Il giorno dopo l’ultimo giorno di scuola

Oggi è il mio primo giorno di vacanza: mi sono svegliata alle sei perché faceva caldo, non riuscivo a dormire e qualcuno aveva deciso di percorrere qualche chilometro di Tuscolana suonando il clacson senza soluzione di continuità. Mentre gattaccio si esibiva nel suo numero preferito (grattare le porte e miagolare in modo fastidioso solo per farsi aprire – gattaccio percepisce le mie vibrazioni “sono sveglia e odio il mondo” anche a distanza – gattaccio ha una fanbase e questo blog me lo ha rivelato: io non ho alcun fiuto per gli affari e in questi mesi potevo farci i soldi), mi sono concentrata sui rumori della strada e ho pensato per la prima volta ai miei ultimi due anni trascorsi a Roma.

Sembrerà assurdo eppure io, la donna delle elucubrazioni mentali che nel suo piccolo cervello trasforma in un romanzo ogni singolo avvenimento, non ho mai avuto tempo di riflettere sulla mia vita di giovane adulta nella capitale. Nella città da cui fuggivo, dove mai e poi mai avrei voluto rimettere piede a 18 anni; è stato tutto molto strano. Mi sono trasferita qui in fretta e furia, quasi senza rendermene conto; nei weekend, in genere, cercavo la fuga e non ho mai provato davvero a costruirmi una nuova vita qui (forse perché avevo già degli amici e non volevo fare troppa fatica?).

Non ho mai ambito a trasferirmi a Roma: sono una ragazza di provincia che l’ha sempre guardata da lontano, un po’ ammirata, un po’ schifata. Mi piacciono i centri piccoli, se proprio, le grandi metropoli organizzate bene, cosmopolite e piene di cose: non che Roma non sia piena di cose. Ma per scovarle devi faticare tantissimo e io non ne ho mai avuto troppa voglia. Continuo a sentirla un po’ estranea, continuo a sentirmici “temporanea e in prestito”; la vedo ancora come una zia lontana, invadente e un po’ cialtrona, che devo andare a trovare per spirito di cortesia.

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Ma nun sann’ ‘a verità

Ogni mattina, a Roma, incontro – forse dovrei dire “mi scontro con ” – decine di turisti stranieri che affollano la metro A. Si lamentano. Perché siamo stipati come sardine; perché gli autobus non passano. Perché c’è uno che allunga le mani. Perché li hanno fregati al ristorante.

“Bella eh…”, li senti dire. “Ma come fate a vivere così tutti i giorni”, mi ha chiesto una ragazza di Barcellona; e un ragazzo di Parigi. E due signori di Norimberga. E dei vecchietti giapponesi. Quando i ragazzini senza casco sfrecciano sui motorini portandosi dietro la nonna, o il fratellino -sempre senza casco- pensi che forse, il tedesco lì davanti potrebbe avere un mancamento.

E invece sono lì – i turisti – su un trenino buffo, a fare video di un tizio affacciato al balcone che canta per loro “tu vuoi fa l’americano”. Lo intravedi, lassù, tra bottiglie di limoncello e pacchi di taralli, mentre la folla si muove e i motorini – senza casco – ti superano strombazzando. Per me Napoli ha sempre avuto una specie di magia.

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On se dit qu’à 20 ans on est le roi du monde

Volevamo andare al cinema, una sera, per vedere un film francese – Piccole bugie tra amici. Lo davano a Bolzano,  al Capitol, sala 2. Ore 20:15.

So dirlo con precisione perché ce l’ho, quel biglietto, attaccato in camera, su una bacheca. Il film al Capitol – sala 2 – quella sera non c’era e ce ne era un’altro – in sala 2 – ambientato in Russia. Sulla cultura Merja. Silent Souls, due persone in macchina, che attraversano la Russia, per seppellire una persona, secondo la tradizione, “facendo il fumo”, parlando di quella persona, dei ricordi , perché non muoia mai, perché sopravviva –  l’amore.

Con loro – in macchina – c’erano due uccellini in gabbia.

Alla fine del film eravamo contente, quasi più contente, di aver visto quello, non il film che avevamo scelto all’inizio.

