Aspettando il tram

“Le véritable voyage de découverte ne consiste pas à chercher de nouveaux paysages, mais à avoir de nouveaux yeux”

Marcel Proust

Questa mattina, tanto per cambiare, aspettavo il tram per andare a lavoro. Oltre ai soliti anziani e rampanti signori, alla fermata altrimenti deserta, c’era  una ragazza piuttosto trafelata. Mascara fino alle ginocchia, capelli sconvolti, occhi rossi… era la sua walk of shame. Mi ha chiesto da che parte di Berlino fossimo, e dove portasse il tram. Poi è scoppiata a ridere, e mi ha proposto di bere un caffé con lei.

Siamo entrati al bar Melissa, in cui una volta avevo bevuto una birra, in una circostanza rocambolesca. Di giorno è ancora più surreale, vuoto, con statuette di cattivo gusto e lucine verdi. Le ho raccontato che dopo la mia ultima sbronza mi ero fatta accompagnare da un pachistano fino alla casa di una mia amica. Lei mi ha sorriso, e mi ha parlato del tipo con cui era stata. Un ragazzo molto dolce, di cui non ricordava il nome. Poi abbiamo revocato altre walk of shame, ho perso il tram, e non sono arrivata in ufficio con i consueti 30 minuti di anticipo.

Lungo la strada ho scoperto che ad Am Steinberg c’è un Bar Melissa 2. Su quella strada ci passo ogni giorno, ma non ci avevo mai fatto caso.

Volevo leggere, ma ho capito che in questi giorni la mia testa è troppo piena dei miei pensieri per lasciar spazio alle vite degli altri.

Impressioni di febbraio

Come Worpress ci tiene a ricordare, febbraio è passato, e io ancora non ho scritto nulla. Mi ero riproposta di attivarmi almeno una volta al mese e diventare regolare, ma niente, il tempo mi scivola tra le mani, e io non riesco a controllarlo.

E così è arrivato marzo, in un’atmosfera di quasi primavera, dopo un inverno caldissimo, in cui si gelava solo nei giorni in cui ero costretta a casa. Fa buio alle sei, gli uccellini cinguettano, sono di nuovo in una fase di allegra inquietudine dopo mesi di simil depressione, e ho ripreso a vagare a caso per la città.

Ciò che amo di Berlino è il fatto che, dopo tanto tempo, mi permette ancora di perdermi, anche in aree che, teoricamente, conosco bene come le mie tasche. Così oggi ho vissuto ancora quella situazione surreale di trovarmi in luoghi che non conoscevo, proprio mentre ero dietro a luoghi che conosco benissimo. Mi sono fermata per mezz’ora a guardare bambini che giocavano sulle altalene, volevo sedermi in un bar e ho scoperto che era un negozio di fiori, mi sentivo felice e volevo correre, e forse l’ho fatto, senza neanche rendermene conto.

Ho letto i manifesti per strada, ho sbirciato nei cortili interni, sono salita e scesa su un tram a caso. Poi ho passeggiato dietro casa, e ancora una volta, l’ennesima, avrei voluto poter scattare foto. Io che le foto le odio. Fermare un momento, un’ impressione, per confrontarla vivida col mio ricordo sbiadito.

Volevo piangere, perché ero felice. Sono venuta qui, e ho deciso che almeno un post a marzo lo dovevo pubblicare.

Non prendo taxi per principio

Io, di natura, sono una persona che non prende i taxi. Non lo so perché. So che mi viene l’ansia. Posso contare sulle dita di una mano le volte in cui ne ho presi: ero a Milano di notte, con Silvia ed Elena, e siamo tornate in taxi a casa loro. Ero a Coimbra, con Silvia e Martina, stavamo per perdere un treno e ci siamo fatte portare in stazione; anche a Budapest, con i miei, andammo in taxi dall’aeroporto in città. La volta successiva ero a Verona, al Job Orienta, e la responsabile dell’ufficio orientamento dell’unibz volle chiamarne uno a tutti i costi.

Io attraverso Berlino a piedi di notte. Ma i taxi non li prendo. Poi venerdì scorso sono caduta e non potevo camminare, e ho dovuto incontrare ben 4 tassisti in una settimana. Forse domani ne rivedo altri due. Un’overdose così mi ucciderà, lo so.

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Il mio quasi anno a Berlino

Proprio oggi pensavo che tra qualche mese compirò finalmente un anno di permanenza qui. A volte mi sembra di essere arrivata ieri; altre volte conto le Monatskarten accumulate e mi chiedo come sia possibile che io regali soldi alla BVG da così poco tempo, quando potrei tranquillamente affermare di essere qui da sempre.

In questi giorni sono bloccata a casa con un piede inabile, e spesso la noia mi assale, portandomi a fare cose che normalmente non farei mai (contare quante volte al giorno tal vicino esce dal portone, guardare la colonna destra di Repubblica, aprire il blog della Ferragni per poi richiuderlo, mettere a posto cose che non ho mai messo a posto). Per questo ho tentato di far fruttare la mia inattività sistemando vecchi oggetti senza senso che richiamano ricordi di mesi, tra alti e bassi, bellissimi.

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Faccio cose, vedo gente

O si vive, o si scrive, dicono. Io ultimamente ho vissuto un sacco. Ho attraversato Berlino a piedi da un capo all’altro della città, di notte, in infradito, brillamente felice (brillamente nel senso di brilla, e si, la metà delle mie storie berlinesi iniziano con una birra e finiscono con me che faccio percorsi improponibili a piedi). Ho scoperto che anche nella grande Germania rubano i computer, e che quando lo fanno, lo fanno in grande stile, e si portano via quelli di un’azienda intera. Ho scoperto che nemmeno ce li hanno dei sistemi di allarme decenti qui.

