Cose che impari quando organizzi un matrimonio

Qualche settimana fa una ragazza che vive nel condominio in cui sono cresciuta, e in cui abitano ancora i miei, si è sposata. Un paio di sere prima del matrimonio il suo oramai marito le ha organizzato una serenata. Mentre tutto il vicinato cantava discutibili canzoni di Eros Ramazzotti, ho capito che quando dici al mondo che ti sposi succedono cose davvero bellissime. 

Può accadere che le tue amiche ti portino a Berlino dopo aver spergiurato per mesi che sareste andate a Scalea. Persone che non senti da una vita ti mandano messaggi carini (questo dipende in gran parte da mia madre, che non perde occasione di dare la notizia a chiunque incontri per strada). I tuoi colleghi ti organizzano gli aperitivi a sorpresa. C’è gente che fa piccoli regali inaspettati, c’è chi affronta viaggi chilometrici solo per poterti stare accanto.

Avverti, in generale, una certa partecipazione popolare al tutto: non  mi era mai accaduto, finora, di sentire “la società” intorno a me prepararsi così tanto a un evento che mi riguarda. Mi sembra di essere circondata d’amore a ogni livello.

Proprio ieri, mentre sistemavo i miei 4000 chili di vestiti (ho regalato qualcosa come nove sacchi neri di abiti negli ultimi due mesi, ma ho ancora 4000 chili di vestiti e nessuna idea su cosa indossare al mattino) nella mia casetta nuova, ho realizzato quanto mi senta perfettamente felice. Il pensiero di tutto quello che accadrà tra qualche giorno mi proietta in un’atmosfera magica.

Sposarsi è bellissimo. Organizzare un matrimonio, però, è un incubo in piena regola. 

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Le diapositive delle vacanze

Agosto, quattordicesimo giorno di navigazione, anno del signore 2019. Ho quasi perso il gattino perché sono stata qualche giorno in vacanza, rischio di perderlo per sempre perché domani ripartirò con le mie amiche. Dopo anni che non passavo più di due giorni al mare finalmente, nel giro di un mese, ci andrò per ben due volte (con grande gioia della signora dell’atelier che si era raccomandata di “evitare segni dell’abbronzatura e del costume”. Sono ancora bianchissima, eppure ho un segno del costume). Con evidente soddisfazione continuo a fare traversate al sud manco fossi Salvini.

Nell’ultima manciata di giorni mi è un po’ tornato il panico da foglio bianco. Domenica mi annoiavo, ho gettato alle ortiche la dieta di gattaccio rimpinzandolo di scatolette (che lui ha prontamente divorato). Sono uscita e sulla Tuscolana non c’era nessuno (40 gradi, negozi chiusi, asfalto rovente: visualizzare l’orrore). Ho provato ad andare al parco ed era pattugliato da un gruppo di gente vestita come io mi immagino siano vestiti gli ultras della Lazio. Unico esercente aperto (con tanto di musica tamarra): il cocomeraro. In libreria, tra le novità, c’era un libro della mia pseudo prof di francese al liceo.

Da lunedì mi crogiolo tra letti e divani: trovo faticosa qualunque attività che non sia guardare vecchie stagioni di Master Chef (e pensare che quando Bastianich sputava i piatti e voleva darli “a suo cane” il mondo era un posto migliore), leggere articoli sul nuovo partito di Briatore, inveire contro Damilano durante le maratone Mentana, fare le vasche sul corso di Genzano, comprare cose inutili per il mio matrimonio su Amazon.

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Il giorno dopo l’ultimo giorno di scuola

Oggi è il mio primo giorno di vacanza: mi sono svegliata alle sei perché faceva caldo, non riuscivo a dormire e qualcuno aveva deciso di percorrere qualche chilometro di Tuscolana suonando il clacson senza soluzione di continuità. Mentre gattaccio si esibiva nel suo numero preferito (grattare le porte e miagolare in modo fastidioso solo per farsi aprire – gattaccio percepisce le mie vibrazioni “sono sveglia e odio il mondo” anche a distanza – gattaccio ha una fanbase e questo blog me lo ha rivelato: io non ho alcun fiuto per gli affari e in questi mesi potevo farci i soldi), mi sono concentrata sui rumori della strada e ho pensato per la prima volta ai miei ultimi due anni trascorsi a Roma.