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Don’t throw the baby out with the bathwater

Quanto è triste che non fanno più Blu Notte su una scala da uno a me che penso che non ricordo niente di interi anni della mia vita?

Qualche settimana fa, al cinema, ho visto “Inside out” e ora non riesco a darmi pace perché temo di aver rimosso amici reali e immaginari, spingendoli nel mare magnum del dimenticatoio insieme alle nozioni di diritto dell’Unione Europea.

All’università ho studiato diritto dell’Unione Europea con un professore bravo che non sapeva l’inglese. Ci diceva don’t throw the baby out with the bathwater e i tedeschi lo prendevano in giro – e lo prendevamo in giro anche noi. Invece poi ho scoperto che quest’espressione esiste davvero, ha una pagina di Wikipedia e non è un proverbio siciliano. Viene dal tedesco.

Il fatto che dicesse “don’t throw out the baby with the hot water” , in fondo, è un dettaglio marginale, e io non voglio fare polemica.

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La vita è come una maratona tv di Mentana

Succede che un giorno, per andare al lavoro, ci metti un’ora invece che due. Succede che un tempo non facevi nulla e che all’improvviso hai cose da fare.

Succede di girare per le vie del paesello, e di vedere un posto che non avevi mai visto. Di scoprire che è bellissimo, di entrarci gratis, di scattare foto e sentirti felice.

Succede che c’è il sole, che ascolti una guida, che ricordi cose che studiavi alle elementari.

Succede che tuo fratello scrive una tesi di laurea e aveva dieci anni due giorni fa.

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Did I tell you?

Certi fatti te li ricordi bene, altri invece per niente. Forrest Gump è il film che ho visto più volte in tutta la mia vita.

Da piccola mi permettevano di restare sveglia fino a mezzanotte solo quando c’era Via col vento in tv, perché mi esaltavo tantissimo e impedivo all’intera famiglia di vivere se mi avessero mandata a letto prima di sapere che domani è un altro giorno.

A volte, di notte, volevo alzarmi per finire i libri che leggevo, poi ero troppo pigra e stavo a letto inventando storie strampalate che dimenticavo.

La cosa che più mi piaceva di Berlino era l’abbondanza di bancarelle con libri usati a meno di due euro. Il primo libro che ho letto in tedesco era un libro italiano tradotto in tedesco.

Il primo libro che ho letto in francese è “Le vieux qui lisait des romans d’amour“, che altro non è che Sepulveda tradotto. Sepulveda venne a parlare all’università di Bolzano. La sera prima c’era stata una festa ma noi ci andammo comunque. In aula magna non c’era tantissima gente. Da Oliviero Toscani, invece, i posti erano tutti occupati.

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Home is where… (the fastest internet is)

La cameretta di quando ero bambina aveva il soffitto cosparso di adesivi a forma di stelle fosforescenti. Suppongo  le avessero attaccate i miei e suppongo di aver pianto segretamente quando le staccarono per riverniciare i muri. Da piccola avevo tantissimi problemi di insonnia, dividevo la stanza con mio fratello e inventavo storie guardando quelle stelle che sorridevano e facevano occhiolini.

La cameretta di quando ero bambina è stata la stessa per più di quindici anni: avevamo un armadio colorato, un divano letto, una scrivania enorme e una portafinestra che dava sul balcone. Si entrava da un corridoio lunghissimo in cui i miei gatti correvano come pazzi. Il salotto era bianco e nero e per qualche strano scherzo del destino, faccio fatica a ricordare la cucina.

Ebbi una stanza tutta per me quando ero già in quinta ginnasio. Nell’anno in cui ristrutturammo casa, l’Italia vinse i mondiali e noi passammo l’estate nel paese dei miei nonni. La mia stanza di casa è piccolina e rettangolare; trabocca di cose che mi appartengono a stento. Ho i libri del periodo giovane intellettuale accanto ai libri di Harry Potter. Nella foto più recente in cui compaio, raggiungo a fatica i 18 anni. Nell’armadio conservo vestiti che non metto più. C’è un cassetto con una quarantina di racconti e bozze di libri di vario genere. C’è un ritratto di una me bambina.

