Jump!

La mia prima ultima notte a Berlino la passai in un bar pieno di fumo, con i divani in pelle e i tavolini graffiati. Avevo con me il mio vecchio pc, che mi rubarono su un Frecciargento Roma-Bolzano.

Ordinai una birra, un’altra birra, un succo di mela e un kiba.

Avevo mangiato vietnamita “come Lolle”.

Dovevo prendere un autobus alle 3 di notte.

Al mattina ero stata in quel bar sulla Karl-Marx-Allee, dove avevo mangiato una Kirschtorte gigante mentre un ragazzo leggeva “La Tempesta”. Non volevo vedere nessuno. Volevo essere sola. Il tempo di spedire scatoloni mettendo come mittente una collega che mi prestava l’indirizzo di casa.

La mia, di casa- la casa nel palazzo di Molly e dei punk col bambino dai capelli blu, quella stanza di 30 metri quadri con la cabina armadio- era vuota. Me ne andai lasciando nell’atrio una lampada blu dell’Ikea. C’era scritto “adottami” su un post-it. In quattro lingue.

La mia prima ultima notte a Berlino fu triste e straziante. In Hauptbahnhof non c’era nessuno, solo un signore che andava a Zurigo; mi lasciò vedere dal suo pc il film che stava vedendo anche lui.

In giapponese.

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