Don’t think you knew you were in my song

Lo scorso anno, in questi giorni, ero finita a sorpresa a Berlino. Una mattina mentre le mie amiche erano ancora a letto, sono uscita a fare una passeggiata per le strade in cui per mesi, passeggiavo ogni fine settimana. Pioveva, avevo una felpa blu gigante appartenuta un tempo a mio fratello. Mi sono fermata all’ingresso di un parco in cui in un pomeriggio di primavera avevo comprato a un mercatino una copia stropicciata del primo, sconosciutissimo romanzo che ho finito di leggere per intero in tedesco – Sartre oder zungenkuss. 

Me ne stavo a testa in su, a pensare alla casa in cui alloggiavamo, che sarebbe potuta essere la mia casa, se fossi rimasta lì, che sarebbe potuta essere la mia vita, se avessi scelto un’altra vita.

E mentre fissavo quella pioggia sottile, quel cielo grigio, gli alberi alti da cui spuntava la Wasserturm, ho fatto un respiro lunghissimo e ho capito che no, Berlino non era l’amore della mia vita. L’ho ringraziata, le ho quasi chiesto scusa per esserne stata tanto ossessionata; e ho come avuto l’impressione che ci stessimo salutando, in quel mattino di agosto, dopo tanti anni. Un addio composto, commovente ma non straziante. Un saluto da adulte. Da ci saremo sempre, ma adesso basta. Non sono la soluzione. Non sono la risposta alle tue paure. Smetti di venerare il passato.

Sono tornata dalle mie amiche leggera, come se mi fossi tolta un peso, e ho pensato – con tutta la forza che avevo – “il prossimo anno voglio andare a Mosca”.

Continua a leggere

Ma sono mille papaveri rossi

È arrivata la primavera, a Roma. C’è un bel sole caldo, una luce stupenda e io non so mai come vestirmi. Lo scorso anno, in questo periodo, ho cominciato a tornare a casa facendo un tratto di strada a piedi. Prendevo la metro a Spagna, a volte arrivavo fino a San Giovanni; cercavo di godermi il vento della sera, gli ultimi raggi di sole sulle facciate dei palazzi, le ondine sul Tevere, il vociare dei turisti.

Mi facevo un regalo, cercavo di staccare il cervello almeno per un’ora. Per un paio di mesi quella passeggiata è stata l’unica ricompensa che mi sono concessa.

Ero in treno, poco fa, e mi sentivo in colpa. Mi ero portata un hard disk carico di lavoro da fare. Non sono riuscita a fare tutto quello che volevo. “Mi sono fermata troppo e sono ancora stanca. Potevo dormire un’ora di meno, dovevo scrivere una pagina in più”.

È incredibile pensare che proprio oggi, a pranzo, discutevamo del perché si festeggia il primo maggio e che di fronte a quelle frasi di una pagina di Wikipedia mi sono quasi vergognata. La gente si è fatta ammazzare, perché potessimo lavorare otto ore al giorno. Certe volte di ore ne lavoro  più di dodici, e sembra io debba farmene quasi un vanto.

Continua a leggere

Sette mesi in sette foto

Il mio cellulare non sa fare le foto. Ma soprattutto, non supporta lo zoom. Uno strazio. Se gli gira (molto) bene, è in grado di inventarsi una sorta di white balance. Perdendoci sei ore e mezza, si regolano ISO e diaframma (ahahah). Potete chiedergli un balletto, una riverenza; lo zoom no.

Però ogni tanto, se non ho altro sotto mano, lo uso comunque. In realtà con celli faccio un sacco di foto, perché le voglio tenere lì, tutte in memoria, per vedere quando è successo cosa.

E anche perché, nonostante tutti i propositi, non ho ancora comprato una macchina fotografica seria. A volte uso quella di Francesco e passarsi le foto è uno stress.

Questo è il 2016 secondo la memoria del mio telefono.

Su per giù, potrei anche dire che è abbastanza completo. Su per giù

Continua a leggere