5.10.19

Mi sono sposata a tema Trenitalia: questo post, di conseguenza, non poteva che arrivare in ritardo. Ci ho messo un po’ anche a comporlo perché ero sotto messa in onda,  a essere sincera, ho fatto fatica a selezionare le cose da metterci dentro. Perché è passato un po’, ma mi sembra come cristallizzato nel tempo. Perché avrei tanto da dire e non so proprio da dove cominciare. Perché a volte le parole non bastano. E se provi a tradurre la felicità, corri il rischio di risultare banale.

Ci sono come delle cartoline che ho stampato davanti agli occhi. A un certo punto, sull’altare, ho abbracciato fortissimo Elisabetta che era lì, col suo pancione da ultimi giorni di gravidanza e il suo vestito meraviglioso, e io non capivo come fosse possibile che avesse fatto una cosa talmente grande per starmi accanto. In un momento imprecisato della serata è arrivata Giulia, direttamente da un’altro matrimonio, dopo non so quante ore di macchina, e forse non siamo nemmeno riuscite a farci una foto insieme. Per tutto il giorno volevo piangere, ma era come se la felicità mi invadesse superando persino la commozione. Mi sentivo in trance. Mentre adesso, se penso a mio nonno che si china per sistemarmi lo strascico, mi trasformo istantaneamente in una fontana.

Ne approfitto per dirvi che avevo uno strascico; e un velo lunghissimo. E un vestito talmente vaporoso che avrebbe potuto tranquillamente fare provincia. Io che volevo sposarmi con i pantaloni; o col tailleur e il cappello da diva, come Bianca Jagger.

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2016

Il 2016 è iniziato da sei giorni, ma prima che mi abitui all’idea, sarà già arrivato il 2017.

A volte devo fare i calcoli per ricordarmi quanti anni ho compiuto a giugno, e quanti ne compirò a giugno del 2016 (26, saranno 26, e ancora non so come è successo).

Quest’anno, per la prima volta, sono perfettamente felice di come sia andato lo scorso anno. Ho trascorso delle vacanze di Natale bellissime, oserei dire perfette, anche se non erano come le solite vacanze di Natale e all’inizio avevo un po’ paura di essere spaesata.

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On se dit qu’à 20 ans on est le roi du monde

Volevamo andare al cinema, una sera, per vedere un film francese – Piccole bugie tra amici. Lo davano a Bolzano,  al Capitol, sala 2. Ore 20:15.

So dirlo con precisione perché ce l’ho, quel biglietto, attaccato in camera, su una bacheca. Il film al Capitol – sala 2 – quella sera non c’era e ce ne era un’altro – in sala 2 – ambientato in Russia. Sulla cultura Merja. Silent Souls, due persone in macchina, che attraversano la Russia, per seppellire una persona, secondo la tradizione, “facendo il fumo”, parlando di quella persona, dei ricordi , perché non muoia mai, perché sopravviva –  l’amore.

Con loro – in macchina – c’erano due uccellini in gabbia.

Alla fine del film eravamo contente, quasi più contente, di aver visto quello, non il film che avevamo scelto all’inizio.

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La vita è come una maratona tv di Mentana

Succede che un giorno, per andare al lavoro, ci metti un’ora invece che due. Succede che un tempo non facevi nulla e che all’improvviso hai cose da fare.

Succede di girare per le vie del paesello, e di vedere un posto che non avevi mai visto. Di scoprire che è bellissimo, di entrarci gratis, di scattare foto e sentirti felice.

Succede che c’è il sole, che ascolti una guida, che ricordi cose che studiavi alle elementari.

Succede che tuo fratello scrive una tesi di laurea e aveva dieci anni due giorni fa.

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Un anno fa

Vi ricordate di me, lo scorso anno? Era il 25 aprile, o giù di lì, vivevo ancora a Berlino e me ne ero andata a Pavia per l’esame del Test Daf. Una storia buffissima, perché quell’esame volevo farlo in Germania, ma era stato impossibile e  mi ridussi a vagare in Lombardia per tutto il periodo delle vacanze di Pasqua.

Ero ospite di Irene e passai con lei dei giorni bellissimi. Tornando a casa mi innamorai dell’Italia, su un Intercity troppo lento. Scrissi un post, questo qui, che è uno dei più letti sul mio blog. Ed è forse quello a cui sono più affezionata.

Dicevo, ad un tratto, che volevo andare in Umbria; non sapevo che in sei mesi ci sarei finita a vivere. A quei tempi Perugia non era che un nome, l’inizio della Marcia della Pace, la Città della Domenica e la meta delle gite durante le colonie. Da piccola mi mandavano in colonia con la Telecom e una volta ad un campetto tematico sul tennis. Non avevo mai toccato una racchetta, ma dopo tre settimane di allenamenti mi iscrissi a una scuola a casa mia.

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Lo spiegone

Non so se lo avete notato, ma ultimamente mi capita spesso di abbandonarvi per settimane senza dare segnali di vita. Poco prima delle vacanze di Natale avevo promesso 15 post in poco meno di 20 giorni e sì, non ci credeva nessuno, però mi è dispiaciuto non arrivare neanche a-che so- un 7, un 8. Parliamo del mio blog, in fondo, ci approda gente cercando “la casa del nonno di Heidi è a Bolzano”, “Agnese Renzi va al mercato”, “era solare, era vero, era pazzo”, “blu notte chi lo conduce”.

Qui si rischia di rankare per la parola “scie chimiche” quindi ecco, mi sembra il caso di tornare a rimpolpare queste pagine, per farvi compagnia con i miei splendidi deliri. In questi giorni sono stata provvidenzialmente attaccata da un virus che mi ha costretta a letto con un turbante attorno alla testa, realizzato seguendo fedelmente i tutorial su youtube dei terroristi dell’Isis di giovani arabe bellissime e devote.

