Scatoloni

“Non mangerò più la pizza di mia madre una volta a settimana”.

Era un mercoledì di settembre. Impacchettavo cose. Vidi la mamma, che impastava la pizza, e in quel momento realizzai davvero che mi stavo trasferendo. Avrei  iniziato una vita nuova. Avrei spezzato una catena di abitudini. E io ci ero affezionata, a certe abitudini.

Mi sentivo un poco stupida, ma mi veniva da piangere. Era come concentrare l’immensità del cambiamento in una cosa minuscola. Una cosa che accadeva sempre, che sarebbe continuata anche senza di me.

Infilai una radio nello scatolone. Non l’ho più ascoltata, la radio, negli anni di università.

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Lavanderie a gettoni

Ieri mattina sono andata a lavare i piumoni in una lavanderia a gettoni che c’è qui vicino. Negli scorsi giorni ero andata a dare uno sguardo alla lavanderia a gettoni su corso Garibaldi, per capire quale delle due avesse i prezzi più bassi.

Percorrendo corso Garibaldi, si arriva ai vecchi lavatoi pubblici di Perugia, che ora sembrano solo un giardinetto chiuso da un cancello. Due anni fa ero andata in quella zona per provare la telecamera e mi erano rimaste in memoria una decina di foto salvate in JPEG. Per qualche motivo che tuttora ignoro, sono rimaste sul mio desktop.

Fare una lavatrice, a Perugia, costa cinque gettoni. Ogni gettone vale un euro.

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Sette mesi in sette foto

Il mio cellulare non sa fare le foto. Ma soprattutto, non supporta lo zoom. Uno strazio. Se gli gira (molto) bene, è in grado di inventarsi una sorta di white balance. Perdendoci sei ore e mezza, si regolano ISO e diaframma (ahahah). Potete chiedergli un balletto, una riverenza; lo zoom no.

Però ogni tanto, se non ho altro sotto mano, lo uso comunque. In realtà con celli faccio un sacco di foto, perché le voglio tenere lì, tutte in memoria, per vedere quando è successo cosa.

E anche perché, nonostante tutti i propositi, non ho ancora comprato una macchina fotografica seria. A volte uso quella di Francesco e passarsi le foto è uno stress.

Questo è il 2016 secondo la memoria del mio telefono.

Su per giù, potrei anche dire che è abbastanza completo. Su per giù

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Di fine, di inizio

Ci sono frasi che ti cambiano la vita.

“Comici domani”, “Non ti possiamo assumere”, “Ti amo”, “Devi cambiare casa”.  “Con i poteri conferitimi dalla legge la proclamo dottoressa in Economia e Scienze Sociali”. “We very much enjoyed speaking to you and think that you would be a great match for our  team”.

“Con i più vivi complimenti Le comunico che è stato/a ammesso/a a partecipare al dodicesimo Corso biennale 2014-2016 in Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia”. 

Quando entro in una nuova fase vivo in un mix di entusiasmo e paura, che mi fa saltellare in tondo e mi paralizza le gambe. Tutto insieme. Da bambina piangevo sempre per la fine delle cose. Ho pianto all’asilo, alle elementari, in terza media, anche se odiavo tutto. Ho pianto passando dai Lupetti al Reparto, dal Reparto al clan, all’ultima route, durante  i passaggi del primo branco in cui facevo servizio.

Piangevo alla fine dei saggi di danza, alla fine delle vacanze, alla fine dei libri che mi piacevano tanto. Forse ho pianto anche al liceo, non lo ricordo bene. Poi, vorticosamente, ho iniziato a cambiare posti, amici, affetti, stanze, mobili, cose che mi piacevano. Mia madre mi chiedeva “quanto hai pianto dopo la laurea” e non avevo pianto per niente. Mi stavo abituando all’idea che alla fine di ogni fase ne inizia un’altra che può essere più bella. Che la fine è una chiusa doverosa, vuol dire che è ora di impegnarsi in qualcosa di nuovo.

