Il giorno dopo l’ultimo giorno di scuola

Oggi è il mio primo giorno di vacanza: mi sono svegliata alle sei perché faceva caldo, non riuscivo a dormire e qualcuno aveva deciso di percorrere qualche chilometro di Tuscolana suonando il clacson senza soluzione di continuità. Mentre gattaccio si esibiva nel suo numero preferito (grattare le porte e miagolare in modo fastidioso solo per farsi aprire – gattaccio percepisce le mie vibrazioni “sono sveglia e odio il mondo” anche a distanza – gattaccio ha una fanbase e questo blog me lo ha rivelato: io non ho alcun fiuto per gli affari e in questi mesi potevo farci i soldi), mi sono concentrata sui rumori della strada e ho pensato per la prima volta ai miei ultimi due anni trascorsi a Roma.

Sembrerà assurdo eppure io, la donna delle elucubrazioni mentali che nel suo piccolo cervello trasforma in un romanzo ogni singolo avvenimento, non ho mai avuto tempo di riflettere sulla mia vita di giovane adulta nella capitale. Nella città da cui fuggivo, dove mai e poi mai avrei voluto rimettere piede a 18 anni; è stato tutto molto strano. Mi sono trasferita qui in fretta e furia, quasi senza rendermene conto; nei weekend, in genere, cercavo la fuga e non ho mai provato davvero a costruirmi una nuova vita qui (forse perché avevo già degli amici e non volevo fare troppa fatica?).

Non ho mai ambito a trasferirmi a Roma: sono una ragazza di provincia che l’ha sempre guardata da lontano, un po’ ammirata, un po’ schifata. Mi piacciono i centri piccoli, se proprio, le grandi metropoli organizzate bene, cosmopolite e piene di cose: non che Roma non sia piena di cose. Ma per scovarle devi faticare tantissimo e io non ne ho mai avuto troppa voglia. Continuo a sentirla un po’ estranea, continuo a sentirmici “temporanea e in prestito”; la vedo ancora come una zia lontana, invadente e un po’ cialtrona, che devo andare a trovare per spirito di cortesia.

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Wilma, la prova costume! (Ma anche la clava, insomma…)

Da quando vivo da sola, ho avuto 34 coinquilini. Di tutti i tipi. C’erano amanti dei gatti, maniaci della vodka, giovani esploratori, aspiranti giardinieri e  fan del duce. In Belgio dividevo il bagno con otto persone. Nella mia prima casa a Berlino mi ritrovai con due austriache adorabili e cinque armene psicopatiche che andavano a lavoro di notte in minigonna sui pattini. Ho avuto la fortuna strabiliante di trascorrere ben tre settimane con una simpatica fanciulla isterica munita di amante sessantenne. In un palazzo pieno di bimbi turchi, che giocavano in cortile 24 ore su 24.

Un giorno sono tornata a casa e i miei coinquilini belgi, simpatici energumeni da 90 kg l’uno, guardavano in tv il matrimonio di William e Kate, commentando gli outfit degli invitati e spettegolando al telefono con le mamme. Gli stessi coinquilini davano feste per gente che non conoscevano e dormivano in corridoio almeno due volte la settimana, perché da ubriachi non riuscivano ad aprire la porta delle loro stanze.

Avevamo una cucina con divano sfondato. La pulivo solo io quella cucina.

Ho avuto anche coinquilini straordinari, per carità. Attualmente convivo con delle ragazze deliziose, ho diviso appartamenti con le mie migliori amiche e ho conosciuto grandi amiche condividendo appartamenti. Sulle mie esperienze di coinquilinaggio, però, potrei scrivere un libro. Che diventerebbe un best seller tra gli psichiatri desiderosi di fare pratica.

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