Addio, ciao ciao, auf wiedersehen, goodbye (un post rompighiaccio)

Da una settimana a questa parte racconto più volte al giorno di aver studiato a Bolzano. Un professore mi ha fatto i complimenti perché “parlo benissimo l’italiano”. Gli ho confermato che sono italiana, ha sgranato tanto d’occhi e se ne è uscito con un “lei non è altoatesina e ha vissuto in Alto Adige?”. Sarebbe Italia, comunque. Lo ricordo anche ai signori di Uni-Assist che non volevano guardare la mia Bewerbung perché non mi ero laureata fuori dalla Germania. Che poi scusate, al massimo direi che Bolzano è Austria, che c’entra la Germania? Misteri.

E insomma, questa lunghissima premessa serviva per dire che una piccola parte di me è nata spiritualmente nella capanna del nonno di Heidi, con le caprette e la neve all’orizzonte.

La verità è che non ho mai sciato, ma gli scenari montani mi fanno impazzire.

Ci pensavo durante i miei ultimi giorni a Berlino,  mentre nella mia mente rimbombavano le vocine dei sette figli del barone Von Trapp. Ora, so che dovrei vergognarmi a rivelare questo segreto, ma io da bambina ho guardato Tutti insieme appassionatamente un numero di volte che non voglio conteggiare. So tutte le canzoncine a memoria. Ho creduto per anni che Edelweiss fosse l’inno austriaco. La mia concezione massima di divertimento è vagare su un prato vestita di tende ricamate in verde.

E quindi, mentre mi preparavo ad andarmene, continuavo a immaginarmi a capo della fila di ‘sti sette disgraziati, intenta a salutare dall’alto di una scala mentre da sotto il popolo tedesco sventolava fazzoletti cantando “Good byyyyyeeee” con voce straziante.

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Hic sunt leones

Qualche anno fa, proprio in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani. Mia madre era in ospedale perché dovevo nascere io e i dottori erano spesso irreperibili perché guardavano le partite. Io me li immagino troppo, i dottori dell’ospedale di Genzano che fingono di lavorare mentre tifano per tizio o caio. E mi immagino anche i padri di sfortunate bambine cui venne dato nome “Italia” in onore del grande evento; perché vi giuro, io di Italie ne ho conosciute almeno tre o quattro, nate più o meno nei miei stessi giorni. E se ci penso, smetto immediatamente di maledire i miei per avermi imposto la volgare imitazione italiana del nome francese che vorrei dare a una mia eventuale figlia sorella di Alfredo. Ma sto divagando.

Dicevamo che qualche anno fa, in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani: secondo wikipedia, quei mondiali li ha vinti la Germania Ovest. Non capisco bene il perché, in fondo il muro era già crollato. In fondo tanti altri siti dicono che li ha vinti la Germania e basta. Però mi fa stranissimo pensare che all’inizio della mia giovane vita si potesse nutrire ancora questo amletico dubbio; soprattutto sapendo che oggi, qualche anno dopo, sono seduta sul letto in Germania a leggere le offerte speciali per le nuove pizze create da Yellow Pizza in occasione del mondiale.

Per festeggiare insieme le vittorie teutoniche, si può ordinare una margherita con petto di pollo, cipolle, salame, formaggio greco e salsa barbeque. Volendo, a parte, si può aggiungere un po’ di burro. Ci sta bene. Lo dicono sul serio, eh! Tifare Germania deve essere un impegno totalizzante che coinvolga anche l’apparato digerente. Perché i tedeschi tifano un sacco, da tedeschi, ma tifano. L’altro giorno sono uscita da scuola e sono entrata da Rossmann a comprare lo shampoo e il commesso di Rossmann si affacciava ogni due per tre in direzione del bar di fronte per chiedere se la Germania avesse segnato.

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No, aspetta, chi me lo chiedeva? La retrospettiva che stavamo aspettando

La campagna elettorale è quella cosa che per un tot di settimane occupa prepotentemente tutti gli spazi pubblici. Popolari rotocalchi come “La Repubblica” o “Il corriere della sera” sono costretti ad accantonare momentaneamente questioni di vitale importanza quali la biografia di Dudù, il matrimonio casto di Valeria Marini e i rapporti di mafia nella società dei merli, per lasciare il campo a gente che mangia banane, condannati che giocano a canasta nelle case di riposo e comici invasati che ce l’hanno con il mondo. Chicco Mentana si trasferisce in pianta stabile nello studio di La Sette, la moglie lo insulta su Twitter e qualcuno ritira fuori interviste in cui l’attuale premier parlava ancora come la tartaruga Camilla di Alvaruccio.

Con tutta questa carne sul fuoco, è davvero un peccato scoprirsi lontani. Perché sì, la campagna elettorale c’è anche in Germania, ma il filo conduttore per le europee 2014 sembra essere la NOIAH. Bambini, cani, pace nel mondo, speranze per i giovani, democrazia, vedo la luce e l’ ammore. Era dall’ultima edizione di miss Italia che non si sentivano così tante banalità. Io capisco il voler contrastare l’odio generale nei confronti della Angela, però dai, un minimo di guizzo almeno dai Piraten me lo aspettavo: e invece no, neanche loro, la cosa più seria che hanno fatto è stata  sta roba sul manneken pis che ha la stessa vitalità di un programma di Marzullo.

Niente da fare, insomma, la vita è dura, e la sorte adora ricordarmi che essere connazionale del Trota non mi solleva dalla responsabilità di sopportare altre sfighe. Quindi faccio di necessità virtù e mi appassiono alle vicende italiche che non mancano di spunti per farsi due risate (versando copiose lacrime nel segreto dei nostri cuori).

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Trenitalia ti voglio bene

Questo che state leggendo voleva essere un post sarcastico dedicato alle ferrovie dello stato e ai loro fantastici esperti di marketing. Quel post lo scriverò un altro giorno. Oggi ho gli occhi e il cuore così pieni di bellezza che persino il mio lato ironico ha deciso di mettersi a tacere.

Quindi sarò banale e scontata, e in data 25 aprile, dedicherò qualche riga all’Italia. A quell’Italia che fino all’anno scorso attraversavo così spesso in treno, quando partivo da Roma e mi risvegliavo a Bolzano, cullata da libri, appunti, sogni, troppo distratta per cogliere la bellezza dei paesaggi. Li guardavo senza vederli, assorta in altre faccende, controllando ossessivamente l’orologio per cronometrare le ore, i minuti, i secondi che mi separavano dall’una o l’altra meta.

Il metro di tutto, per me, era Firenze. Quando arrivavo a Firenze da Bolzano, pensavo che finalmente potevo cominciare a sentirmi a casa. Quando lasciavo Roma e tornavo tra i monti, iniziavo a studiare solo dopo Firenze. La mia vita bolzanina dal capoluogo toscano in giù non esisteva. Era il luogo dell’infanzia, il luogo del “fuori dal tempo“. Un luogo che non potevo mischiare con la mia vita vera.

Quando quell’Intercity digievoluto in Frecciargento si fermava a Firenze io ero sempre sveglia; poi mi riaddormentavo. Era un traguardo simbolico. Il viaggio vero per me iniziava o finiva lì.

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