Scatoloni

“Non mangerò più la pizza di mia madre una volta a settimana”.

Era un mercoledì di settembre. Impacchettavo cose. Vidi la mamma, che impastava la pizza, e in quel momento realizzai davvero che mi stavo trasferendo. Avrei  iniziato una vita nuova. Avrei spezzato una catena di abitudini. E io ci ero affezionata, a certe abitudini.

Mi sentivo un poco stupida, ma mi veniva da piangere. Era come concentrare l’immensità del cambiamento in una cosa minuscola. Una cosa che accadeva sempre, che sarebbe continuata anche senza di me.

Infilai una radio nello scatolone. Non l’ho più ascoltata, la radio, negli anni di università.

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Timore. Tremore

Certe paure, senza neanche saperlo, le respiri dalla nascita, come facessero parte di un  corredo genetico.

Il 23 novembre 1980 mia madre aveva mal di testa ed era rimasta a casa con la sua amica Anna. Erano sole, nella camera coi lettini, dove da bambina dormivo con mio fratello e mia cugina sui materassi buttati per terra.

I miei nonni non c’erano, i miei zii non c’erano. Non appena cominciò la scossa, Anna prese mia madre per un braccio e la trascinò giù per le scale. Erano tutti in strada. Quando mia nonna arrivò in piazzetta e vide che mia madre era scappata scalza, tornò di sopra a prenderle le ciabatte. A prendere le cose che servivano per dormire. In macchina.

Il 23 novembre 1980 mio padre era in giro coi suoi amici e vide i palazzi del corso oscillare, quasi toccarsi tra loro mentre la terra tremava. C’era Michele, c’era Ernesto. Non avevano mai sentito una scossa, prima. Si misero a correre verso la piazza e mentre correvano, sentivano cadere calcinacci. Una chiesetta stava crollando. Le chiesette crollarono, tutte.

La casa dei miei nonni paterni trema tantissimo quando passano gli autobus. Il 23 novembre 1980, mia zia si mise a urlare e mia nonna le chiese “ma secondo te, dove stanno andando tutti questi pullman?” prima di rendersi conto. Prima di capire cosa succedeva. La mia casa, a Perugia, trema tantissimo quando passano gli autobus. Se per strada c’è un camion, il letto sobbalza, i vetri delle finestre ballano.

Il 24 agosto 2016 ero rimasta in piedi fino a tardi a guardare Grey’s Anatomy perché non riuscivo a dormire. Ero sola in casa. Io non ho mai guardato Grey’s Anatomy, ho cominciato a seguire delle puntate a caso perché lo facevano le mie coinquiline. Non ho messo la catena alla porta perché dopo quell’overdose di malati ho pensato “cosa faccio se mi sento male? Se mi devono soccorrere e sono sola in casa? Non metto la catena alla porta”.

Mi sono svegliata perché tremava tutto, non sapevo dove andare e per una volta (l’unica, finora, della mia vita) ho pensato che potessi morire. Nel palazzo non c’era nessuno, quando con la seconda scossa ho visto l’ombra del crocifisso in cucina ondeggiare – a destra, a sinistra. Fino a sembrare appeso al contrario. Quasi una cosa satanica. – sono uscita fuori, in pigiama. Nel palazzo non c’era nessuno, rimbombava la voce della conduttrice di Rai News 24. L’avevo accesa io, la tv. Volume 4.

Non è razionale, poi scopri che non può accadere nulla. Sulla chat della scuola si rincorrono i messaggi, non ho credito al telefono, non posso chiamare nessuno. Ho preparato una borsa, come se dovessi scappare, ficcandoci dentro le cose più impensabili, mentre aspettavo che Francesco mi venisse a prendere. Alle 4 del mattino.

Appena sono salita in macchina ho sentito padre Enzo Fortunato del Sacro Convento di Assisi che diceva che sì, loro stavano tutti bene. L’uomo che in due anni di scuola non abbiamo mai smesso di intervistare. Abbiamo fatto la strada ascoltando la radio, un po’ tenendoci per mano, dicendo “quanto è bella Assisi illuminata”. In radio hanno mandato l’inno nazionale suonato dalla Berliner Philharmoniker. Le 5 del mattino.

C’erano tante auto lungo la E45. “Anche dopo il ’97 siamo andati a prendere i nostri parenti che vivevano altrove per stare insieme. Fanno tutti così”. Ci siamo fermati a prendere un caffè ed erano tutti lì, in quel bar dell’autogrill, in tuta, in pigiama. Coi bambini, coi racconti. Intrecciati tra passato e presente. Tra la scossa che c’era appena stata; tra quelle incastonate nei ricordi. “Non c’era così tanta gente da Capodanno”, ha detto la ragazza alla cassa.

