Ero in cucina, di pomeriggio, giocavo con qualcosa seduta al tavolo; ero in cucina, nella mia vecchia casa, quando non avevamo ancora fatto i lavori. Dovevo avere cinque o sei anni. Giocavo con qualcosa, seduta al tavolo bianco, e ad un certo punto si aprì una porta, e delle persone iniziarono a piangere.
“Credo che il signor vicino di casa sia morto”, disse mia madre. Chiamò la signora di sotto per averne la conferma.
Quel giorno, per la prima volta, capii cosa significasse morire. Il signor vicino di casa era malato da anni, e la moglie, che innaffiava i fiori di mia madre quando eravamo in vacanza, gli dava da mangiare sul balcone.
Prima di allora, non riuscivo a cogliere fino in fondo il significato della morte ed è da quel giorno che quando mi sento in colpa, sogno la morte di mio fratello perché, lo dice Freud, il mio subconscio mi punisce per aver desiderato la sua morte quando ero troppo piccola e gelosa e non afferravo il concetto di eternità.
Quando morì un cugino di mio padre, che aveva una figlia che giocava sempre con me, non ero ancora in grado di capire, e chiesi a mia nonna cosa dovessi dirle quando sarebbe venuta a giocare con me.