Principles of Economics – la patente a punti dell’uomo della strada

“Tre naufraghi – un economista, un ingegnere e un fisico – si trovano su un’isola deserta con una lattina di fagioli, senza apriscatole. Si chiedono in che modo potrebbero aprirla. Ingegnere: colpiamo la lattina con un sasso. Fisico: accendiamo un fuoco per scaldare la lattina, aumentare la pressione esterna e farla esplodere. Economista: ipotizziamo di avere un apriscatole …”

La mia primissima lezione di Economia si svolse nell’aula parva magna della Libera Università di Bolzano. L’uomo alla cattedra sarebbe diventato il mio relatore di laurea due anni e mezzo dopo. Ho promesso che chiamerò mio figlio col suo nome. Quindi Alfred. Ma io non avrò un figlio. O almeno spero.

Quello che sarebbe diventato il mio relatore ci traumatizzò per sempre con un mid-term che se ci penso oggi ho ancora gli incubi; se non ci fosse stato quel mid-term, però, non mi sarei mai appassionata all’economia. Mai. Una volta, in aula, due altoatesini si misero a parlare tra loro, a voce piuttosto alta; lui bloccò la lezione, si avvicinò ed esordì con un

-Do you have questions?

-No

-Do you have answers?

-No

-So, please, shut up!

Qualche giorno dopo incontrammo il suo assistente, un bocconiano con gli stivali da cowboy soprannominato stivali tauri, che non smetteva mai di masticare chewing gum. Scoprimmo l’esistenza dei suoi due cani, protagonisti di qualunque esempio atto a spiegare una teoria economica; al terzo anno, purtroppo, uno dei due venne a mancare, e rimase solo il cagnone gigantesco che trascinava all’Unibar la dog sitter (RIP secondo cane di Alfredo, vai ad insegnare agli angeli a provocare externalities negative distruggendo le piante di Antonio, vicino di casa napoletano patito di lirica).

Continua a leggere

I tedeschi non sono razionali

L’ultima volta che sono tornata a casa ho riordinato i cassetti della mia stanza, e dal caos imperante è riemerso un quadernino fucsia custode delle prime 70 pagine di un romanzo storico ambientato in Russia che la sottoscritta aveva iniziato a quindici anni. Accanto a nomi presi in prestito dai grandi e a paroloni forbiti di altri tempi, campeggiavano ovunque dei pochi lusinghieri che col K, che affiancavano baldanzosi i cmq e i xsino.

Questo mirabile contrasto è quanto di meglio mi riesce immaginare per descrivere il mio stato d’animo di fronte a certi comportamenti dei Tedeschi, popolo simbolo della logica e della razionalità. Sapete tutte quelle storie che li vorrebbero quadrati (Praktisch. Gut.) e organizzatissimi, l’esatto opposto di noi latini che rotoliamo tondi nei video del Goethe-Institut?

Ecco, se passate a Berlino un tempo sufficiente, vi accorgerete che queste chiacchiere da bar non sono che dei vili gomplotti orditi dagli stessi media che vogliono farci credere che le sirene non esistono e che l’uomo è arrivato sulla luna; e siccome il mondo dovrebbe sapere come stanno le cose, ho deciso di elencare un paio di prove scientifiche che ci faranno rivedere le nostre posizioni sui campioni del mondo.

Perché qua, gente, le cose sono due: o i tedeschi non sono davvero così razionali, o i berlinesi non sono tedeschi; e se non siete d’accordo con me, allora spiegatemi cosa c’è di logico in una città che non sa assegnare ai palazzi i numeri civici seguendo un criterio qualsiasi, che sono tutta orecchie.

Continua a leggere