Jump!

La mia prima ultima notte a Berlino la passai in un bar pieno di fumo, con i divani in pelle e i tavolini graffiati. Avevo con me il mio vecchio pc, che mi rubarono su un Frecciargento Roma-Bolzano.

Ordinai una birra, un’altra birra, un succo di mela e un kiba.

Avevo mangiato vietnamita “come Lolle”.

Dovevo prendere un autobus alle 3 di notte.

Al mattina ero stata in quel bar sulla Karl-Marx-Allee, dove avevo mangiato una Kirschtorte gigante mentre un ragazzo leggeva “La Tempesta”. Non volevo vedere nessuno. Volevo essere sola. Il tempo di spedire scatoloni mettendo come mittente una collega che mi prestava l’indirizzo di casa.

La mia, di casa- la casa nel palazzo di Molly e dei punk col bambino dai capelli blu, quella stanza di 30 metri quadri con la cabina armadio- era vuota. Me ne andai lasciando nell’atrio una lampada blu dell’Ikea. C’era scritto “adottami” su un post-it. In quattro lingue.

La mia prima ultima notte a Berlino fu triste e straziante. In Hauptbahnhof non c’era nessuno, solo un signore che andava a Zurigo; mi lasciò vedere dal suo pc il film che stava vedendo anche lui.

In giapponese.

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I sogni son desideri (e Cenerentola si droga)

C’è stato un periodo nella storia dell’uomo in cui le pantere adoravano scappare dai circhi e dagli zoo; googlando pantera scappata esce tra i suggerimenti “Viterbo, Toscana, Roma, Umbria, Palermo, Torino, irpinia, Maremma, zona mantovano, Collegno” e altri luoghi ameni dall’Alpe alle Piramidi dal Manzanarre al Reno. Quando ero piccina, qui ai Castelli, sfilavano tutti i circhi sfigati d’Italia, col loro carico di trapeziste vestite di paillettes capaci solo di dondolarsi avanti e indietro; giravano per le strade preceduti dal camioncino di donne è arrivato l’arrotino, che per l’occasione strillava i prezzi dei biglietti di ingresso.

Non riesco a capire se i miei ricordi del circo siano reali o se li abbia creati a posteriori la mia mente; anyway, si trattava di spettacoli particolarmente tristi e noiosi, che lasciavano nel mio animo gli echi di terrori e paure irrazionali: perché sebbene quei baracconi un po’  dimessi si trascinassero dietro solo un paio di cammelli depressi e abbattuti, la mia mente malata tesseva trame farcite di pantere nascoste nei camion, che prima o poi sarebbero scappate infestando le Olmate e i giardinetti della piazza.

Qualche mese fa, alla stazione di Pankow, si era installato un circo vagamente più serio, con tanto di tigri bianchi e bestioline di ogni dove che la me adulta sognava di liberare; una sera, mentre tornavo a casa dopo la palestra, vidi un omino addetto ai lavori tirare fuori una pantera dal camion. Una pantera bellissima col manto lucido, che si muoveva (legata)  in direzione strada su cui camminavo. Mi fece una pena terribile. E una paura che non riesco a spiegare. Non voglio certo tediarvi con descrizione accurate del mio odio (credo condiviso) per una cosa inutile come i circhi con animali; posso parlarvi però del cuore in gola, dell’annebbiamento della mente, della paralisi delle gambe mista alla voglia di scappare. Del rovesciarsi dei ricordi di quei servizi di telegiornali estremamente datati, che avevano alimentato una paura atavica rimasta chiusa per anni in un cassetto del cervello.

Tutto questo per introdurvi all’argomento che abbiamo scelto di trattare, perché ultimamente io e il mio amico subconscio stiamo rispolverando una serie di fobie che credevo superate. Io al mio subconscio (si chiama Subby!!) voglio tanto bene, e non so proprio cosa farei senza di lui; mi regala ogni notte certe trame da film che potrebbero vincere gli Oscar alla sceneggiatura. Sogno cose talmente assurde che quando le annoto sul diario dei sogni rido da sola per settimane. Oppure mi inquieto. Un giorno vi farò il post sulle storie allucinanti che rivivo ogni notte.

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È settembre è settembre si può fare di piùùù

A 12/13 anni cantavo da solista so this is Christmas, and what have you done? Another year’s over, and a new one just begun. Era la recita della befana, nella sede degli scout, e Stefano suonava la chitarra. La gente cresce, assilla gli amici per mesi prima di decidere cosa fare a Capodanno; poi va a una mega festa, si annoia, beve per dimenticare, Brigitte Bardot Bardot, si addormenta e annota in hangover promesse deliranti che tempo febbraio avrà già dimenticato.