A Foligno, fuori da ogni bar, c’erano intere famiglie a mangiare i cornetti. La nonna di Francesco si è fatta accompagnare a casa di una parente, a vedere come stava.

Comunità.

Abbiamo passato ore a guardare la tv. Ogni tanto il nonno di Francesco compariva e chiedeva “quanti sono i morti?”. 10, 30, 50. Giocavamo a Munchkin. A Monopoli la sera, ma io ero stanca e mi si chiudevano le palpebre. Scappavi sotto al tavolo. Ci chiedevamo, a vicenda, perché i cani stessero abbaiando. Dormivamo nello studiolo al piano terra e io mi lanciavo in assurdi calcoli per capire dove sarebbe potuto cadere il lampadario.

Io ero sul lettino, Francesco per terra, con il sacco a pelo. Ci davamo la mano. Fissavo il castello Lego che avevamo portato di sotto, come un talismano. Avevo paura. Ma non mi ero mai sentita così tanto al sicuro.

Quando incontravi amici non parlavi d’altro. Siamo stati alle terme e raccontavamo in continuazione come era stato. C’era una signora strana che girava in tondo facendo video. Dovevano andare tutti a un matrimonio. Abbiamo fatto un cruciverba; è stata una bellissima giornata.

Non sono riuscita a dormire da sola per giorni. A casa non mi sarebbe successo nulla, ormai lo avevo capito. Ma avevo troppa paura. Di stare da sola.

Il 26 ottobre avevo appena finito di fare l’esame di stato e tornavo da Roma, in macchina, e pioveva tantissimo, ascoltavamo la radio e invece delle partite mandavano cronache del terremoto. Il 28 ottobre ero a casa, a Genzano, tremava, d’istinto ci siamo messi tutti e quattro sotto un muro portante. Io, mio padre, mia madre, mio fratello. Pensavo solo “speriamo non sia troppo forte, speriamo non faccia troppi danni”.

Il 25 ottobre, a cena, mia cugina mi aveva raccontato la storia dei pullman, di mia nonna e di mia zia. Non la conoscevo. Il 29 ottobre mio padre ha scaricato un prospetto sui terremoti nella storia per concludere che Perugia è più sicura dei Castelli Romani. E tranquillizzare mia madre. Mentre mezza Roma si lagnava sui social di quanto avesse avuto paura – Roma, chilometri e chilometri lontano dall’epicentro – sono riemersi post di amici marchigiani, conosciuti anni fa, al mare. Foto di stanza sventrata. Foto di tenda.

(Foto davanti alla tenda al campeggio a San Marco di Norcia, quando tornammo dall’hike prima degli altri, perché in un paesino ci avevano lanciato i cani dietro. Foto in uniforme, a mangiare panini sulle scale della basilica di San Benedetto da Norcia).

Non mi è successo niente. Ho imparato tantissimo. Sull’importanza di sentirti parte di una comunità, quando hai paura. Sul non avere paura di dire di avere paura. Sul saper stringere una mano, al momento giusto.

Noi diciamo che il terremoto viene. Gli umbri, che il terremoto passa. Ne sono passati tanti. Li lasciano – fragili – sempre più forti di prima.

Vorrei abbracciare tutti.

Passerà.

 

Sette mesi in sette foto

Il mio cellulare non sa fare le foto. Ma soprattutto, non supporta lo zoom. Uno strazio. Se gli gira (molto) bene, è in grado di inventarsi una sorta di white balance. Perdendoci sei ore e mezza, si regolano ISO e diaframma (ahahah). Potete chiedergli un balletto, una riverenza; lo zoom no.

Però ogni tanto, se non ho altro sotto mano, lo uso comunque. In realtà con celli faccio un sacco di foto, perché le voglio tenere lì, tutte in memoria, per vedere quando è successo cosa.

E anche perché, nonostante tutti i propositi, non ho ancora comprato una macchina fotografica seria. A volte uso quella di Francesco e passarsi le foto è uno stress.

Questo è il 2016 secondo la memoria del mio telefono.

Su per giù, potrei anche dire che è abbastanza completo. Su per giù

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Di fine, di inizio

Ci sono frasi che ti cambiano la vita.

“Comici domani”, “Non ti possiamo assumere”, “Ti amo”, “Devi cambiare casa”.  “Con i poteri conferitimi dalla legge la proclamo dottoressa in Economia e Scienze Sociali”. “We very much enjoyed speaking to you and think that you would be a great match for our  team”.

“Con i più vivi complimenti Le comunico che è stato/a ammesso/a a partecipare al dodicesimo Corso biennale 2014-2016 in Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia”. 