Sembrerà assurdo eppure io, la donna delle elucubrazioni mentali che nel suo piccolo cervello trasforma in un romanzo ogni singolo avvenimento, non ho mai avuto tempo di riflettere sulla mia vita di giovane adulta nella capitale. Nella città da cui fuggivo, dove mai e poi mai avrei voluto rimettere piede a 18 anni; è stato tutto molto strano. Mi sono trasferita qui in fretta e furia, quasi senza rendermene conto; nei weekend, in genere, cercavo la fuga e non ho mai provato davvero a costruirmi una nuova vita qui (forse perché avevo già degli amici e non volevo fare troppa fatica?).

Non ho mai ambito a trasferirmi a Roma: sono una ragazza di provincia che l’ha sempre guardata da lontano, un po’ ammirata, un po’ schifata. Mi piacciono i centri piccoli, se proprio, le grandi metropoli organizzate bene, cosmopolite e piene di cose: non che Roma non sia piena di cose. Ma per scovarle devi faticare tantissimo e io non ne ho mai avuto troppa voglia. Continuo a sentirla un po’ estranea, continuo a sentirmici “temporanea e in prestito”; la vedo ancora come una zia lontana, invadente e un po’ cialtrona, che devo andare a trovare per spirito di cortesia.

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La mia scalata verso il gattino

I gattini sono il bene e posso affermarlo con certezza. Sono morbidi, fanno le fusa, ti aiutano a prendere i like sui social. Da bambina ho avuto in casa uccelli, pesci rossi e tartarughe ma nulla, nulla è divertente come un micino che gira in tondo per acchiapparsi la coda, o che si spaventa vedendo la sua immagine riflessa allo specchio; è per questo, credo, che ho trascorso interi mesi della mia infanzia a supplicare i miei genitori di prendermene uno.

Romeo e Stella sono arrivati in casa in un luminoso pomeriggio di inverno quando io non avevo neanche dieci anni. A mio fratello, che aveva gli orecchioni, diedero il privilegio di scegliere l’esemplare della cucciolata che avremmo adottato. “Ma guardalo, poverino, come potresti separarlo dalla sua sorellina?”. E infatti, per la gioia di mia madre, mio padre si caricò in macchina due gattini.

Questo cosino tenerissimo è Romeo (foto di una foto del 1999)

In quinta elementare la maestra ci fece fare un tema su quale fosse stato il giorno più bello della nostra vita. Io descrissi nei dettagli la prima volta che vidi Romeo e Stella sul tappeto del salotto. “Ma come, ti chiedono qual è il giorno più bello della tua vita e parli dei gatti?”. “Sì, mamma, ma ci avevano vietato di parlare delle vacanze, delle nascite dei fratelli, delle attività coi genitori e della prima comunione”.  (Non era vero mamma, scusa).

Mio padre non li voleva sterilizzare e soprattutto, era convinto che ogni tanto dovessero andare a giocare all’aria aperta. Così, una volta, Romeo scappò di casa (causandomi varie crisi isteriche) e lo ritrovammo solo dopo settimane. Era salito su un albero altissimo, chiamammo i pompieri e appena questi poveracci arrivarono in cima alla scala lui si gettò giù come una patata lessa, volò per svariati metri ed entrò da solo nel trasportino.

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So where were the Spiders?

Una volta ho scritto una cosa che avrei voluto far diventare un libro. La protagonista viveva a Berlino, amava i gatti, faceva lunghissime passeggiate a piedi. Lavorava nel marketing ma sognava di diventare giornalista; provava a studiare russo e aspettava la Berlinale come fosse il suo compleanno. Nella prima scena leggeva un libro di Lilli Gruber e ascoltava a ripetizione una canzone di David Bowie. Quicksand.

La protagonista, non vi sarà sfuggito, mi somigliava molto. Anzi, oserei dire che la protagonista ero io. Mi era venuto quasi spontaneo cominciare quella storia; metterci dentro una multinazionale piena di gente che non parlava bene il tedesco e che voleva fare carriera a ogni costo.

Il bar con le lavatrici a Rosenthaler Platz, i casting per trovare casa, le feste sui tetti, le lunghissime chat su Skype con gli amici lontani. Niente smartphone, niente Whatsapp: nel 2013 non c’erano ancora. Avevo riempito svariate cartelle di open air estivi e di fiumi ghiacciati; poi, un giorno, mi sono trovata così poco interessante da premere un tasto e cancellare tutto.