Io non mi rassegno al passare del tempo, e continuo a considerare settembre come punto di inizio del mio anno solare. Mi vergogno a comprare il Sole 24 ore anche ora che i finti intellettuali d’Italia hanno gettato la maschera, e in mancanza dell’Unità si lanciano direttamente sulla Gazzetta dello Sport. Cerco pubblicazioni che mi facciano sentire il più lontana possibile dalla casta dei capitalisti e dalle vecchiette romane che acquistano Il mio papa. Sono la gioia degli edicolanti di ogni dove.

Mia nonna, alla mia età, aveva già due figlie, io fermo i netturbini implorando “la prego non getti via così quella copia indifesa di Le Figaro” “Ma è di ieri” “Ma non importa”. Zio Paperone sarebbe fiero di me.

E quindi è settembre, inizia la vita, e invece del diario col gatto mi trovo a scegliere la lista delle cose da cominciare ad ottobre. Perché a ottobre, ragazzi, si cambia, ma io all’alba del 18 settembre non so ancora niente, perché pianificare ci fa schifo, siamo gente strong, che è proletaria, e improvvisiamo.

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La salute del piccione come indicatore del benessere economico

Un paio di anni fa mio padre si impossessò di tutti i cd dei libri interattivi di inglese che avevamo alle elementari per appenderli a dei fili e creare uno spaventapiccioni professionale secondo le istruzioni di daglialpiccione.com . L’opera d’arte faceva bella mostra di sé da forse due minuti quando tre omini del palazzo di fronte ci fecero notare i simpatici riflessi che il sole si divertiva a spedire sui loro muri portanti, trasformando lo spaventapiccioni in un accecavicinato.

Io saltellavo felice per quel fallimento clamoroso perché la verità, signori e signore, è che a me i piccioni piacciono un sacco. Ho provato più volte ad addomesticarli e a farli mangiare dalle mie mani. Ho dato loro dei nomi (Piccio-piccionis primo, secondo, terzo e quarto, proprio come study prima, seconda, terza e quarta, la mie student card che perdevo a tempo record); li ho sempre protetti senza fare la spia quando venivano a distruggere le piante di mia madre (“Come stanno i miei bambini?” “Bene, mamma, Francesco ha un po’ di mal di pancia, ma nulla di grave…” “Ma sono fioriti? Li state annaffiando? I piccioni li molestano? Ma dove sei, perché non rispondi?” Ero a versare briciole di pane nei vasi dei gerani).

Poche ore dopo la fine della festa di laurea di Rike, le spoglie mortali di me e Cristina si recarono a fare un esame in un’aula invasa di luce, sotto lo sguardo schifato e preoccupato di un professore che si chiedeva  se fosse meglio allertare il 118 o il 113.  Al ritorno da quella prova, le bancarelle di Piazza delle Erbe ci sembrarono il posto più splendido del mondo, con quei carichi di frutta in technicolor che avrebbero fatto un baffo ai più bei mari tropicali; i raggi settembrini illuminavano turisti ridenti e felici, intenti a sperperare quattrini acquistando le statuine di angioletti obesi tipiche di una celebre azienda del posto. Sotto un cielo azzurro senza scie chimiche, zampettavano imponenti diversi piccioni grassi e panciuti, che facevano ondeggiare un collo gigante ornato di piume verdi e viola, in un moto perpetuo che ci dava la nausea.

Quel giorno mi accorsi di quanto fossero belli i piccioni locali. Non ne ho mai incontrati di simili, neanche a Venezia. Un miracolo della natura.

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Oggi è settembre, è il compleanno di Tolstoj

Era il 2002, avevo dodici anni e nel nostro vecchio soggiorno i gatti dormivano sulle gambe di mio padre. Guardavamo la tv, seduti sul divano; guardavamo un programma che parlava di Siberia. A Bolzano, in Erasmus, c’era una ragazza con cui facevo tandem, che viveva a Pietroburgo ed era nata in Siberia. Una volta mi aveva scattato delle foto, avevamo bevuto vino e io avevo accompagnato con Irene degli studenti americani in  giro per l’università. Ero brilla e felice.

A dodici anni iniziavo a leggere letteratura da adulta; parecchi mesi dopo, mettendo in ordine uno scaffale, trovai un libro ingiallito con il ritratto di Tolstoj. Un libro ingiallito citato in tv. In uno speciale. Si parlava di Siberia.

