Barbie figlia di papá viaggia in business class

Da quando vivo nella patria di Goethe ha imparato a prepararmi in meno di un quarto d’ora, ad arrivare agli appuntamenti con cinque minuti di anticipo, a mangiare quark e a bere qualunque cosa contenga caffeina senza storcere il naso. Ma se un tempo prenotavo treni con settimane di anticipo, oggi mi ritrovo sempre più spesso a decidere di tornare a casa dall’oggi al domani.

Il che, se posso dirla tutta, ha una serie infinita di vantaggi: le partenze, innanzitutto, mi caricano d’ansia. Ora che so che il 20 agosto dovrò prendere un aereo, mi sento già limitata e angosciata per tutte le cose che mi proporranno in quei giorni e che non potrò fare perché sarò in Italia. Io non so davvero come faccia la gente ad acquistare a Pasqua il biglietto di ritorno per Natale: finché posso voglio essere libera, e se non ho un ampio margine di improvvisazione, la qualità della mia vita peggiora notevolmente, trascinandomi nel vortice delle crisi nervose e delle ore passate a lanciare maledizione alla redazione Ansa che ha aperto gli articoli ai commenti del pubblico.

Un tempo, forse, aveva anche un senso sopportare tanto stress; prima che la compagnia low cost irlandese cancellasse la tratta Leipzig-Roma Ciampino, accettavo di buon grado ogni limitazione in cambio di un biglietto da 22 euro e 99. Ma ora che anche la compagnia inglese col sito arancione ha smesso di fingere di avere prezzi bassi, non vedo perché dovrei negarmi il piacere di fare un annuncio in stile “ciao, dopodomani arrivo a Fiumicino, l’ho appena deciso, quando ci vediamo?”. Fa tutto un altro effetto sugli interlocutori, ve lo posso assicurare.

Ma c’è di più. Siccome per decollare ad orari assurdi da un posto brutto come l’aeroporto di Schönefeld dovrei devolvere delle cifre assurde ad un popolo che negli ultimi anni ha prodotto di buono solo Harry Potter, ho scelto di sborsare sistematicamente una decina di euro in più per lasciarmi coccolare dall’enorme qualità della nazione che mi ospita.

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Come sopravvivere a un ritardo aereo e raccontarlo

Questo post dovevo scriverlo due giorni fa, ma poi non ho avuto accesso al computer. Per vostra immensa fortuna però, ho preso un sacco di appunti sull’agenda, quindi potrete sapere comunque nel dettaglio ciò che accade all’aeroporto di Schönefeld quando un aereo ritarda. Perché sì, mercoledì sera il mio stupido volo prenotato su quel sito con la grafica brutta arancione e pagato un patrimonio ha ritardato di due ore e mezza. Ed è stato mortale.

Mortale perché all’aeroporto di Schönefeld  non c’è NIENTE. E con niente intendo che davvero c’è solo un duty free sfigatissimo, un posto che vende a prezzi maggiorati prodotti pseudo tipici, un Burger King, un pub orrendo e caro come il fuoco e un finto posto bio dove devi vendere il rene per pagare una banana. Un tempo di attesa prolungato in un luogo così vuoto e noioso implica necessariamente uno stress che non è facile descrivere. Specie se ci si trova circondati dai personaggi improbabili che sono soliti infestare gli aerei di tutto il mondo.

La vocina che annuncia il ritardo è fastidiosa. E manco si scusa. Da gente così persino Trenitalia può ancora imparare qualcosa. I tedeschi se la prendono col governo Merkel. Gli italiani pure. Poi i primi vanno a comprarsi un mezzo litro di Berliner Pilsner a tre euro e cinquanta, i secondi cominciano a vagare ininterrottamente borbottando maledizioni e facendo cose rumorose.

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Vengo anch’io (no, tu no!)

Il week end elettorale, per me, ha sempre un che di magico. Sarà che più invecchio e più divento romantica, ma anche di fronte alla desolazione del panorama politico italiano, per una volta, riesco a sentirmi esaltata. Forse è il ricordo di quando ero piccina e accompagnavo i miei a votare nelle aule della De Amicis, sognando il giorno in cui avrei potuto mettere una croce accanto al nome di gente senza apparenti meriti. Forse è quel clima di attesa da sabato del villaggio, che catapulta la mia mente negli anni in cui la gente lottava per avere certi diritti; forse è qualcosa che non so spiegare ma ecco, resta il fatto che a me le elezioni piacciono. E tanto.

Guardo anche quelle degli altri Paesi. Giustifico, per una volta, l’esistenza di Livorno e arrivo a trovarla pienamente sensata. Cerco di cambiare le condizioni meteo, mando maledizioni e faccio danze rituali. Una cosa folle, ma non giudicate.

In tutto questo fermento, lo capirete anche voi, la mancanza di una televisione sembra la manna dal cielo. Se ne avessi una, infatti, mi trovereste morta di fronte all’ennesimo dibattito politico. Stanotte mi è apparso in sogno un litigio tra Mentana, Travaglio e Floris. Credo fosse un incubo. Ma smettiamo di divagare e torniamo al punto principale: non sono in Italia, ci sono le elezioni, al momento, posso votare solo tornando in Italia, tornare in Italia costa. Ha senso spendere quasi duecento euro per mettere una croce?

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