Ci sono stati quasi trenta gradi, e i tedeschi hanno deciso che per lavorare faceva troppo caldo, e che si usciva prima. Ho visto tedeschi andare in ufficio in giacca e cravatta, ma a piedi nudi. Quelli che lavorano con me non lo fanno; loro vengono direttamente in costume.

Ho ipotizzato che i tipi che vivono sopra di me siano dei carcerieri, perché neanche con il caldo lasciano che i loro bambini giochino in un parco (meglio far rotolare biglie sul pavimento di casa, di domenica mattina); ho capito che è una fortuna che la Germania non sia una zona sismica, perché il mio palazzo trema a dismisura per una semplice lavatrice (o per una S-bahn che passa).

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Azzurro Bruco

Fino a poco più di due mesi fa (il tempo vola), la prima cosa che facevo al mattino era tirare su le tapparelle, e guardare che tempo c’era fuori; quando vivevo a Bolzano, c’erano solo due tipi di giornate: quelle in cui il mondo era Bruco, e quelle in cui avrei fatto meglio a tornare a letto. La definizione azzurro bruco l’abbiamo inventata io e le mie amiche, o almeno, così mi piace credere.

Le prendevo sempre in giro, perché si stupivano di quanto spesso ci fosse il sole in quella piccola città infossata tra le montagne; mettiamola così, mi servivano un “c’avete solo la nebbia” su un piatto d’argento. Era vero, però, c’era spesso il sole. E quando c’era il sole, il cielo era azzurrissimo. Come credo di averlo visto solo poche volte. Faceva male andare in biblioteca; faceva malissimo, avere un problema, perché quando ero depressa a Bolzano, la bellezza della natura sembrava prendersi gioco di me, invece che tirarmi su.

Una passeggiata in hangover sui prati del Talvera ti lascia solo in superficie un senso di pace, perché dentro, se hai problemi, scava in profondo, con una nostalgia struggente che ha del sublime… ma che fa soffrire. Se mi sento depressa a Berlino (cosa che non succede troppo spesso), e prendo una u-bahn/s-bahn a caso, mi sembra di riempirmi di mondo. Vago tra la gente, mi sento sola e e parte di un qualcosa di più grande, perché in fondo è come se fossimo tutti soli,e uniamo le nostre solitudini in questa quotidianità che in ci fa sentire più vicini, nella nostra enorme lontananza.

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Insonnia costruttiva

Di solito, quando la domenica mattina non riesco più a dormire, e mi sveglio alle 7 e mezza con meno di due ore di sonno alle spalle, il piano è il seguente: scegli un posto, raggiungilo, stancati, torna a casa e dormi. Questa simpatica digressione sulla mia tabella di marcia domenicale (che per un motivo o per un altro, non rispetto quasi mai, comunque) serviva solo ad introdurre questa, di domenica mattina: piove, ho già preso troppa pioggia, mi annoio, che faccio?

Ce lo avete davanti agli occhi il risultato. Ecco, ora mi devo confessare. Non è che la decisione di prendermi un angolo della rete per annoiare il mondo sia stata puramente casuale; io bramo un blog dai tempi di myspace (non so quale divinità del buon gusto abbia salvato la comunità da una simoblogger quindicenne, ma per favore, veneratela), ma non ne ho mai aperto uno per un motivo, fondamentale: ho paura di “sbattermi in piazza”, perché scrivo da sempre, e ho sempre scritto solo per me. E credo veramente di saper scrivere. Lo so che non si vede, ma temo di essere una delle persone più insicure di questa terra: ci sono pochissime cose che mi piacciono di me, e una di queste, è il modo in cui uso le parole. Mi piace vederle viaggiare, uscire dalla mia testa, prendere vita su un foglio, cartaceo o virtuale; sono eleganti, mi coccolano, mi fanno paura a volte… non so gestirle così, quando parlo.

Ho il terrore che, leggendomi, qualcuno possa uscirsene con un “tesoro, scendi sulla terra, non sei capace”; per paura di essere giudicata, per paura di “perdere” ciò che mi rende più felice, mi sono trincerata per anni dietro un “non voglio essere l’ennesima bloggerminchia della rete”. Che poi non fraintendetemi, so benissimo che ci sono un sacco di blog favolosi in giro, che leggo, che ammiro, da cui vorrei imparare e carpire segreti. Ho solo paura che il mio resterebbe al livello di quelli che mi sono ritrovata a deridere per lavoro.

Da qualche tempo realizzo che spesso, quando i miei amici mi chiedono di “raccontare qualcosa“, non so cosa raccontare… anche se invece, durante il giorno, mi sono successe tante cose belle, che mi sono anche annotata, per poterne scrivere dopo. Sul momento però, non mi viene in mente nulla; apri un blog, mi ha detto qualcuno, un tot di giorni fa. “No, dai, un blog ce l’hanno tutti”, credo di aver risposto.

Stamattina, mi sono svegliata pensando “che crepino, le mie paranoie, io voglio un blog, basta lo apro”. Parto piccola e modesta, senza dominio, senza ambizioni, sbattendomene della grafica, ma nella mia mente schizzano sogni in cui ho sessioni in tutte le lingue che parlo, e anche in quelle che non parlo ancora. Però non vi assicuro nulla, magari mi annoio e lo mollo lì… ma in teoria questa mia piccola follia, che avrei dovuto fare da anni, è per me e per voi. Se vi va di sapere cosa mi succede, se vi va semplicemente di ascoltare i miei deliri, potete farlo qui, a rate, senza aspettare una mail con allegato Word di 5 pagine. Al mio sogno di infanzia, quindi, vediamo cosa ne esce!