Trenitalia ti voglio bene

Questo che state leggendo voleva essere un post sarcastico dedicato alle ferrovie dello stato e ai loro fantastici esperti di marketing. Quel post lo scriverò un altro giorno. Oggi ho gli occhi e il cuore così pieni di bellezza che persino il mio lato ironico ha deciso di mettersi a tacere.

Quindi sarò banale e scontata, e in data 25 aprile, dedicherò qualche riga all’Italia. A quell’Italia che fino all’anno scorso attraversavo così spesso in treno, quando partivo da Roma e mi risvegliavo a Bolzano, cullata da libri, appunti, sogni, troppo distratta per cogliere la bellezza dei paesaggi. Li guardavo senza vederli, assorta in altre faccende, controllando ossessivamente l’orologio per cronometrare le ore, i minuti, i secondi che mi separavano dall’una o l’altra meta.

Il metro di tutto, per me, era Firenze. Quando arrivavo a Firenze da Bolzano, pensavo che finalmente potevo cominciare a sentirmi a casa. Quando lasciavo Roma e tornavo tra i monti, iniziavo a studiare solo dopo Firenze. La mia vita bolzanina dal capoluogo toscano in giù non esisteva. Era il luogo dell’infanzia, il luogo del “fuori dal tempo“. Un luogo che non potevo mischiare con la mia vita vera.

Quando quell’Intercity digievoluto in Frecciargento si fermava a Firenze io ero sempre sveglia; poi mi riaddormentavo. Era un traguardo simbolico. Il viaggio vero per me iniziava o finiva lì.

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Lessico familiare

-Nonna, perché fai quella faccia?

-Sono triste

-Ma perché?

-Ho paura che morirai da sola

-Nonna, non ho nemmeno 24 anni

-Ma se a 25 non hai nessuno, potresti restare da sola  per sempre.

-Ah, bello, ancora un anno e poi scado. Mi devo muovere.

-Io vorrei tanto che ti trovassi un fidanzato

-Io pensavo volessi che mangiassi di più.

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Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui tirocini in startup a Berlino e che non avete mai osato chiedere

Mentre scrivo questo post  sono seduta, annoiata, alla scrivania di quello che per sei mesi è stato il mio ufficio (ciao ex colleghi!). Le ultime due settimane di un tirocinio possono diventare una vera agonia, e ho già avuto modo di provarlo due volte sulla mia pelle: la cara amica motivazione inizia a latitare nel dopopranzo, e alle 4 del pomeriggio risulta ormai dispersa, probabilmente a bere tequila in qualche bar di cattivo gusto.

I progetti non ti interessano più, i tasks ti annoiano, i meeting ti  fanno ridere: fare profonde considerazioni sociologiche è l’unica attività che sembra avere un senso, e che aiuta a tirare le somme dell’esperienza che si appresta a finire. Ho deciso di scrivere queste righe perché mi serviva, perché ho bisogno di fare un punto, e dire la mia su cose che sento ripetere da mesi. Se tra qualche settimana avrò cambiato idea, non pubblicherò nulla. Se col disincanto del distacco mi sentirò ancora un tutt’uno con la Simona di oggi beh, state leggendo quella pagina.

Premetto che quella che descriverò non è una verità universale, ma la mia storia personale. Una storia che è iniziata ormai quasi un anno fa, quando decisi di riempire i buchi di tempo con un fantastico tirocinio di cinque mesi. Le cose non andarono come dovuto, e i mesi divennero undici. In due aziende diverse, per fortuna. Io, personalmente, non ho mai avuto l’opportunità di confrontarmi con il mercato del lavoro italiano. Se dovessi farlo, forse, andrei nel panico. Sono figlia delle start up berlinesi, ci ho passato un anno e mezzo della mia vita, ci sono entrata, per la prima volta a 21 anni.

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Cosa resterà di questi anni Zero?

Quando ero giovane, da consumata finta intellettuale quale ero, mostravo profonda avversione nei confronti dei fenomeni pop e della cultura trash. Ma potevo forse restare del tutto impermeabile alle amenità con cui ci martellavano quotidianamente tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila? Certo che no! E così, puntuale e non richiesto come l’ennesimo articolo sul Rubygate della home di Repubblica, ecco un elenco di cose che mi hanno segnata nel profondo. Spaventatevi!

