per gli affari e in questi mesi potevo farci i soldi), mi sono concentrata sui rumori della strada e ho pensato per la prima volta ai miei ultimi due anni trascorsi a Roma.

Sembrerà assurdo eppure io, la donna delle elucubrazioni mentali che nel suo piccolo cervello trasforma in un romanzo ogni singolo avvenimento, non ho mai avuto tempo di riflettere sulla mia vita di giovane adulta nella capitale. Nella città da cui fuggivo, dove mai e poi mai avrei voluto rimettere piede a 18 anni; è stato tutto molto strano. Mi sono trasferita qui in fretta e furia, quasi senza rendermene conto; nei weekend, in genere, cercavo la fuga e non ho mai provato davvero a costruirmi una nuova vita qui (forse perché avevo già degli amici e non volevo fare troppa fatica?).

Non ho mai ambito a trasferirmi a Roma: sono una ragazza di provincia che l’ha sempre guardata da lontano, un po’ ammirata, un po’ schifata. Mi piacciono i centri piccoli, se proprio, le grandi metropoli organizzate bene, cosmopolite e piene di cose: non che Roma non sia piena di cose. Ma per scovarle devi faticare tantissimo e io non ne ho mai avuto troppa voglia. Continuo a sentirla un po’ estranea, continuo a sentirmici “temporanea e in prestito”; la vedo ancora come una zia lontana, invadente e un po’ cialtrona, che devo andare a trovare per spirito di cortesia.

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Agosto

Ieri sera, al telegiornale, ho visto un servizio sulla metropolitana di Mosca. Qualche settimana fa – erano i primi di agosto – ho preso un autobus sostitutivo al posto della metro A, a Roma. Una signora, di Mosca, si lamentava del caldo, della folla, dell’amministrazione Raggi.

“Ma perché non fanno i lavori di notte, come tutti?”, mi ha chiesto esasperata.

Mi ha raccontato della metro di Mosca, che sembra un museo. Tutto è pulito, è come essere essere in un luogo tanto antico e -contemporaneamente – tanto nuovo.

“Sai – mi diceva – io sono cresciuta qui a Roma, ci vivo da anni”.

Soffriva di bronchiti e polmoniti, un medico l’ha mandata qui quando era ancora una bambina. Da sola. In Russia si ammalava sempre, non poteva andare a scuola o uscire di casa.

“Ora, ogni tanto, vado a trovare mia sorella. Abita fuori San Pietroburgo. Ora a Russia è bene, c’è Putin che regala soldi ai poveri”.

Sembrava crederci davvero.

Ho pensato a Putin, alla Russia, a quanto vorrei andarci. Ad Arco di Travertino, la signora ha firmato la raccolta firme per il referendum dei radicali. Risiede a Roma, io ancora no. Forse, chi sa, non ci risiederò mai.

Da ottobre – credo – riprenderò a studiare russo.

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Let’s dance for fear tonight is all

A Francoforte, vicino l’Eurotower, c’è una specie di installazione con dei tubi rosa. Ce ne è una identica anche a Berlino, in zona Potsdamer Platz. L’anno scorso avevo percorso tutta quella strada, seguendo i tubi rosa, per cercare il monumento alle vittime dell’Aktion T4. Avevo fatto mille foto a un muro azzurro, tutto di vetro, che per due anni non avevo mai notato. Una volta ero andata ad ascoltare un concerto di Marta alla Berliner Philharmoniker, che è esattamente lì dietro. Mi avevano detto che ogni sabato pomeriggio (o forse, ogni giovedì) l’orchestra faceva le prove e si poteva entrare ad ascoltare gratis. Ci ero passata, una volta. Suonavano una sinfonia di Beethoven. La quarta, diceva il programma. A un certo punto ero scappata perché la musica mi risuonava dentro ed ero troppo commossa, volevo piangere.

C’è qualcosa che mi commuove, della Germania. Come qualcosa di incompiuto. Ogni volta che ci metto piede, mi sembra di incontrare una persona del passato, che mi somiglia, che non sono più io.

C’è stato un periodo della mia vita in cui volevo lavorare per le istituzioni europee. Avevo mandato 123 cv e non mi aveva risposto nessuno. Nelle ultime settimane sono entrata al Parlamento Europeo e alla BCE. È stato un po’ come guardare allo specchio un riflesso che non c’è più.