Mi era bastato un click. Avevo preso in braccio il gatto e mi ero messa ad ascoltare Quicksand.

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Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze

Quella del 2018 è stata un’estate memorabile. Ho visto posti nuovi, passato giornate incredibili, fatto attività semplici e quotidiane, ma in modo del tutto diverso; mi sono rilassata, ho detestato Roma e il caldo di Roma, ma sono riuscita a esserne vittima per un tempo limitato. Per il mio compleanno sono stata a Siviglia; la settimana di Ferragosto siamo andati al Sud.

Avevamo studiato un piano in cui tutto sarebbe potuto andare storto (tre città, cinque giorni, due treni, troppi autobus, la Salerno – Reggio Calabria): e invece, come per magia, filava tutto liscio. Il punto di massimo disagio è stato trascinare le valigie sui gradoni dei Sassi di Matera, ma in fondo è giusto così, mica ho cercato di farmi venire una parvenza di bicipiti andando in palestra tutto l’anno per nulla.

Mi sono convinta, a un certo punto, che il Meridione sia il posto perfetto per caricare le pile scariche. Ci sono problemi, e io non voglio non vederli. Ma ho sempre l’impressione che stia cambiando qualcosa; che è come se ci fosse un rinascimento (che alla mia città manca). Che è come se pian piano si stia recuperando una visione: spero non sia dovuto all’attesa del reddito di cittadinanza.

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Cosa volevo fare da grande

Una volta mia madre mi mandò a consegnare un paio di scarpe a un calzolaio. Eravamo a Nola, durante una di quelle estate torride in cui potevo annoiarmi, fissare il vuoto e riflettere sui drammi della vita senza sentirmi troppo in colpa, come la gioventù borghese ottocentesca debosciata. Ieri sera, dopo aver rimandato per settimane (“sono uscita tardi”, “devo andare in palestra”, “vorrei passare al supermercato”) sono entrata nel negozio del calzolaio sotto casa per fargli riparare una borsa di pelle che ho comprato a Siviglia.

C’erano tre signore in fila, ad aspettare chiacchierando sulle sedie; scarpe dappertutto. Due bottiglie di acqua lete. Quadri orientaleggianti al muro, un CD di Cremonini e una macchina per cucire nera. Come quella che ha mia nonna, solo più grande. C’era caldo, un vecchio ventilatore sovrastava le chiacchiere e “Marmellata #25”.

Il calzolaio mi ha chiesto se volevo aspettare. “Dottoré, faccio tutto in due minuti”; non voleva soldi, quindi ho comprato una borsa che fa lui, nel tempo libero. Le teneva legate, “perché a Natale una signora se ne è ‘nguattate due senza pagare”. Ho dato una carezza al cane di una delle tre clienti in attesa. C’era pace, nel rumore ritmato, nella puzza di lucido per le scarpe, in quella valanga disordinata di sandali e stivali di tutte le taglie.

In una torrida estate di forse 13, 14 anni fa, ho pensato che avrei voluto fare un lavoro manuale, da grande. Avevo la testa colma di paranoie, di parole che volevano uscire e che rovesciavo su quadernini riempiti fitti fitti, senza mai lasciare una riga. Scrivevo a matita, per poter cancellare: un paio di giorni fa riordinavo i cassetti della mia camera di adolescente e ho scoperto che si è scolorito quasi tutto. Vorrei ribattere qualcosa al computer, per ricordo; poi mi leggo, mi vedo così diversa e quasi mi vergogno.

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Ma sono mille papaveri rossi

È arrivata la primavera, a Roma. C’è un bel sole caldo, una luce stupenda e io non so mai come vestirmi. Lo scorso anno, in questo periodo, ho cominciato a tornare a casa facendo un tratto di strada a piedi. Prendevo la metro a Spagna, a volte arrivavo fino a San Giovanni; cercavo di godermi il vento della sera, gli ultimi raggi di sole sulle facciate dei palazzi, le ondine sul Tevere, il vociare dei turisti.

Mi facevo un regalo, cercavo di staccare il cervello almeno per un’ora. Per un paio di mesi quella passeggiata è stata l’unica ricompensa che mi sono concessa.