Quando entro in una nuova fase vivo in un mix di entusiasmo e paura, che mi fa saltellare in tondo e mi paralizza le gambe. Tutto insieme. Da bambina piangevo sempre per la fine delle cose. Ho pianto all’asilo, alle elementari, in terza media, anche se odiavo tutto. Ho pianto passando dai Lupetti al Reparto, dal Reparto al clan, all’ultima route, durante  i passaggi del primo branco in cui facevo servizio.

Piangevo alla fine dei saggi di danza, alla fine delle vacanze, alla fine dei libri che mi piacevano tanto. Forse ho pianto anche al liceo, non lo ricordo bene. Poi, vorticosamente, ho iniziato a cambiare posti, amici, affetti, stanze, mobili, cose che mi piacevano. Mia madre mi chiedeva “quanto hai pianto dopo la laurea” e non avevo pianto per niente. Mi stavo abituando all’idea che alla fine di ogni fase ne inizia un’altra che può essere più bella. Che la fine è una chiusa doverosa, vuol dire che è ora di impegnarsi in qualcosa di nuovo.

Penso che questo significhi crescere. 

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Un anno fa

Vi ricordate di me, lo scorso anno? Era il 25 aprile, o giù di lì, vivevo ancora a Berlino e me ne ero andata a Pavia per l’esame del Test Daf. Una storia buffissima, perché quell’esame volevo farlo in Germania, ma era stato impossibile e  mi ridussi a vagare in Lombardia per tutto il periodo delle vacanze di Pasqua.

Ero ospite di Irene e passai con lei dei giorni bellissimi. Tornando a casa mi innamorai dell’Italia, su un Intercity troppo lento. Scrissi un post, questo qui, che è uno dei più letti sul mio blog. Ed è forse quello a cui sono più affezionata.

Dicevo, ad un tratto, che volevo andare in Umbria; non sapevo che in sei mesi ci sarei finita a vivere. A quei tempi Perugia non era che un nome, l’inizio della Marcia della Pace, la Città della Domenica e la meta delle gite durante le colonie. Da piccola mi mandavano in colonia con la Telecom e una volta ad un campetto tematico sul tennis. Non avevo mai toccato una racchetta, ma dopo tre settimane di allenamenti mi iscrissi a una scuola a casa mia.

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Lo spiegone

Non so se lo avete notato, ma ultimamente mi capita spesso di abbandonarvi per settimane senza dare segnali di vita. Poco prima delle vacanze di Natale avevo promesso 15 post in poco meno di 20 giorni e sì, non ci credeva nessuno, però mi è dispiaciuto non arrivare neanche a-che so- un 7, un 8. Parliamo del mio blog, in fondo, ci approda gente cercando “la casa del nonno di Heidi è a Bolzano”, “Agnese Renzi va al mercato”, “era solare, era vero, era pazzo”, “blu notte chi lo conduce”.

Qui si rischia di rankare per la parola “scie chimiche” quindi ecco, mi sembra il caso di tornare a rimpolpare queste pagine, per farvi compagnia con i miei splendidi deliri. In questi giorni sono stata provvidenzialmente attaccata da un virus che mi ha costretta a letto con un turbante attorno alla testa, realizzato seguendo fedelmente i tutorial su youtube dei terroristi dell’Isis di giovani arabe bellissime e devote.

Ho passato ore a fissare il soffitto, a commentare le dirette di Mentana con me stessa, perché non potevo parlare, a prendere nota del fatto che tutti gli inviati dei telegiornali italiani girano con il piumino e che non ha senso che il mio professore di giornalismo televisivo ci obblighi a indossare cappottini per fare gli stand up.

Bevevo tè verde del pam a 99 centesimi con miele al mandarino überbio comprato per una cifra folle da un apicoltore di Assisi che si sentiva una divinità; e sì, lo so, sono scema, ma io mi lascio abbindolare sempre dai venditori di miele bio. Anche se non dovrei. Quando ero abbastanza lucida per fissare uno schermo, scrivevo post per inchiostro simpatico.

Ne ho scritti sette. Sette. Lo giuro. E continuo a cancellarli. Perché non so, ho paura che nel mentre vi siate dimenticati di me, vi aspettiate una cascata di novità, che ho fatto i soldi, sono in giro per il mondo, sono diventata presidente della repubblica, ho comprato un’isola, mi sono sposata, sono stata rapita dai rettiliani, ho scelto le musiche del video per il ritorno alla lira del movimento 5 stelle.

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Did I tell you?

Certi fatti te li ricordi bene, altri invece per niente. Forrest Gump è il film che ho visto più volte in tutta la mia vita.