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Vacanze di Natale inserire anno a piacere

Nel corso della mia vita ho sempre contato su un mazzetto di cinque o sei verità inossidabili: credevo nell’infallibilità della sessuologa di Cioé, sapevo che Woody Allen avrebbe fatto un film all’anno, ero convinta che prima o poi regina Betty avrebbe abdicato. Purtroppo, negli ultimi tempi, il mondo ha deciso che le cose stabili sono noiose e anni Novanta e che tutto può essere stravolto, a partire dai connotati e dall’orientamento sessuale di Ridge Forrester.

Ora che i papi hanno iniziato a dimettersi, ora che Peppe ci parla di direttorio, ora che a New York si fuma sigaro cubano, non resta che una e una sola certezza: le dinamiche del Natale nel segreto del cerchio familiare. Ancor prima di salire in macchina e cominciare la routine delle abbuffate sono già pronta a lanciare una serie di previsioni sul modo in cui si svolgeranno queste giornate, sicura che mai potrò essere smentita.

L’unica novità, purtroppo, sarà l’assenza di mio nonno: dovrò prepararmi a dire addio alle filippiche contro la sorella cui faceva causa periodicamente, rinunciando a scambiare sguardi d’intesa con mio fratello per ricordarci che un giorno “manterremmo tutti gli avvocati del circondario, scannandoci con foga per il possesso di un  muro”. A fare le sue veci, ci sarà per la prima volta la badante rumena di mia nonna, felicissima di essere in Italia perché “è la patria di Albano e Romina”. Stravede per me perché ho vissuto in Germania, riempie i barattoli di sottaceti improbabili e guarda le repliche di Carabinieri sul canale quattrocentoqualcosa del digitale terrestre. Spero si ubriachi e cominci a inneggiare al ritorno di un regime comunista.

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Raccontare la realtà per fotogrammi

Perché, in inglese, devo usare il maiuscolo per scrivere “io”?

A volte sbaglio e non so quanto sia grave. Quando firmo, a fine giornata, ho sempre la tentazione di usare il minuscolo.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

Mercoledì ero al cinema e ho visto un film in italiano. Il secondo in due settimane. Non entravo da due anni in un cinema italiano. A fine giugno ho visto – con Sanja e la mia prof di tedesco- Über ich und du, per poi finire a bere birra in un cortile interno che uguale ad un cortile di un altro cinema a Perugia.

Sanjia era un po’ ubriaca.

“Quando ero piccola hanno ucciso mio padre durante uno scontro, in piazza”. In Croazia. C’era la guerra. Sanjiia ha la mia età.

“Per favore, lasciatemi morire in questa trincea”

Quando è morto il nonno di Sanja guardavo L’albero degli zoccoli e non capivo cosa dicevano. Olmi è uno di quei registi capaci di togliermi il fiato. Sul divano di casa, in un cinema minuscolo di Perugia. Cinematografo.

Lo dice anche mia nonna.

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Ma dove credi di andare

Gli ultimi giorni di questa settimana mi sono guizzati tra le dita con una velocità e un’indolenza che normalmente non mi appartengono. Tutto è stato dolce, pigro, senza scossoni, lento eppure rapidissimo, perché oggi è già domenica e a me sembra ieri che scrivevo post sui marmocchi teutonici e invece era mercoledì.

Il cielo è stranissimo, fa tanto caldo. Il sole appare e scompare, lasciando il posto, talvolta, a una pioggerellina annoiata che mi ricorda il Belgio. Penso tantissimo al Belgio, perché ho ritrovato un racconto cominciato a Namur e non vedevo l’ora di finirlo, però non so, è come se mi mancasse l’ispirazione, come se il ricordo fosse troppo sbiadito e non suonasse autentico.

Eppure le ho fatte, quelle passeggiate sulla Cittadella, ci sono stata a prendere la cioccolata prima di partire, sotto un acquazzone, con una valigia gigante e la commessa che diceva ” vous êtes bien chargée mademoiselle”. Devo tornare a Namur.

Ieri pomeriggio ho fatto un giro a Neukölln, cercando un negozio vintage che dicevano era bello e che a me non è piaciuto; poi ho camminato a caso e ad un certo punto, davanti ai miei occhi, si è materializzata una mappa del quartiere, in un groviglio di strade ordinate che non avevo mai capito.

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