Ho passato ore a fissare il soffitto, a commentare le dirette di Mentana con me stessa, perché non potevo parlare, a prendere nota del fatto che tutti gli inviati dei telegiornali italiani girano con il piumino e che non ha senso che il mio professore di giornalismo televisivo ci obblighi a indossare cappottini per fare gli stand up.

Bevevo tè verde del pam a 99 centesimi con miele al mandarino überbio comprato per una cifra folle da un apicoltore di Assisi che si sentiva una divinità; e sì, lo so, sono scema, ma io mi lascio abbindolare sempre dai venditori di miele bio. Anche se non dovrei. Quando ero abbastanza lucida per fissare uno schermo, scrivevo post per inchiostro simpatico.

Ne ho scritti sette. Sette. Lo giuro. E continuo a cancellarli. Perché non so, ho paura che nel mentre vi siate dimenticati di me, vi aspettiate una cascata di novità, che ho fatto i soldi, sono in giro per il mondo, sono diventata presidente della repubblica, ho comprato un’isola, mi sono sposata, sono stata rapita dai rettiliani, ho scelto le musiche del video per il ritorno alla lira del movimento 5 stelle.

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Comme il pleut sur la ville

Dovevamo iscriverci all’esame di tedesco ma non ce lo diceva nessuno. Così passò la data di scadenza e in segreteria si rifiutarono di fare eccezioni. Quella sera, me lo ricordo, scrissi uno status deprimente su Facebook, per lagnarmi della mia condizione di infelice. Cristina pubblicò sul suo profilo cinque versi da “La pioggia nel pineto“. Amavo il dramma più delle cose belle.

Al liceo, quarto anno, mi iscrissi ad un corso sulla poesia del Novecento. Lo teneva un intellettuale locale di quelli che scrivono mille libri tutti uguali, libri su gente che ha vissuto in quei posti che le insegnanti di quei posti ti obbligano a leggere durante le vacanze. Avevamo avuto il compito di greco e io correvo verso la biblioteca ed ero in ritardo. Stringevo il Rocci sotto il piumino, per non farlo bagnare, e arrivai che i miei capelli gocciolavano mentre cercavo un posto dove mettere l’ombrello.

Leggevano D’annunzio, che non mi è mai piaciuto, ma che in quel pomeriggio di pioggia mi sembrava un genio, uno di cui sentire nostalgia, nostalgia di tempi che non avevo vissuto.

su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,

Io, Gabrié, ci avrei messo una virgola dopo schiude. Perché mi piace così. Ma chi sono io per dirti questo?

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Raccontare la realtà per fotogrammi

Perché, in inglese, devo usare il maiuscolo per scrivere “io”?

A volte sbaglio e non so quanto sia grave. Quando firmo, a fine giornata, ho sempre la tentazione di usare il minuscolo.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

Mercoledì ero al cinema e ho visto un film in italiano. Il secondo in due settimane. Non entravo da due anni in un cinema italiano. A fine giugno ho visto – con Sanja e la mia prof di tedesco- Über ich und du, per poi finire a bere birra in un cortile interno che uguale ad un cortile di un altro cinema a Perugia.

Sanjia era un po’ ubriaca.

“Quando ero piccola hanno ucciso mio padre durante uno scontro, in piazza”. In Croazia. C’era la guerra. Sanjiia ha la mia età.

“Per favore, lasciatemi morire in questa trincea”

Quando è morto il nonno di Sanja guardavo L’albero degli zoccoli e non capivo cosa dicevano. Olmi è uno di quei registi capaci di togliermi il fiato. Sul divano di casa, in un cinema minuscolo di Perugia. Cinematografo.

Lo dice anche mia nonna.

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Felicità (Albano e Romina me spicciano casa)

Questa notte ho fatto un sogno strano. Ero seduta in riva al mare e tracciavo disegni con un rametto; poi il mare diventava un bosco, ero in una sorta di campo scout e accendevo un fuoco con una serie di persone che nella vita reale non hanno assolutamente correlazioni tra loro. Prendevo un foglio di carta, volevo scrivere qualcosa, e mi è uscita la parola ευδαιμονία. Così, con i caratteri greci. Mi sono svegliata e davanti agli occhi mi ballavano ancora quelle lettere. Ho acceso il pc, googlato la translitterazione, e mi sono ricordata che “eudaimonia” in greco antico vuol dire “felicità”.

In questi giorni mi sento proprio così: felice. Dopo il 2013, famigerato anno del no, dopo le prime settimane del 2014 costellate da piedi rotti, malattie, rifiuti e incidenti diplomatici, è iniziata una svolta da seconda metà del 2011. Improvvisamente sono successe tante piccole cose, non sempre necessariamente positive, che sono riuscite però a rivoluzionare il mio stato d’animo. E così ho imparato che un bicchiere di vino con un panino possono effettivamente regalare felicità, specie se accanto a te c’è una delle tue amiche più care con cui scambiare chiacchiere da principio di ebrezza, in un bar dove fino alla settimana prima andavi a mangiare in pausa pranzo.

E che per dare una svolta a una mattina in hangover si può fare un giretto in palestra, e osservare affascinata istruttrici sotto evidente effetto di cocaina che cercano di convincere un pubblico di vecchiette e giovani donne in post sbronza a fare salti mortali. Perché muoversi sentendosi ancora ubriachi è un’esperienza mistica, che uno tenti di ballare, di attraversare un’enorme città a piedi o semplicemente di passare l’aspirapolvere in camera ascoltando I want to break free e sognando di essere Freddie Mercury.

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