Fermare il movimento

Sono stata, da sola, nei luoghi che amo. Nei posti in cui sono cresciuta. Ho provato – davvero – a guardarli più piano, come li guardi quando sei innamorato. Ho fermato momenti già fermi nel tempo, tra vicoli bui che non batte nessuno.

Ho seguito un piccione, ho inseguito due gatti, ho letto -per bene- i menù, sulle porte. Ho fissato il lago, lontano, dall’alto. Ho giocato di luci. Di nubi. Riflessi.

Ho tracciato percorsi da ridire a chi amo. Mi sono rivista -chiaramente- passata.

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Jump!

La mia prima ultima notte a Berlino la passai in un bar pieno di fumo, con i divani in pelle e i tavolini graffiati. Avevo con me il mio vecchio pc, che mi rubarono su un Frecciargento Roma-Bolzano.

Ordinai una birra, un’altra birra, un succo di mela e un kiba.

Avevo mangiato vietnamita “come Lolle”.

Dovevo prendere un autobus alle 3 di notte.

Al mattina ero stata in quel bar sulla Karl-Marx-Allee, dove avevo mangiato una Kirschtorte gigante mentre un ragazzo leggeva “La Tempesta”. Non volevo vedere nessuno. Volevo essere sola. Il tempo di spedire scatoloni mettendo come mittente una collega che mi prestava l’indirizzo di casa.

La mia, di casa- la casa nel palazzo di Molly e dei punk col bambino dai capelli blu, quella stanza di 30 metri quadri con la cabina armadio- era vuota. Me ne andai lasciando nell’atrio una lampada blu dell’Ikea. C’era scritto “adottami” su un post-it. In quattro lingue.

La mia prima ultima notte a Berlino fu triste e straziante. In Hauptbahnhof non c’era nessuno, solo un signore che andava a Zurigo; mi lasciò vedere dal suo pc il film che stava vedendo anche lui.

In giapponese.

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Trenitalia ti voglio bene

Questo che state leggendo voleva essere un post sarcastico dedicato alle ferrovie dello stato e ai loro fantastici esperti di marketing. Quel post lo scriverò un altro giorno. Oggi ho gli occhi e il cuore così pieni di bellezza che persino il mio lato ironico ha deciso di mettersi a tacere.

Quindi sarò banale e scontata, e in data 25 aprile, dedicherò qualche riga all’Italia. A quell’Italia che fino all’anno scorso attraversavo così spesso in treno, quando partivo da Roma e mi risvegliavo a Bolzano, cullata da libri, appunti, sogni, troppo distratta per cogliere la bellezza dei paesaggi. Li guardavo senza vederli, assorta in altre faccende, controllando ossessivamente l’orologio per cronometrare le ore, i minuti, i secondi che mi separavano dall’una o l’altra meta.

Il metro di tutto, per me, era Firenze. Quando arrivavo a Firenze da Bolzano, pensavo che finalmente potevo cominciare a sentirmi a casa. Quando lasciavo Roma e tornavo tra i monti, iniziavo a studiare solo dopo Firenze. La mia vita bolzanina dal capoluogo toscano in giù non esisteva. Era il luogo dell’infanzia, il luogo del “fuori dal tempo“. Un luogo che non potevo mischiare con la mia vita vera.

Quando quell’Intercity digievoluto in Frecciargento si fermava a Firenze io ero sempre sveglia; poi mi riaddormentavo. Era un traguardo simbolico. Il viaggio vero per me iniziava o finiva lì.

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Tutto cambia affinché nulla cambi

Sono arrivata in Italia da meno di 24 ore, ma ho l’impressione di esserci da giorni. La mia vita qui sembra svolgersi come nelle puntate di Beautiful: puoi guardarne una ogni tre anni e ritrovare tutto come era prima.

Non ritiravo una valigia a Fiumicino da almeno sei mesi, ma i nastri sono ancora lenti come lo erano allora. “Stiamo lavorando per rendere l’aeroporto più efficiente”. Non ci state riuscendo, lo sapete, sì?

Grillo vomita ancora idiozie dai blog. Le donne candidate sono sempre considerate delle veline, al di là del colore politico. Saltuariamente, in Parlamento, si ci picchia. Le buche sulla strada che porta a casa mia sono lì dove le avevo lasciate. Massimo Cacciari ormai di lavoro fa l’ospite da Lilli Gruber.

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Azzurro Bruco

Fino a poco più di due mesi fa (il tempo vola), la prima cosa che facevo al mattino era tirare su le tapparelle, e guardare che tempo c’era fuori; quando vivevo a Bolzano, c’erano solo due tipi di giornate: quelle in cui il mondo era Bruco, e quelle in cui avrei fatto meglio a tornare a letto. La definizione azzurro bruco l’abbiamo inventata io e le mie amiche, o almeno, così mi piace credere.

Le prendevo sempre in giro, perché si stupivano di quanto spesso ci fosse il sole in quella piccola città infossata tra le montagne; mettiamola così, mi servivano un “c’avete solo la nebbia” su un piatto d’argento. Era vero, però, c’era spesso il sole. E quando c’era il sole, il cielo era azzurrissimo. Come credo di averlo visto solo poche volte. Faceva male andare in biblioteca; faceva malissimo, avere un problema, perché quando ero depressa a Bolzano, la bellezza della natura sembrava prendersi gioco di me, invece che tirarmi su.

Una passeggiata in hangover sui prati del Talvera ti lascia solo in superficie un senso di pace, perché dentro, se hai problemi, scava in profondo, con una nostalgia struggente che ha del sublime… ma che fa soffrire. Se mi sento depressa a Berlino (cosa che non succede troppo spesso), e prendo una u-bahn/s-bahn a caso, mi sembra di riempirmi di mondo. Vago tra la gente, mi sento sola e e parte di un qualcosa di più grande, perché in fondo è come se fossimo tutti soli,e uniamo le nostre solitudini in questa quotidianità che in ci fa sentire più vicini, nella nostra enorme lontananza.

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