Liebes Tagebuch

In questi giorni il dio della pelle morbida mi odia più del solito, e ha deciso di vendicarsi di me perché non mi strucco mai. Il che, dal suo punto di vista, sarebbe anche del tutto comprensibile; solo che per torturarmi come si deve, ha stretto un’alleanza con il dio dell’insonnia. E qui si è dimostrato davvero crudele. Perché ora va bene tutto, ma non farmi dormire come si deve per tre settimane mi pare una roba di una cattiveria inaudita: un po’ di ombretto sugli occhi e mi ritrovo a Guantanamo. Che mondo ingiusto, amici miei!

Poiché io e il sonno non siamo mai andati d’accordo, ho sviluppato negli anni una certa abilità nell’inventare attività notturne che conciliassero l’appisolamento; posso assicurarvi, quindi, che se guardate video soporiferi per più di venticinque minuti, crollate sulla tastiera del computer con Youtube ancora acceso. Io purtroppo sono un caso grave, e l’altra sera sono rimasta sveglissima anche dopo un’ora di spezzoni di Italia-Costa Rica (probabilmente le scarpine fluo e le divise arancioni dei portieri sovraccaricano il mio cervello di stimoli, altrimenti non mi spiego il motivo di questa misera sconfitta).

Un’altra tattica infallibile consiste nell’aprire casella elettronica delle newsletter (dai, non ditemi che non ne avete una), e mettersi ad analizzare i profondi testi con cui le aziende ci martellano quotidianamente; io ricevo da anni le comunicazioni di un ufficio marketing che fa una sottospecie di corso stile “blogging for dummies“. Lo scorso mercoledì ho letto una loro email e ho scoperto  di essere una pessima blogger, fondamentalmente perché inchiostro simpatico non regala certezze ai suoi lettori.

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Distanze

Un giorno le mamme ci dissero che potevamo iniziare a tornare a casa da soli. Finivamo la scuola, ci attardavamo a chiacchierare con tutti, poi ci muovevamo insieme, a ranghi compatti. Prima salutavamo Francesco, che abitava a metà strada; poi io e Roberto andavamo ancora avanti. Vivevamo a pochi metri di distanza. La mia scuola elementare era appena sopra il mio asilo, che a sua volta sovrastava la mia scuola media.

Quando andai al liceo, misi cinque chilometri tra la nuova me e la mia vecchia vita; mi sembrava di rinascere, di cominciare a respirare. Di far sparire di un colpo quei tre anni orribili, quel periodo chiamato scuola media che aveva distrutto le mie certezze, quanto di più bello c’era prima.

A quindici anni credevo di essere strana, con quel mio modo di sentirmi stretta; a diciotto sapevo che c’erano tante altre persone come me e dovevo solo cercarle.

Così me ne sono andata, con le mie paure e i miei entusiasmi; con una consapevolezza diversa. Con delle certezze che l’università di Bolzano avrebbe raso al suolo, per farmi costruire delle altre certezze partendo da zero.

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