Ero in treno, poco fa, e mi sentivo in colpa. Mi ero portata un hard disk carico di lavoro da fare. Non sono riuscita a fare tutto quello che volevo. “Mi sono fermata troppo e sono ancora stanca. Potevo dormire un’ora di meno, dovevo scrivere una pagina in più”.

È incredibile pensare che proprio oggi, a pranzo, discutevamo del perché si festeggia il primo maggio e che di fronte a quelle frasi di una pagina di Wikipedia mi sono quasi vergognata. La gente si è fatta ammazzare, perché potessimo lavorare otto ore al giorno. Certe volte di ore ne lavoro  più di dodici, e sembra io debba farmene quasi un vanto.

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Un prato pieno di lucciole

Mio nonno, quando era ragazzo, andava a Pasquetta alle fontanelle di Avella. Partiva al mattino con i suoi amici; uno di loro era figlio di un capo treno. “Quando ha il turno il tuo papà?” “Alle cinque e cinquantasette“. E si alzavano tutti, alle cinque e cinquantasette, per andare a Napoli senza pagare il biglietto. Il primo anno da neopatentati si allungarono fino ad Alberobello; due ore di gita, otto di macchina. Era il 1956.

I miei genitori, da fidanzati, andavano d’estate alle fontanelle di Avella; c’erano tante, tantissime lucciole. Una sera, mentre tornavano di lì, trovarono un cane, color miele; andava avanti e indietro, sul ciglio della strada. Lo caricarono sui sedili dietro, mia madre – terrorizzata – temeva la mordesse. Bill è stato coi miei nonni per quasi vent’anni. Era enorme, dolce, color miele. Mia madre ha paura di tutti i cani, ma di lui no. A Capodanno lo chiudevano in garage perché si spaventava per i fuochi d’artificio. Non avrebbe morso nemmeno un ladro. Ho una foto con lui, nel recinto dei conigli.

Una volta, da bambina, ho visto un prato pieno di lucciole. Eravamo nelle Marche, in vacanza. Vivevamo in una villa in mezzo ai campi di girasoli. Apparteneva a una signora, tutta strana, con sette cani e due dipendenti – Augusto e Archimede. Riparavano le biciclette. Avevano, in cantina, decine di mobili pieni di bottoni. C’era una tenda a separare i nostri appartamenti. La statua di una madonna scolorita in giardino. L’aria era calda, l’atmosfera indolente.

Io e mio fratello giocavamo con due bambini, nella villa più avanti. Un giorno la loro mamma ci ha fatto i pop corn dolci. E io – che li avevo sempre mangiati salati – li sgranocchiavo, un po’ perplessa; era un posto strano, un po’ fuori dal mondo.

Ma io le lucciole le ho viste solo lì; e poco fa, tra le immagini di Google. Non credevo che un insetto tanto brutto potesse dar vita a quella scena che mi aveva tolto il fiato.

And although my eyes were open, they might just as well been closed

Questa mattina mi sono svegliata abbastanza presto, non c’era traffico, la metro era deserta. Sono andata fino a Ottaviano, ho girato per negozi, ho comprato del caffè profumatissimo. Ho camminato, a lungo, mi sono fermata a scattare delle foto a Piazza del Popolo. Avrei voluto catturare alcune immagini, ma erano tanto belle che non me la sono sentita; non riuscivo a cristallizzare, in un momento, i due ragazzi seduti per terra che disegnavano – alla perfezione – l’obelisco. Non riuscivo a fermare, in uno scatto, il venditore di rose chino alla fontana, che bagnava ogni fiore, uno a uno, come stesse facendo il bagnetto a un bambino. Una coppietta di ultrasettantenni leggeva il giornale su una panchina, in mezzo al nulla (la Repubblica lei, il Corriere dello Sport lui). Due fratellini, di cinque/sei anni, correvano tra i turisti, sulle terrazze del Pincio; ho passeggiato – fermandomi spesso – per Villa Borghese. Sono andata a visitare la galleria di Arte Moderna e Contemporanea. C’erano un sacco di vecchietti che si fermavano davanti ai quadri un po’ perplessi, tra un “cosa vuol dire?” e un “almeno questo si è impegnato”.

“Mi scusi, le ho rovinato la fotografia”. Una bimbetta gattonava affascinata tra statuette di cani in metallo.

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