Oggi è il compleanno di Tolstoj, me lo ha detto Google, e io ho riguardato il doodle una dozzina di volte; una volta iniziai un corso di russo, per riuscire a leggere Anna Karenina come la scrisse lui. La prima pagina di Anna Karenina. Sarei già soddisfatta.

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Ce lo chiede Irene: un post sui selfie

Qualche sera fa sono uscita per Genzano con i miei amici degli scout; erano anni che non vedevo tutti i miei amici degli scout, ed erano anni che non uscivo in orario serale per Genzano. Un momento così, lo capirete anche voi, meritava una foto degna di questo nome. Ma chi poteva scattarci una foto ricordo, in una piazza semivuota e piena di individui sospetti? Il braccio da papà Gambalunga di mio fratello, naturalmente, e un cellulare in modalità autoscatto.

Quando penso ai selfie, in verità, mi viene in mente proprio una cosa così: un gruppo di persone che immortala un bel momento con un semplice autoscatto. Nell’immagine compaiono tutti, non si scomoda nessuno, non si rischia di passare due ore a scegliere l’individuo adatto a ricevere il nostro prezioso apparecchio elettronico: semplice e veloce. Vittoria per noi.

I selfie se li fanno le star durante la notte degli Oscar, i Papa Boys con Papa Francesco, Bruno Vespa coi suoi ospiti in campagna elettorale, Angelona con calciatori e coppa del mondo, gli sposini giappi sui belvedere di Firenze. Secondo Matteo, se li fa anche l’Europa. E la marmotta che confeziona la cioccolata.

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About Perugia

Lunedì mattina, alla stazione Termini, mi hanno rubato un ombrello. Lo avevo lasciato sulla valigia, mentre pagavo un giornale in fila all’edicola .Oh, dottoré, t’hanno fregato ‘na cosa. Un ombrello. Un ombrello comprato dai cinesi in cambio di una manciata d’euro. Bisogna essere davvero meschini  per compiere questi misfatti in un giorno di pioggia.

-Buongiorno, è questo l’Intercity che porta ad Ancona?

-Certamente!

-Ma sembra un regionale

-Ma in questo le porta si aprono automaticamente col bottone rosso.

-Ah.

La signora di fronte a me schiavizza la sua povera badante dell’Est costringendola a tirarle giù la valigia ogni due per tre. Io avere tuo posto, ma per me meglio stare seduta vicino signora. Possiamo scambiare? Per me non c’è problema. Ma tu sei sicura di non voler scappare in fondo al treno?

Più avanti un Reparto femminile canta canzoni degli 883 urlando a squarciagola. Ora vorrei capire cos’è questa storia degli scout che prendono gli Intercity invece dei regionali. L’essenzialità dove sarebbe finita? Dove li avete trovati i soldi?Matteo si è messo a donare 80 euro per le tende? Perché fate il campo a settembre? Sto invecchiando.

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Il tredici luglio ho cominciato ad aspettare il primo di settembre

Il tredici di luglio ho cominciato ad aspettare il primo di settembre. Domani è il primo di settembre, e vorrei fosse già martedì sera, quando sarà il due e io sarò su un treno.

Per me settembre rappresenta il nuovo inizio, sebbene l’anno, da qualche anno, cominci ad ottobre. Agosto se ne sta andando eterno e velocissimo, in una solitudine che mi sono imposta ma in cui forse, invece, mi sono ritrovata mio malgrado.

Domani prenderò un treno che potrebbe cambiare qualcosa; domani prenderò un treno che credo non cambierà niente. Non so come mi sento. Vorrei non sentirmi.

Martedì sarò felice e farò progetti. Poi mi riavvicinerò a una parvenza di vita sociale, di quella che nell’ultimo mese mi sono negata- o che mi hanno negato, che voglio ritrovare o forse invece no.

Da due giorni sono sola in casa, non vedo persone, mangio quando voglio, resto più a lungo a fissare il soffitto. Sembro triste, non lo sono, ho cento idee e le sento scoppiare; ho bisogno che arrivi martedì sera, perché solo allora l’impasse finirà, e come per incanto riavrò la vecchia vita.

Non capisco più la gente- non l’ho mai capita. Negli ultimi sei mesi ho perso più persone di quante ne abbia conosciute. Ma sono più forte, corazzata, sono un blindato e adesso basta, basta corazze e  lasciatemi in pace.

Finirà, ricomincerà, andrà bene.