Da piccola mi permettevano di restare sveglia fino a mezzanotte solo quando c’era Via col vento in tv, perché mi esaltavo tantissimo e impedivo all’intera famiglia di vivere se mi avessero mandata a letto prima di sapere che domani è un altro giorno.

A volte, di notte, volevo alzarmi per finire i libri che leggevo, poi ero troppo pigra e stavo a letto inventando storie strampalate che dimenticavo.

La cosa che più mi piaceva di Berlino era l’abbondanza di bancarelle con libri usati a meno di due euro. Il primo libro che ho letto in tedesco era un libro italiano tradotto in tedesco.

Il primo libro che ho letto in francese è “Le vieux qui lisait des romans d’amour“, che altro non è che Sepulveda tradotto. Sepulveda venne a parlare all’università di Bolzano. La sera prima c’era stata una festa ma noi ci andammo comunque. In aula magna non c’era tantissima gente. Da Oliviero Toscani, invece, i posti erano tutti occupati.

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Home is where… (the fastest internet is)

La cameretta di quando ero bambina aveva il soffitto cosparso di adesivi a forma di stelle fosforescenti. Suppongo  le avessero attaccate i miei e suppongo di aver pianto segretamente quando le staccarono per riverniciare i muri. Da piccola avevo tantissimi problemi di insonnia, dividevo la stanza con mio fratello e inventavo storie guardando quelle stelle che sorridevano e facevano occhiolini.

La cameretta di quando ero bambina è stata la stessa per più di quindici anni: avevamo un armadio colorato, un divano letto, una scrivania enorme e una portafinestra che dava sul balcone. Si entrava da un corridoio lunghissimo in cui i miei gatti correvano come pazzi. Il salotto era bianco e nero e per qualche strano scherzo del destino, faccio fatica a ricordare la cucina.

Ebbi una stanza tutta per me quando ero già in quinta ginnasio. Nell’anno in cui ristrutturammo casa, l’Italia vinse i mondiali e noi passammo l’estate nel paese dei miei nonni. La mia stanza di casa è piccolina e rettangolare; trabocca di cose che mi appartengono a stento. Ho i libri del periodo giovane intellettuale accanto ai libri di Harry Potter. Nella foto più recente in cui compaio, raggiungo a fatica i 18 anni. Nell’armadio conservo vestiti che non metto più. C’è un cassetto con una quarantina di racconti e bozze di libri di vario genere. C’è un ritratto di una me bambina.

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Il mio quasi anno a Berlino

Proprio oggi pensavo che tra qualche mese compirò finalmente un anno di permanenza qui. A volte mi sembra di essere arrivata ieri; altre volte conto le Monatskarten accumulate e mi chiedo come sia possibile che io regali soldi alla BVG da così poco tempo, quando potrei tranquillamente affermare di essere qui da sempre.

In questi giorni sono bloccata a casa con un piede inabile, e spesso la noia mi assale, portandomi a fare cose che normalmente non farei mai (contare quante volte al giorno tal vicino esce dal portone, guardare la colonna destra di Repubblica, aprire il blog della Ferragni per poi richiuderlo, mettere a posto cose che non ho mai messo a posto). Per questo ho tentato di far fruttare la mia inattività sistemando vecchi oggetti senza senso che richiamano ricordi di mesi, tra alti e bassi, bellissimi.

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Faccio cose, vedo gente

O si vive, o si scrive, dicono. Io ultimamente ho vissuto un sacco. Ho attraversato Berlino a piedi da un capo all’altro della città, di notte, in infradito, brillamente felice (brillamente nel senso di brilla, e si, la metà delle mie storie berlinesi iniziano con una birra e finiscono con me che faccio percorsi improponibili a piedi). Ho scoperto che anche nella grande Germania rubano i computer, e che quando lo fanno, lo fanno in grande stile, e si portano via quelli di un’azienda intera. Ho scoperto che nemmeno ce li hanno dei sistemi di allarme decenti qui.

Ci sono stati quasi trenta gradi, e i tedeschi hanno deciso che per lavorare faceva troppo caldo, e che si usciva prima. Ho visto tedeschi andare in ufficio in giacca e cravatta, ma a piedi nudi. Quelli che lavorano con me non lo fanno; loro vengono direttamente in costume.

Ho ipotizzato che i tipi che vivono sopra di me siano dei carcerieri, perché neanche con il caldo lasciano che i loro bambini giochino in un parco (meglio far rotolare biglie sul pavimento di casa, di domenica mattina); ho capito che è una fortuna che la Germania non sia una zona sismica, perché il mio palazzo trema a dismisura per una semplice lavatrice (o per una S-bahn che passa).

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