“If you wanna be my lover, you gotta get with my friends”

Grazie alle Spice ho capito due cose fondamentali: ai matrimoni non ci si veste come ai funerali,  e non si esce con persone che non piacciono ai tuoi amici. Avete presente la faccia schifata che sa fare la gente quando racconti dell’avventura con quell* là che lui/lei non sopporta? Vi ricordate di tutte quelle volte che avete tirato via i vostri amici da figuri improbabili in discoteca? Sapete che non è piacevole chiacchierare con qualcuno e vedere i suoi scagnozzi che lo fanno allontanare perché “con quella no”? Pensate che la vostra amica si diverta a minacciare il tipo con cui state limonando di sfondargli casa con un piede di porco?

Prima che nel gruppo inizi la campagna “facciamo mobbing al ragazzo odioso di X con il nome assurdo, chiamandolo nei modi più impensabili, così magari si mollano” riflettete attentamente sulle vostre scelte. Io avrò anche amici pazzi, però credetemi: Giulietta e Romeo nel 2014 si amano, ma non possono unirsi perché la compagnia non è d’accordo.

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Io e Luis

Dietro un grande giornalista, c’è sempre un grande bersaglio. Anzi: con un buon bersaglio, anche il giornalista più mediocre può guadagnare una valanga di punti. Tutto sta, però, a puntare fin da subito la persona giusta. E non è facile.

Tanto per cominciare, infatti, il bersaglio non deve essere troppo bersagliato. Quanta persone angosciano quotidianamente il mondo parlando del loro odio per Berlusconi? Fin troppe. Ormai non si può più sperare di costruirci una carriera. Prendiamo Marco, per esempio. Mica è diventato Travaglio facendo l’hater di Silvietto: il suo bersaglio è sempre stato un altro, e ce lo spiega l’evidenza. Di cosa parlano gli editoriali del Fatto Quotidiano quando il caro leader esaurisce gli argomenti da divulgare sul blog e la gente smette di insultare le inchieste della Borromeo? Di Dell’Utri.

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Tutto cambia affinché nulla cambi

Sono arrivata in Italia da meno di 24 ore, ma ho l’impressione di esserci da giorni. La mia vita qui sembra svolgersi come nelle puntate di Beautiful: puoi guardarne una ogni tre anni e ritrovare tutto come era prima.

Non ritiravo una valigia a Fiumicino da almeno sei mesi, ma i nastri sono ancora lenti come lo erano allora. “Stiamo lavorando per rendere l’aeroporto più efficiente”. Non ci state riuscendo, lo sapete, sì?

Grillo vomita ancora idiozie dai blog. Le donne candidate sono sempre considerate delle veline, al di là del colore politico. Saltuariamente, in Parlamento, si ci picchia. Le buche sulla strada che porta a casa mia sono lì dove le avevo lasciate. Massimo Cacciari ormai di lavoro fa l’ospite da Lilli Gruber.

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Angelona c’ha provato

Ieri mattina ho letto un articolo sul concerto dei Rolling Stones a Roma, e in un momento di ingenuità ho pensato che ci sarei andata molto volentieri; googlo la data, leggo il prezzo, piango, e mi ricordo di una storia bellissima in cui mi sono imbattuta giocando a “una pagina a caso” con Wikipedia. La cosa si svolge più o meno così.

Lei è Angela, forse ne avrete sentito parlare, compare spesso sui giornali per via dei suoi splendidi tailleur color poltroncine del Reichstag  in qualità di cancelliera tedesca al centomillesimo mandato; questa è Angie, invece, famosissima (e splendida) canzone dei Rolling Stones che almeno 5 miei ex vicini di casa aspiranti musicisti tentavano di riprodurre con scarso successo. Poi c’è GEMA, per gli amici Gesellschaft für musikalische Aufführungs- und mechanische Vervielfältigungsrechte, colei che detiene i diritti sulla riproduzione di brani musicali in terra teutonica, tristemente famosa per bloccare tutti, ma dico tutti, i video interessanti di Youtube (inclusi documentari su Piazza Fontana/filmati in russo sulla Rivoluzione d’Ottobre) con simpatici messaggini minatori.

 

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Cosa c’è in TV

Sebbene molti stentino ancora a crederci, lo scorso ottobre mi sono legata ad una palestra per ben 18 mesi: sì, io, quella che non si è mai vincolata a niente e a nessuno per più di mezzo anno, ho una relazione stabile con la Fitness First, e presto inizierò a spacciarla in giro come la storia d’amore più lunga della mia vita. Ma non finisce qui, perché oltre ad aver guadagnato una tessera blu che reca l’effigie di due figoni che fanno pesi, ho anche cominciato ad usare quella tessera tutti i giorni.

