Memorie di una ragazza che voleva andare a un matrimonio

L’uomo della mia vita si chiama Marius, fa il poeta, il rivoluzionario e in uno dei capitoli finali dei Miserabili sposa Cosette. Quando la vede per la prima volta, rimane a fissarla per un tot di secondi prima di esclamare una roba tipo “ho veduto un angelo”. Ecco, quella scena è una delle pochissime parentesi sdolcinate che riesco a tollerare nella storia della letteratura e del cinema. Le frasi smielate mi ripugnano per natura, rendendomi nervosa e aggressiva come Zinédine Zidane in procinto di distribuire testate.

Il matrimonio è l’arte di dividere in due i problemi che non si hanno da soli, diceva la nonna di Vic del Tempo delle Mele, e quando penso a quel film (che credo di aver visto intorno ai 12-13 anni) ricordo questa citazione ancora prima del lento ballato con le cuffie in mezzo alla folla festante. Il punto è che, al di là della mia scarsa considerazione per matrimoni, cuoricini e ammore, tendo a sentirmi profondamente sconsolata per non aver mai partecipato alla gioia di due persone a me care che convolano a nozze.

Questo week end sono stata a Firenze, e ho passato una buona mezz’ora a discutere di abiti da sposa con Martina, Irene e Silvia; avevamo visto nel pomeriggio una novella sposa in bianco e rosso, con delle scarpe terribili e un’acconciatura realizzata con buone probabilità dal parrucchiere di Krusty il clown. Non che la cosa mi sconvolgesse particolarmente, a dire il vero: durante il tempo libero, mi capita spesso di guardare le foto scattate ai matrimoni trash dei russi, o di rimirare uomini che pronunciano il sì con abito elegante e Birkenstock nella chiesa cattolica del mio quartiere, la stessa del parroco che una volta al mese mi manda inviti via posta per i corsi prematrimoniali.

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Cambiamenti

Cambiamenti  è il titolo di un capitolo di Piccole Donne. Da bambina ho letto Piccole Donne un miliardo di volte; ancora oggi, quando ho bisogno di certezze, rileggo Piccole Donne. Se volessi essere davvero sincera vi racconterei che ho passato anni della mia via a sentirmi Jo, e che una parte nascosta del mio subconscio continua a fare cose nel tentativo di emularla. Quindi, se domani dovesse saltare fuori un vecchio accademico tedesco con la passione per la letteratura, sarei costretta a fare un grande lavoro sulla mia psiche, per ricordarle che mai e poi mai vorrei finire ad allevare marmocchi in un collegio.

Il mio piano A, infatti,  consiste nel diventare Lilli Gruber, andare a fare l’inviata sotto le bombe, inventarmi una posizione per leggere le notizie sul gobbo, invecchiare, imborghesirmi e piazzarmi con Cacciari in un salotto in cui demolisco gli esponenti della Lega e gli amici di Scanzi che la par condicio mi impone di invitare. Gli zigomi restano i miei, però. Ve lo prometto.

Questa storia di Lilli Gruber l’avevo raccontata con le stesse parole qualche mese fa, in un post che è rimasto per sempre tra le bozze. In quel post spiegavo anche che se i miei piani andassero in malora,  mi vedrei bene a fare disegnini per la sigla di Ballarò, a scrivere sceneggiature per le storie di Rubicchio nella metropolitana di Roma, a scovare gossip per la BVG Fenster. O a proclamarmi ideologa del movimento 5 stelle da un blog in cui sparo assurdità, per osservare le reazioni della gente e scriverne un saggio.

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Liebes Tagebuch

In questi giorni il dio della pelle morbida mi odia più del solito, e ha deciso di vendicarsi di me perché non mi strucco mai. Il che, dal suo punto di vista, sarebbe anche del tutto comprensibile; solo che per torturarmi come si deve, ha stretto un’alleanza con il dio dell’insonnia. E qui si è dimostrato davvero crudele. Perché ora va bene tutto, ma non farmi dormire come si deve per tre settimane mi pare una roba di una cattiveria inaudita: un po’ di ombretto sugli occhi e mi ritrovo a Guantanamo. Che mondo ingiusto, amici miei!

