Agosto

Ieri sera, al telegiornale, ho visto un servizio sulla metropolitana di Mosca. Qualche settimana fa – erano i primi di agosto – ho preso un autobus sostitutivo al posto della metro A, a Roma. Una signora, di Mosca, si lamentava del caldo, della folla, dell’amministrazione Raggi.

“Ma perché non fanno i lavori di notte, come tutti?”, mi ha chiesto esasperata.

Mi ha raccontato della metro di Mosca, che sembra un museo. Tutto è pulito, è come essere essere in un luogo tanto antico e -contemporaneamente – tanto nuovo.

“Sai – mi diceva – io sono cresciuta qui a Roma, ci vivo da anni”.

Soffriva di bronchiti e polmoniti, un medico l’ha mandata qui quando era ancora una bambina. Da sola. In Russia si ammalava sempre, non poteva andare a scuola o uscire di casa.

“Ora, ogni tanto, vado a trovare mia sorella. Abita fuori San Pietroburgo. Ora a Russia è bene, c’è Putin che regala soldi ai poveri”.

Sembrava crederci davvero.

Ho pensato a Putin, alla Russia, a quanto vorrei andarci. Ad Arco di Travertino, la signora ha firmato la raccolta firme per il referendum dei radicali. Risiede a Roma, io ancora no. Forse, chi sa, non ci risiederò mai.

Da ottobre – credo – riprenderò a studiare russo.

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Sette mesi in sette foto

Il mio cellulare non sa fare le foto. Ma soprattutto, non supporta lo zoom. Uno strazio. Se gli gira (molto) bene, è in grado di inventarsi una sorta di white balance. Perdendoci sei ore e mezza, si regolano ISO e diaframma (ahahah). Potete chiedergli un balletto, una riverenza; lo zoom no.

Però ogni tanto, se non ho altro sotto mano, lo uso comunque. In realtà con celli faccio un sacco di foto, perché le voglio tenere lì, tutte in memoria, per vedere quando è successo cosa.

E anche perché, nonostante tutti i propositi, non ho ancora comprato una macchina fotografica seria. A volte uso quella di Francesco e passarsi le foto è uno stress.

Questo è il 2016 secondo la memoria del mio telefono.

Su per giù, potrei anche dire che è abbastanza completo. Su per giù

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Home is where… (the fastest internet is)

La cameretta di quando ero bambina aveva il soffitto cosparso di adesivi a forma di stelle fosforescenti. Suppongo  le avessero attaccate i miei e suppongo di aver pianto segretamente quando le staccarono per riverniciare i muri. Da piccola avevo tantissimi problemi di insonnia, dividevo la stanza con mio fratello e inventavo storie guardando quelle stelle che sorridevano e facevano occhiolini.

La cameretta di quando ero bambina è stata la stessa per più di quindici anni: avevamo un armadio colorato, un divano letto, una scrivania enorme e una portafinestra che dava sul balcone. Si entrava da un corridoio lunghissimo in cui i miei gatti correvano come pazzi. Il salotto era bianco e nero e per qualche strano scherzo del destino, faccio fatica a ricordare la cucina.

Ebbi una stanza tutta per me quando ero già in quinta ginnasio. Nell’anno in cui ristrutturammo casa, l’Italia vinse i mondiali e noi passammo l’estate nel paese dei miei nonni. La mia stanza di casa è piccolina e rettangolare; trabocca di cose che mi appartengono a stento. Ho i libri del periodo giovane intellettuale accanto ai libri di Harry Potter. Nella foto più recente in cui compaio, raggiungo a fatica i 18 anni. Nell’armadio conservo vestiti che non metto più. C’è un cassetto con una quarantina di racconti e bozze di libri di vario genere. C’è un ritratto di una me bambina.

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