Drammi toponomastici

Una sera sono tornata dall’Italia e ho scoperto che la strada che attraverso ogni giorno per andare in centro aveva cambiato nome. Dico davvero, non sto scherzando. Là dove c’era Berliner Straße ora c’è una città  Tino Schwierzina Straße. La cosa non sembra turbare la BVG, che continua a chiamare la fermata del tram Berliner Straße/ Wiesenstraße. Il che genera una confusione tremenda, perché senti la vocina irritante che ti annuncia il vecchio nome, leggi il cartello con il vecchio nome ma poi c’è una riga gigante rossa che lo cancella e introduce (scritto minuscolo perché se no non c’entra) una Tino Schwierzina Straße nuova di zecca che onestamente mi disturba.

Perché l’avete fatto? Chi è Tino Schwierzina? Perché hanno permesso a dei genitori che chiamano il figlio Tino Schwierzina di continuare ad esercitare la patria potestà? Perché intitoli una strada a uno che è stato così sfigato da essere eletto sindaco di Berlino Est pochi mesi prima che cadesse il muro e venisse eliminata la figura del sindaco di Berlino Est? Cosa sarebbe, un premio di consolazione? Non potevate mettergli un bell’epitaffio sulla tomba, aggiungendo qualche riga in più alla sua miserissima pagina di Wikipedia?

Non si fa, ragazzi, non si fa. Cioè, mettiamo che io domani torno a casa, voglio andare a via Lenin e scopro che via Lenin non c’è più (sì, a Genzano abbiamo via Lenin, problemi?). Come la mettiamo? Cosa faccio? Chi risolve la mia tragedia personale? In un mondo in cui crolla ogni certezza non potete mettervi a cambiare anche i nomi delle strade. I cartelli sono importanti. Secondo voi perché gli altoatesini si scannano da dieci anni per i cartelli bilingue? Perché sono pazzi? (sì)

Quando schiatta uno che in vita era importante, il comune non vede l’ora di intitolargli una strada. Io mi vedo già la scena di Durni che crepa, Scanzi che scrive “era solare, era vero, era pazzo” dal suo blog sul Fatto Quotidiano e il sindaco di Bolzano che trasforma i portici in Via Louis Durnwalder. Che paura. Che mondo triste.

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Pareti e ricordi

Giovedì, alla stazione di Pankow, ho incontrato Eleni; o almeno, mi sembra si chiamasse Eleni. Ma era lei. Ci eravamo conosciute quest’estate in una piccola casa sulla Breite Straße, con una stanza piena di mobili in legno e una cucina minuscola con le lucine di Natale. Abbiamo parlato una mezz’ora scarsa, giusto il tempo di capire che eravamo un po’ agli antipodi. Ma ricordo benissimo quel pomeriggio di luglio, il suo vestito viola con i fiori rossi, e la finestra con la stella di Natale da cui si vedeva il Bürgerpark Pankow. Ho deciso di farci un giro, perché non ci vado mai.

Giovedì era festa, il cielo era grigio, ma c’erano tantissimi bambini che giocavano nei prati; c’erano anche un sacco di cani, e si rincorrevano. I ciliegi non erano più in fiore, ma nel piccolo portico con le sedie bianche c’erano le rose rosse e un gruppo di vecchietti che fissavano il vuoto. Un ragazzo leggeva il giornale.

Dal ponticello alla fine del Bürgerpark Pankow si vede un prato, il fiume e una specie di fattoria con due asinelli; giovedì dei ragazzini si erano tolti le scarpe per bagnare i piedi nel fiume. Faceva freddo, era grigio, e la scena sembrava estremamente poetica. Una bambina sedeva concentrata e raccoglieva margherite.

Ho camminato per dei vicoli pieni di palazzi rosa e bianchi, antichi ed eleganti. Ho camminato senza incontrare nessuno, poi sono finita sulla Florastraße. La frutteria della signora che mi ha spiegato cosa è il quark era chiusa. Ma c’erano diversi bar aperti, vuoti e un po’ malinconici. Il giorno in cui avevo visto la casa di Eleni c’era la festa di Florastraße, con una valanga di fanciulli biondi che vendevano limonate. Come nei film americani. Quel giorno c’era un palco su cui ballavano delle ragazze che frequentano la scuola di danza con le tende rosse all’entrata del  Bürgerpark Pankow; ballavano il valzer dei fiori di Tchaikovsky con dei tutù lunghi sui toni del verde scuro.