Penso che questo significhi crescere. 

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On se dit qu’à 20 ans on est le roi du monde

Volevamo andare al cinema, una sera, per vedere un film francese – Piccole bugie tra amici. Lo davano a Bolzano,  al Capitol, sala 2. Ore 20:15.

So dirlo con precisione perché ce l’ho, quel biglietto, attaccato in camera, su una bacheca. Il film al Capitol – sala 2 – quella sera non c’era e ce ne era un’altro – in sala 2 – ambientato in Russia. Sulla cultura Merja. Silent Souls, due persone in macchina, che attraversano la Russia, per seppellire una persona, secondo la tradizione, “facendo il fumo”, parlando di quella persona, dei ricordi , perché non muoia mai, perché sopravviva –  l’amore.

Con loro – in macchina – c’erano due uccellini in gabbia.

Alla fine del film eravamo contente, quasi più contente, di aver visto quello, non il film che avevamo scelto all’inizio.

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La vita è come una maratona tv di Mentana

Succede che un giorno, per andare al lavoro, ci metti un’ora invece che due. Succede che un tempo non facevi nulla e che all’improvviso hai cose da fare.

Succede di girare per le vie del paesello, e di vedere un posto che non avevi mai visto. Di scoprire che è bellissimo, di entrarci gratis, di scattare foto e sentirti felice.

Succede che c’è il sole, che ascolti una guida, che ricordi cose che studiavi alle elementari.

Succede che tuo fratello scrive una tesi di laurea e aveva dieci anni due giorni fa.

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Un anno fa

Vi ricordate di me, lo scorso anno? Era il 25 aprile, o giù di lì, vivevo ancora a Berlino e me ne ero andata a Pavia per l’esame del Test Daf. Una storia buffissima, perché quell’esame volevo farlo in Germania, ma era stato impossibile e  mi ridussi a vagare in Lombardia per tutto il periodo delle vacanze di Pasqua.

Ero ospite di Irene e passai con lei dei giorni bellissimi. Tornando a casa mi innamorai dell’Italia, su un Intercity troppo lento. Scrissi un post, questo qui, che è uno dei più letti sul mio blog. Ed è forse quello a cui sono più affezionata.

Dicevo, ad un tratto, che volevo andare in Umbria; non sapevo che in sei mesi ci sarei finita a vivere. A quei tempi Perugia non era che un nome, l’inizio della Marcia della Pace, la Città della Domenica e la meta delle gite durante le colonie. Da piccola mi mandavano in colonia con la Telecom e una volta ad un campetto tematico sul tennis. Non avevo mai toccato una racchetta, ma dopo tre settimane di allenamenti mi iscrissi a una scuola a casa mia.

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Lo spiegone

Non so se lo avete notato, ma ultimamente mi capita spesso di abbandonarvi per settimane senza dare segnali di vita. Poco prima delle vacanze di Natale avevo promesso 15 post in poco meno di 20 giorni e sì, non ci credeva nessuno, però mi è dispiaciuto non arrivare neanche a-che so- un 7, un 8. Parliamo del mio blog, in fondo, ci approda gente cercando “la casa del nonno di Heidi è a Bolzano”, “Agnese Renzi va al mercato”, “era solare, era vero, era pazzo”, “blu notte chi lo conduce”.

Qui si rischia di rankare per la parola “scie chimiche” quindi ecco, mi sembra il caso di tornare a rimpolpare queste pagine, per farvi compagnia con i miei splendidi deliri. In questi giorni sono stata provvidenzialmente attaccata da un virus che mi ha costretta a letto con un turbante attorno alla testa, realizzato seguendo fedelmente i tutorial su youtube dei terroristi dell’Isis di giovani arabe bellissime e devote.

Ho passato ore a fissare il soffitto, a commentare le dirette di Mentana con me stessa, perché non potevo parlare, a prendere nota del fatto che tutti gli inviati dei telegiornali italiani girano con il piumino e che non ha senso che il mio professore di giornalismo televisivo ci obblighi a indossare cappottini per fare gli stand up.