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Scatoloni

“Non mangerò più la pizza di mia madre una volta a settimana”.

Era un mercoledì di settembre. Impacchettavo cose. Vidi la mamma, che impastava la pizza, e in quel momento realizzai davvero che mi stavo trasferendo. Avrei  iniziato una vita nuova. Avrei spezzato una catena di abitudini. E io ci ero affezionata, a certe abitudini.

Mi sentivo un poco stupida, ma mi veniva da piangere. Era come concentrare l’immensità del cambiamento in una cosa minuscola. Una cosa che accadeva sempre, che sarebbe continuata anche senza di me.

Infilai una radio nello scatolone. Non l’ho più ascoltata, la radio, negli anni di università.

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Sette mesi in sette foto

Il mio cellulare non sa fare le foto. Ma soprattutto, non supporta lo zoom. Uno strazio. Se gli gira (molto) bene, è in grado di inventarsi una sorta di white balance. Perdendoci sei ore e mezza, si regolano ISO e diaframma (ahahah). Potete chiedergli un balletto, una riverenza; lo zoom no.

Però ogni tanto, se non ho altro sotto mano, lo uso comunque. In realtà con celli faccio un sacco di foto, perché le voglio tenere lì, tutte in memoria, per vedere quando è successo cosa.

E anche perché, nonostante tutti i propositi, non ho ancora comprato una macchina fotografica seria. A volte uso quella di Francesco e passarsi le foto è uno stress.

Questo è il 2016 secondo la memoria del mio telefono.

Su per giù, potrei anche dire che è abbastanza completo. Su per giù

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La vita è come una maratona tv di Mentana

Succede che un giorno, per andare al lavoro, ci metti un’ora invece che due. Succede che un tempo non facevi nulla e che all’improvviso hai cose da fare.

Succede di girare per le vie del paesello, e di vedere un posto che non avevi mai visto. Di scoprire che è bellissimo, di entrarci gratis, di scattare foto e sentirti felice.

Succede che c’è il sole, che ascolti una guida, che ricordi cose che studiavi alle elementari.

Succede che tuo fratello scrive una tesi di laurea e aveva dieci anni due giorni fa.

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Felicità (Albano e Romina me spicciano casa)

Questa notte ho fatto un sogno strano. Ero seduta in riva al mare e tracciavo disegni con un rametto; poi il mare diventava un bosco, ero in una sorta di campo scout e accendevo un fuoco con una serie di persone che nella vita reale non hanno assolutamente correlazioni tra loro. Prendevo un foglio di carta, volevo scrivere qualcosa, e mi è uscita la parola ευδαιμονία. Così, con i caratteri greci. Mi sono svegliata e davanti agli occhi mi ballavano ancora quelle lettere. Ho acceso il pc, googlato la translitterazione, e mi sono ricordata che “eudaimonia” in greco antico vuol dire “felicità”.

In questi giorni mi sento proprio così: felice. Dopo il 2013, famigerato anno del no, dopo le prime settimane del 2014 costellate da piedi rotti, malattie, rifiuti e incidenti diplomatici, è iniziata una svolta da seconda metà del 2011. Improvvisamente sono successe tante piccole cose, non sempre necessariamente positive, che sono riuscite però a rivoluzionare il mio stato d’animo. E così ho imparato che un bicchiere di vino con un panino possono effettivamente regalare felicità, specie se accanto a te c’è una delle tue amiche più care con cui scambiare chiacchiere da principio di ebrezza, in un bar dove fino alla settimana prima andavi a mangiare in pausa pranzo.

E che per dare una svolta a una mattina in hangover si può fare un giretto in palestra, e osservare affascinata istruttrici sotto evidente effetto di cocaina che cercano di convincere un pubblico di vecchiette e giovani donne in post sbronza a fare salti mortali. Perché muoversi sentendosi ancora ubriachi è un’esperienza mistica, che uno tenti di ballare, di attraversare un’enorme città a piedi o semplicemente di passare l’aspirapolvere in camera ascoltando I want to break free e sognando di essere Freddie Mercury.

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