Tornerò alle passeggiate, ai miei piani, alla mia vita fatta di incastri. Ho atteso cose che mi entusiasmavano. Ho atteso cose che mi hanno ingabbiata in una rete di possibilità irrealizzabili; è come un baratro, un baratro infinito, il baratro kierkegaardiano. Un baratro dolce in cui è bello cullarsi ma da cui è giunta l’ora di uscire.

Martedì sarò felice, martedì riavrò i miei piani. I miei piani sono bellissimi, e io li aspetto già.

Sono i piani che ho sempre sognato. Sono i piani per cui mi preparo da anni.

Il balenottero di Loano e la perdita dell’innocenza (un post con dedica)

C’era una volta, in un paese lontano, una bimba felice che ignorava l’esistenza delle parole outfit e color block;  la fanciulla cresceva serena in età e intelligenza, ma in un nebbioso pomeriggio del maggio belga, una regina cattiva chiamata LUB le impose di trovarsi un tirocinio che la gettò in un mondo fatto di selfie e 100 per 100 poliestere. Bastarono poche ore e una manciata di click per rivelare a Simona l’esistenza di migliaia di signorine che amavano abbinare capi a casaccio e farsi fotografare in garage/in balcone con i sacchi dell’umido/sul ciglio della strada coi cavalcavia sullo sfondo da obbedienti cagnolini  fidanzati muniti di Reflex.

Molte di loro affermavano di lavorare presso “la vita”, riempiendo con cadenza settimanale la sezione “travels” del loro blog a suon di foto sul lungomare di Civitavecchia; le più audaci puntavano a una platea internazionale, traducendo le didascalie  i post nell’idioma di Shakespeare (è arrivata l’estate e posso scoprirmi le gambe ⇒ is arrived summer and I can find me legs ). Ogni momento della giornata si trasformava nell’occasione ideale per sfoggiare una nuova mise: che si trattasse della recita dell’asilo del cuginetto  della prima all’opera, della sagra del paesello   di un importante festival musicale o del funerale della nonna, le fashion blogger in questione avevano sempre il vestito perfetto per attirare i commenti di migliaia di lettori.

Perché (quale meraviglia!) esistevano effettivamente tantissime persone pronte a scrivere qualche riga sotto quelle 3 foto buttate lì senza un apparente ordine logico: piovevano “amazing“, fioccavano “follow to follow?”, si sprecavano i “passa da me, nuovo post”. Le star che avevano sfondato, poi, vantavano anche un po’ di spam, di interventi delle arabe, di link alla pagina di Gardaland e più di ogni altra cosa, di richieste di post a tema da parte di ferventi ammiratori.

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Se telefonando

In un angolo nascosto della piazza di Genzano troneggiava fino a qualche tempo fa una decadente cabina del telefono. Quando ero alle medie conoscevo due tipi  che ci passavano insieme interi pomeriggi, inventando infanzie tribolate da raccontare ad ignari psicologi del telefono azzurro.

Non appena il gioco li annoiava, cercavano pizzerie sulle pagine gialle e prenotavano per dieci a nome del loro prof. di musica,  lasciando il numero del poverino che spero abbia fatto perdere le sue tracce dagli elenchi telefonici di tutto il mondo.

Ascoltando quei racconti  la me preadolescente tremava di sgomento; da brava fanciulla timorata delle autorità, non sopportavo che dei ragazzini tanto stupidi sovvertissero l’ordine pubblico a suon di scherzi telefonici. Ma più di ogni altra cosa non capivo come potessero esistere persone in grado di divertirsi facendo delle telefonate.

Quando avrò conquistato il mondo e amministrerò la giustizia di Simonalandia, proibirò per legge ogni genere di conversazione telefonica, condannando Meucci alla damnatio memoriae. Il telefono, nel mio immaginario, lo concepisco necessario solo negli anni Cinquanta, per sentire i parenti emigrati in America. Oggi c’è Skype, le email e gli sms. Perché mai dovremmo telefonarci?

La mia voce, al telefono, è terribile. Quando esco con un tipo che mi piace, mi convinco puntualmente che non appena costui ascolterà la mia voce al telefono non vorrà più saperne niente di me. Sono pazza. Lo so. 

Una volta mia madre (!!!!) chiamò a casa di mia nonna, risposi io, e lei mi trattò come fossi la mia cuginetta che aveva 10 anni. Io ne avevo venti, però. I poveri schiavi dei call center mi salutano al grido di “ciao piccolina, non è che potresti passarmi la mamma o il papà?”.

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