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Orchidee

Da bambina mi ruppi una gamba correndo fuori da una sala di danza; ero rimasta immobile per un mese, e in quel mese pensavo a cose tristi e all’eternità. Poco prima di cadere ero stata a San Paolo fuori le Mura e mi ero sentita soffocare da una bellezza troppo grande che si burlava di me, piccolo esserino senza significato. Mentre ero immobilizzata pensavo a quella chiesa piena d’oro, con i ritratti dei papi alle pareti, e sognavo di camminare lungo la navata, cadere e rompermi una gamba.

Siccome non potevo muovermi, veniva a farmi compagnia la mia vicina di casa. Era una vecchietta che ora è morta, che conosceva le storie di tutti e parlava sempre; quando andavamo in vacanza, innaffiava le piante di mia madre e a volte mia madre si lamentava perché le faceva morire. Mi raccontava che bisogna imparare a curare i fiori, e che una donna che non sa curare fiori non sa tenersi un uomo.

Io sono capace di far morire sei gerani in una settimana, e temo questa frase descriva pienamente la mia vita sentimentale.

Non prendo mai piante di alcun tipo, perché ho il terrore di farle morire. Perché so che moriranno, che mi sentirò in colpa e non potrò farci nulla.

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Fiumi, tetti, cittadelle

Poco fa ho pensato che volevo comprare un blazer, e che dovevo andare da H&M per comprare un blazer. Poco fa, però, ho perso il tram per un soffio, e ho pensato, non so perché, che volevo andare in Belgio.

Di me che ero in Belgio non sa niente nessuno. Racconto sempre a tutti di quando vivevo lì; racconto sempre a tutti che non mi piaceva. Però non so, è una cosa strana, perché lì, fisicamente, non è venuto a trovarmi nessuno che facesse parte della mia quotidianità o della mia vecchia vita. E lì, una volta partita, non sono mai tornata. Non sono mai tornata come ero prima.

Non so perché, ma certe volte ho come l’impressione di avere nostalgia di quel posto che ho odiato. Certe volte vorrei tornarci, anche solo per poter dire che ci sono stata davvero, che ha fatto parte del mio vissuto e non è stata una parentesi nel nulla che ha mandato in frantumi quello che c’era prima e dato un’impronta terribile a quello che c’era dopo. La Simona che era lì non esiste più e forse non l’ha conosciuta nessuno. Questa cosa mi fa paura.

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Fior di Zucchero

Questo è un post che chi non ha mai vissuto all’estero non capirà. Questo è un post che tante persone che vivono all’estero non capiranno. Questo è un post che forse attirerà degli insulti, ma abbiate pietà e non giudicate.

L’origine del misfatto risale ad un periodo non troppo lontano, in cui vivevo con Cristina a Bolzano e ci cibavamo esclusivamente di una serie di cose noiose. La nostra dieta abituale, basata su zucchine, toast, spinaci surgelati, ceci in scatola e formaggino Milky del Despar, era interrotta di tanto in tanto dall’avvento di beni di lusso come i pomodori secchi e i carciofini sott’olio. Che essendo appunto beni di lusso, venivano celebrati con gioia. Specie in quell’orrendo periodo in cui raccontavamo tristemente di essere sotto tesi.

Ecco, io di quelle cene in cui comparivano pomodori secchi e carciofini sott’olio serbo uno splendido ricordo. E i ricordi sono importanti, ça va sans dire. Specie quando siamo fragili. Immaginate quindi non aver dormito bene la notte e di esservi svegliati alle otto meno dieci grazie alle martellate di vicini di casa che hanno verosimilmente deciso di trasformare il loro salotto in una pinacoteca:  l’apparizione del volantino del LIDL che annuncia sconti su pomodori secchi e carciofini sott’olio non vi sembrerebbe un segno del destino che dice “Ma chissenefrega della nazionalità e dell’orientamento politico del signor LIDL, spendi venti euro in scorte di verdure sott’olio e pomodori secchi?”

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Il mio quasi anno a Berlino

Proprio oggi pensavo che tra qualche mese compirò finalmente un anno di permanenza qui. A volte mi sembra di essere arrivata ieri; altre volte conto le Monatskarten accumulate e mi chiedo come sia possibile che io regali soldi alla BVG da così poco tempo, quando potrei tranquillamente affermare di essere qui da sempre.

In questi giorni sono bloccata a casa con un piede inabile, e spesso la noia mi assale, portandomi a fare cose che normalmente non farei mai (contare quante volte al giorno tal vicino esce dal portone, guardare la colonna destra di Repubblica, aprire il blog della Ferragni per poi richiuderlo, mettere a posto cose che non ho mai messo a posto). Per questo ho tentato di far fruttare la mia inattività sistemando vecchi oggetti senza senso che richiamano ricordi di mesi, tra alti e bassi, bellissimi.

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