Ma sono mille papaveri rossi

È arrivata la primavera, a Roma. C’è un bel sole caldo, una luce stupenda e io non so mai come vestirmi. Lo scorso anno, in questo periodo, ho cominciato a tornare a casa facendo un tratto di strada a piedi. Prendevo la metro a Spagna, a volte arrivavo fino a San Giovanni; cercavo di godermi il vento della sera, gli ultimi raggi di sole sulle facciate dei palazzi, le ondine sul Tevere, il vociare dei turisti.

Mi facevo un regalo, cercavo di staccare il cervello almeno per un’ora. Per un paio di mesi quella passeggiata è stata l’unica ricompensa che mi sono concessa.

Ero in treno, poco fa, e mi sentivo in colpa. Mi ero portata un hard disk carico di lavoro da fare. Non sono riuscita a fare tutto quello che volevo. “Mi sono fermata troppo e sono ancora stanca. Potevo dormire un’ora di meno, dovevo scrivere una pagina in più”.

È incredibile pensare che proprio oggi, a pranzo, discutevamo del perché si festeggia il primo maggio e che di fronte a quelle frasi di una pagina di Wikipedia mi sono quasi vergognata. La gente si è fatta ammazzare, perché potessimo lavorare otto ore al giorno. Certe volte di ore ne lavoro  più di dodici, e sembra io debba farmene quasi un vanto.

Continua a leggere

Liebes Tagebuch

In questi giorni il dio della pelle morbida mi odia più del solito, e ha deciso di vendicarsi di me perché non mi strucco mai. Il che, dal suo punto di vista, sarebbe anche del tutto comprensibile; solo che per torturarmi come si deve, ha stretto un’alleanza con il dio dell’insonnia. E qui si è dimostrato davvero crudele. Perché ora va bene tutto, ma non farmi dormire come si deve per tre settimane mi pare una roba di una cattiveria inaudita: un po’ di ombretto sugli occhi e mi ritrovo a Guantanamo. Che mondo ingiusto, amici miei!

Poiché io e il sonno non siamo mai andati d’accordo, ho sviluppato negli anni una certa abilità nell’inventare attività notturne che conciliassero l’appisolamento; posso assicurarvi, quindi, che se guardate video soporiferi per più di venticinque minuti, crollate sulla tastiera del computer con Youtube ancora acceso. Io purtroppo sono un caso grave, e l’altra sera sono rimasta sveglissima anche dopo un’ora di spezzoni di Italia-Costa Rica (probabilmente le scarpine fluo e le divise arancioni dei portieri sovraccaricano il mio cervello di stimoli, altrimenti non mi spiego il motivo di questa misera sconfitta).

Un’altra tattica infallibile consiste nell’aprire casella elettronica delle newsletter (dai, non ditemi che non ne avete una), e mettersi ad analizzare i profondi testi con cui le aziende ci martellano quotidianamente; io ricevo da anni le comunicazioni di un ufficio marketing che fa una sottospecie di corso stile “blogging for dummies“. Lo scorso mercoledì ho letto una loro email e ho scoperto  di essere una pessima blogger, fondamentalmente perché inchiostro simpatico non regala certezze ai suoi lettori.

Continua a leggere

Insonnia costruttiva

Di solito, quando la domenica mattina non riesco più a dormire, e mi sveglio alle 7 e mezza con meno di due ore di sonno alle spalle, il piano è il seguente: scegli un posto, raggiungilo, stancati, torna a casa e dormi. Questa simpatica digressione sulla mia tabella di marcia domenicale (che per un motivo o per un altro, non rispetto quasi mai, comunque) serviva solo ad introdurre questa, di domenica mattina: piove, ho già preso troppa pioggia, mi annoio, che faccio?

Ce lo avete davanti agli occhi il risultato. Ecco, ora mi devo confessare. Non è che la decisione di prendermi un angolo della rete per annoiare il mondo sia stata puramente casuale; io bramo un blog dai tempi di myspace (non so quale divinità del buon gusto abbia salvato la comunità da una simoblogger quindicenne, ma per favore, veneratela), ma non ne ho mai aperto uno per un motivo, fondamentale: ho paura di “sbattermi in piazza”, perché scrivo da sempre, e ho sempre scritto solo per me. E credo veramente di saper scrivere. Lo so che non si vede, ma temo di essere una delle persone più insicure di questa terra: ci sono pochissime cose che mi piacciono di me, e una di queste, è il modo in cui uso le parole. Mi piace vederle viaggiare, uscire dalla mia testa, prendere vita su un foglio, cartaceo o virtuale; sono eleganti, mi coccolano, mi fanno paura a volte… non so gestirle così, quando parlo.

Ho il terrore che, leggendomi, qualcuno possa uscirsene con un “tesoro, scendi sulla terra, non sei capace”; per paura di essere giudicata, per paura di “perdere” ciò che mi rende più felice, mi sono trincerata per anni dietro un “non voglio essere l’ennesima bloggerminchia della rete”. Che poi non fraintendetemi, so benissimo che ci sono un sacco di blog favolosi in giro, che leggo, che ammiro, da cui vorrei imparare e carpire segreti. Ho solo paura che il mio resterebbe al livello di quelli che mi sono ritrovata a deridere per lavoro.

Da qualche tempo realizzo che spesso, quando i miei amici mi chiedono di “raccontare qualcosa“, non so cosa raccontare… anche se invece, durante il giorno, mi sono successe tante cose belle, che mi sono anche annotata, per poterne scrivere dopo. Sul momento però, non mi viene in mente nulla; apri un blog, mi ha detto qualcuno, un tot di giorni fa. “No, dai, un blog ce l’hanno tutti”, credo di aver risposto.

Stamattina, mi sono svegliata pensando “che crepino, le mie paranoie, io voglio un blog, basta lo apro”. Parto piccola e modesta, senza dominio, senza ambizioni, sbattendomene della grafica, ma nella mia mente schizzano sogni in cui ho sessioni in tutte le lingue che parlo, e anche in quelle che non parlo ancora. Però non vi assicuro nulla, magari mi annoio e lo mollo lì… ma in teoria questa mia piccola follia, che avrei dovuto fare da anni, è per me e per voi. Se vi va di sapere cosa mi succede, se vi va semplicemente di ascoltare i miei deliri, potete farlo qui, a rate, senza aspettare una mail con allegato Word di 5 pagine. Al mio sogno di infanzia, quindi, vediamo cosa ne esce!