Cosa mi spinge a trascinarmi in quell’ambiente ameno (a parte l’istruttrice probabilmente cocainomane, convinta che io sia sudamericana)? How I met your mother. Perché grazie ai miracoli della scienza, che collegano gli attrezzi a dei fantastici schermi appesi alla parete, posso guardare la tv mentre fingo di fare sport. Le mie performance, insomma, dipendono dai palinsesti di Vox e ProSieben (gli unici canali che riesco a vedere dagli attrezzi al centro della stanza, dato che sulle ellittiche al lato ci vanno le MILF e sui tapis roulant in fondo i mega atleti).

Ora, in questi ultimi tempi la televisione tedesca sembra avere particolarmente a cuore la mia forma fisica, e per qualche motivo che non mi spiego, trasmette compulsivamente puntate della serie per ben tre volte al giorno, dandomi la possibilità di scegliere tra diverse fasce orarie in cui trascinarmi su un tapis roulant (yeah). Qualche volta, però, è capitato che non riuscissi a vedere lo show. E che perdessi anche “Die Simpsons”. In quei casi mi sono dovuta accontentare di ciò che passava il convento, e ho avuto modo di scoprire il magico mondo della tv teutonica. Di seguito, perle telesive a misura di tedesco.

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Felicità (Albano e Romina me spicciano casa)

Questa notte ho fatto un sogno strano. Ero seduta in riva al mare e tracciavo disegni con un rametto; poi il mare diventava un bosco, ero in una sorta di campo scout e accendevo un fuoco con una serie di persone che nella vita reale non hanno assolutamente correlazioni tra loro. Prendevo un foglio di carta, volevo scrivere qualcosa, e mi è uscita la parola ευδαιμονία. Così, con i caratteri greci. Mi sono svegliata e davanti agli occhi mi ballavano ancora quelle lettere. Ho acceso il pc, googlato la translitterazione, e mi sono ricordata che “eudaimonia” in greco antico vuol dire “felicità”.

In questi giorni mi sento proprio così: felice. Dopo il 2013, famigerato anno del no, dopo le prime settimane del 2014 costellate da piedi rotti, malattie, rifiuti e incidenti diplomatici, è iniziata una svolta da seconda metà del 2011. Improvvisamente sono successe tante piccole cose, non sempre necessariamente positive, che sono riuscite però a rivoluzionare il mio stato d’animo. E così ho imparato che un bicchiere di vino con un panino possono effettivamente regalare felicità, specie se accanto a te c’è una delle tue amiche più care con cui scambiare chiacchiere da principio di ebrezza, in un bar dove fino alla settimana prima andavi a mangiare in pausa pranzo.

E che per dare una svolta a una mattina in hangover si può fare un giretto in palestra, e osservare affascinata istruttrici sotto evidente effetto di cocaina che cercano di convincere un pubblico di vecchiette e giovani donne in post sbronza a fare salti mortali. Perché muoversi sentendosi ancora ubriachi è un’esperienza mistica, che uno tenti di ballare, di attraversare un’enorme città a piedi o semplicemente di passare l’aspirapolvere in camera ascoltando I want to break free e sognando di essere Freddie Mercury.

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La sindrome del Tamagotchi

Quando ero ancora alle elementari (massimo in terza, mio fratello faceva l’asilo), mio padre partì per un viaggio di lavoro di due settimane a San Francisco.

Al suo ritorno, io e mio fratello ricevemmo due felpe con il nome della città in bella vista (ricordo che quella fu la mia felpa preferita per anni) e due strani aggeggi che negli States avevano tutti

Il mio era a forma di uovo, quello di Francesco sembrava un cagnolino viola in miniatura. Dal minuscolo schermo, si poteva seguire la vita rispettivamente di un pulcino e di un cagnetto, che bisognava nutrire, pulire, far giocare e portare a spasso. Io volevo un gatto (nero), ma insomma, come inizio mi accontentai.

Ricordo che mi sentivo una strafiga, perché dopo pochi mesi tutta la mia classe restava attaccata ai mini congegni giapponesi, che io avevo ricevuto con così tante settimane di anticipo. Obbligavamo mia madre a star dietro ai nostri animaletti virtuali mentre eravamo a scuola. Spesso, purtroppo, i cuccioletti passavano a miglior vita, perché la mia solerte genitrice per preparare il pranzo dimenticava di sfamare il vorace pulcino. Io piangevo e minacciavo di scappare di casa. Ma poi ne nasceva uno nuovo ed ero felice. Se non sbaglio, il Tamagotchi a un certo punto iniziava a riprodursi (per partenogenesi?) ma forse questo è un dettaglio aggiunto con la fantasia e la nostalgia dei bei tempi andati.

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