Che cosa facevi l’undici settembre?

L’undici marzo duemilaventi avevo appena imparato a scrivere le date in russo. Ero davvero arrabbiata, perché non capivamo bene come organizzare il lavoro, litigavamo per ore tutti i giorni, mi sentivo incompresa e piena di rancore. Era pomeriggio, c’era una bella luce, mi sono messa le scarpe da ginnastica e sono uscita per farmi una corsa, anche se avrei dovuto copiare in un’e-mail le agenzie sul bollettino della Protezione Civile. Si poteva ancora uscire.

Ho fatto un giro intorno casa, invece del giro lungo, perché già mi sentivo in colpa. C’erano gli alberi che iniziavano a fiorire. Due bambini che giocavano a pallone lungo la discesa che porta a un garage. C’era il tabaccaio aperto, solo lui. Il prete che faceva una passeggiata camminando in tondo sul campetto di basket dell’oratorio.

L’undici marzo duemilaventi stavo correndo e a un certo punto dalle finestre aperte – erano i primi giorni che la gente teneva le finestre aperte – ho saputo che era stato dichiarato lo stato di pandemia. Una signora si è affacciata per innaffiare le piante. Poi sono iniziate a impazzire le chat. C’erano mille squilli che interrompevano la musica che provavo ad ascoltare. La riproduzione casuale di Spotify ha passato All dead. Mi sono sentita in colpa per essere in giro e sono tornata a casa. Camminando.

Ho fatto una foto ai fiori dietro la grata di un cancello.

Quando un domani mi chiederanno cosa facevo durante la quarantena dovrò dire che lavoravo quasi tutto il giorno. Ne sono davvero costernata.

Continua a leggere

Jump!

La mia prima ultima notte a Berlino la passai in un bar pieno di fumo, con i divani in pelle e i tavolini graffiati. Avevo con me il mio vecchio pc, che mi rubarono su un Frecciargento Roma-Bolzano.

Ordinai una birra, un’altra birra, un succo di mela e un kiba.

Avevo mangiato vietnamita “come Lolle”.

Dovevo prendere un autobus alle 3 di notte.

Al mattina ero stata in quel bar sulla Karl-Marx-Allee, dove avevo mangiato una Kirschtorte gigante mentre un ragazzo leggeva “La Tempesta”. Non volevo vedere nessuno. Volevo essere sola. Il tempo di spedire scatoloni mettendo come mittente una collega che mi prestava l’indirizzo di casa.

La mia, di casa- la casa nel palazzo di Molly e dei punk col bambino dai capelli blu, quella stanza di 30 metri quadri con la cabina armadio- era vuota. Me ne andai lasciando nell’atrio una lampada blu dell’Ikea. C’era scritto “adottami” su un post-it. In quattro lingue.

La mia prima ultima notte a Berlino fu triste e straziante. In Hauptbahnhof non c’era nessuno, solo un signore che andava a Zurigo; mi lasciò vedere dal suo pc il film che stava vedendo anche lui.

In giapponese.

Continua a leggere

Cambiamenti

Cambiamenti  è il titolo di un capitolo di Piccole Donne. Da bambina ho letto Piccole Donne un miliardo di volte; ancora oggi, quando ho bisogno di certezze, rileggo Piccole Donne. Se volessi essere davvero sincera vi racconterei che ho passato anni della mia via a sentirmi Jo, e che una parte nascosta del mio subconscio continua a fare cose nel tentativo di emularla. Quindi, se domani dovesse saltare fuori un vecchio accademico tedesco con la passione per la letteratura, sarei costretta a fare un grande lavoro sulla mia psiche, per ricordarle che mai e poi mai vorrei finire ad allevare marmocchi in un collegio.

Il mio piano A, infatti,  consiste nel diventare Lilli Gruber, andare a fare l’inviata sotto le bombe, inventarmi una posizione per leggere le notizie sul gobbo, invecchiare, imborghesirmi e piazzarmi con Cacciari in un salotto in cui demolisco gli esponenti della Lega e gli amici di Scanzi che la par condicio mi impone di invitare. Gli zigomi restano i miei, però. Ve lo prometto.

Questa storia di Lilli Gruber l’avevo raccontata con le stesse parole qualche mese fa, in un post che è rimasto per sempre tra le bozze. In quel post spiegavo anche che se i miei piani andassero in malora,  mi vedrei bene a fare disegnini per la sigla di Ballarò, a scrivere sceneggiature per le storie di Rubicchio nella metropolitana di Roma, a scovare gossip per la BVG Fenster. O a proclamarmi ideologa del movimento 5 stelle da un blog in cui sparo assurdità, per osservare le reazioni della gente e scriverne un saggio.

Continua a leggere