Bevevo tè verde del pam a 99 centesimi con miele al mandarino überbio comprato per una cifra folle da un apicoltore di Assisi che si sentiva una divinità; e sì, lo so, sono scema, ma io mi lascio abbindolare sempre dai venditori di miele bio. Anche se non dovrei. Quando ero abbastanza lucida per fissare uno schermo, scrivevo post per inchiostro simpatico.

Ne ho scritti sette. Sette. Lo giuro. E continuo a cancellarli. Perché non so, ho paura che nel mentre vi siate dimenticati di me, vi aspettiate una cascata di novità, che ho fatto i soldi, sono in giro per il mondo, sono diventata presidente della repubblica, ho comprato un’isola, mi sono sposata, sono stata rapita dai rettiliani, ho scelto le musiche del video per il ritorno alla lira del movimento 5 stelle.

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Un uomo si lamenta ad alta voce del governo e della polizia

Sono tre notti che sogno una guerra e mi sveglio di soprassalto col cuore che mi batte; sono tre notti che sogno di fare delle cose bellissime in clandestinità. Dovevo prendere un aereo per andare a Berlino; dovevo finire di scrivere un libro; dovevo leggere poesie ad un gruppo di persone. Al buio, in cantina, con la paura di essere colpiti. Da una bomba, da guerriglieri che bussano di porta in porta.

Io che scrivo su un cartellone giallo “Ritornava una rondine al tetto, l’uccisero, cadde tra spini”; un colpo di arma da fuoco. Io che esco, per andare in aeroporto e vedo persone morte per strada. Io che tento di arrivare a fine pagina e non posso, sono venuti a portarmi via, dobbiamo scappare.

La verità è che mi sto accorgendo che ci sono persone che condizionano la mia vita con il loro giudicarla. E non hanno nessun diritto di farlo. Io però li temo e mi nascondo, e nascondo le mie scelte. Oppure li ascolto e penso per qualche secondo di aver sbagliato tutto. E non è giusto, perché non ho sbagliato nulla, perché non devo vergognarmi di non essere l’amica, la persona che vorrebbero. Una cosa tossica di cui credevo di essermi liberata e invece no.

You wake up and you can’t pretend a dream was just a dream again

Sto bene, sto benissimo, sono felice, succedono troppe cose belle perché io non possa esserlo. E a volte succedono cose brutte e oscurano questo sole e uno pensa che l’autunno finisce e torneranno i prati, invece anche nel momento migliore le spine sotto pelle fanno male. Vorrei pensare solo a quanto di splendido mi sta succedendo, concentrarmi sulle novità, essere fiera di me stessa, tornare a scrivere cose ironiche e divertenti qui sul blog e invece appena ho un momento in cui il mio cervello non è occupato, bussano i fantasmi.

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Raccontare la realtà per fotogrammi

Perché, in inglese, devo usare il maiuscolo per scrivere “io”?

A volte sbaglio e non so quanto sia grave. Quando firmo, a fine giornata, ho sempre la tentazione di usare il minuscolo.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

Mercoledì ero al cinema e ho visto un film in italiano. Il secondo in due settimane. Non entravo da due anni in un cinema italiano. A fine giugno ho visto – con Sanja e la mia prof di tedesco- Über ich und du, per poi finire a bere birra in un cortile interno che uguale ad un cortile di un altro cinema a Perugia.

Sanjia era un po’ ubriaca.

“Quando ero piccola hanno ucciso mio padre durante uno scontro, in piazza”. In Croazia. C’era la guerra. Sanjiia ha la mia età.

“Per favore, lasciatemi morire in questa trincea”

Quando è morto il nonno di Sanja guardavo L’albero degli zoccoli e non capivo cosa dicevano. Olmi è uno di quei registi capaci di togliermi il fiato. Sul divano di casa, in un cinema minuscolo di Perugia. Cinematografo.

Lo dice anche mia nonna.

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