Raccontare la realtà per fotogrammi

Perché, in inglese, devo usare il maiuscolo per scrivere “io”?

A volte sbaglio e non so quanto sia grave. Quando firmo, a fine giornata, ho sempre la tentazione di usare il minuscolo.

Mi alzo alle 7, a volte anche prima, sono piena di cose, non ho tempo di scrivere.

Mercoledì ero al cinema e ho visto un film in italiano. Il secondo in due settimane. Non entravo da due anni in un cinema italiano. A fine giugno ho visto – con Sanja e la mia prof di tedesco- Über ich und du, per poi finire a bere birra in un cortile interno che uguale ad un cortile di un altro cinema a Perugia.

Sanjia era un po’ ubriaca.

“Quando ero piccola hanno ucciso mio padre durante uno scontro, in piazza”. In Croazia. C’era la guerra. Sanjiia ha la mia età.

“Per favore, lasciatemi morire in questa trincea”

Quando è morto il nonno di Sanja guardavo L’albero degli zoccoli e non capivo cosa dicevano. Olmi è uno di quei registi capaci di togliermi il fiato. Sul divano di casa, in un cinema minuscolo di Perugia. Cinematografo.

Lo dice anche mia nonna.

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Andare al cinema da soli e piangere

Il mio curriculum di giovincella intellettuale ha avuto per anni una macchia ormai indelebile, che cerco di nascondere con scarsi risultati; nata in provincia, cresciuta con un computer condiviso solo nelle ore serali e nei week end, condannata ai tristi palinsesti della televisione italiana, mi ritrovavo spesso a constatare la mia profonda ignoranza in campo cinematografico.

Gli unici film di cui potessi vantarmi erano i polpettoni in russo sottotitolati che mandavano in onda alle due di notte su Rai3; ho guardato almeno una volta tutti i kolossal hollywoodiani, e credo potrei recitare senza problemi la parte di Licia in Quo Vadis?. Se ero da mio nonno, subivo obbediente i western e le ennesime repliche di “Totò, Peppino e la Malafemmina” fingendo vivissimo interesse. A pensarci bene, conoscevo a menadito anche un discreto numero di super classici piuttosto datati; eppure l’idea di andare al cinema mi atterriva profondamente. A Genzano c’erano ben due sale cinematografiche, ma Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è stato il film di maggior rilievo per cui ho pagato un biglietto.

Da brave adolescenti provinciali, sceglievamo esclusivamente cose profondissime come I love shopping, Notte prima degli esami, roba di Muccino che ho francamente rimosso, film ambientati nei licei romani con sceneggiature sempre uguali; il multisala di Frascati era La Mecca dove magari riuscivi a vedere persino Il diavolo veste Prada, o lo strano caso di Benjamin Button, il massimo della qualità cui potessimo aspirare.

Insomma, a diciassette anni avevo letto Les Misérables, Guerra e Pace, Ulisse e i sette libri della ricerca del tempo perduto, approcciavo senza paura Le deuxième sexe, ma il film più serio che mi avesse mai sfiorata era La stanza del figlio di Nanni Moretti. Andare al cinema, per me era un’attività sociale, una cosa da fare per non restare a casa al sabato sera e per non offendere gli altri, un sacrificio necessario sull’altare dell’amicizia. I film belli si vedevano altrove, di certo non al cinema.

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