Poiché io e il sonno non siamo mai andati d’accordo, ho sviluppato negli anni una certa abilità nell’inventare attività notturne che conciliassero l’appisolamento; posso assicurarvi, quindi, che se guardate video soporiferi per più di venticinque minuti, crollate sulla tastiera del computer con Youtube ancora acceso. Io purtroppo sono un caso grave, e l’altra sera sono rimasta sveglissima anche dopo un’ora di spezzoni di Italia-Costa Rica (probabilmente le scarpine fluo e le divise arancioni dei portieri sovraccaricano il mio cervello di stimoli, altrimenti non mi spiego il motivo di questa misera sconfitta).

Un’altra tattica infallibile consiste nell’aprire casella elettronica delle newsletter (dai, non ditemi che non ne avete una), e mettersi ad analizzare i profondi testi con cui le aziende ci martellano quotidianamente; io ricevo da anni le comunicazioni di un ufficio marketing che fa una sottospecie di corso stile “blogging for dummies“. Lo scorso mercoledì ho letto una loro email e ho scoperto  di essere una pessima blogger, fondamentalmente perché inchiostro simpatico non regala certezze ai suoi lettori.

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Distanze

Un giorno le mamme ci dissero che potevamo iniziare a tornare a casa da soli. Finivamo la scuola, ci attardavamo a chiacchierare con tutti, poi ci muovevamo insieme, a ranghi compatti. Prima salutavamo Francesco, che abitava a metà strada; poi io e Roberto andavamo ancora avanti. Vivevamo a pochi metri di distanza. La mia scuola elementare era appena sopra il mio asilo, che a sua volta sovrastava la mia scuola media.

Quando andai al liceo, misi cinque chilometri tra la nuova me e la mia vecchia vita; mi sembrava di rinascere, di cominciare a respirare. Di far sparire di un colpo quei tre anni orribili, quel periodo chiamato scuola media che aveva distrutto le mie certezze, quanto di più bello c’era prima.

A quindici anni credevo di essere strana, con quel mio modo di sentirmi stretta; a diciotto sapevo che c’erano tante altre persone come me e dovevo solo cercarle.

Così me ne sono andata, con le mie paure e i miei entusiasmi; con una consapevolezza diversa. Con delle certezze che l’università di Bolzano avrebbe raso al suolo, per farmi costruire delle altre certezze partendo da zero.

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DIY: il calendario del telegiornale-l’anno solare in 15 servizi

Ah, il logorio della vita moderna. Cambiano le stagioni, cambiano i governi, se avete un po’ di sfortuna, cambiano pure i nomi delle strade. Ma dove sono finite le care vecchie certezze? Dio è morto, Nietzsche è morto, ora come minimo mi verranno a dire che è morto pure Marx. Quando torniamo stanchi alle nostre dimore vorremmo solo sentirci dire che andrà tutto bene, e invece no, c’è la guerra, c’è la crisi, c’è la Juve che continua a vincere e nessuno che protesta… Per fortuna, ci sono anche dei sommi benefattori chiamati telegiornali, che riescono a farci riscoprire il fascino delle grandi certezze, ricordandoci sempre in che periodo dell’anno siamo. Perché sì, a volte ce ne dimentichiamo. Non credete sia giusto celebrarli finalmente insieme? Prendete un cartoncino, della colla a stick e le vostre forbici con la punta arrotondata, create un bel prospetto con la grafica che più vi piace e mostrate con orgoglio a tutti i vostri amici uno splendido ed esclusivo calendario del telegiornale!

1 gennaio: i buoni propositi.

Ogni anno, migliaia di italiani provano a smettere di fumare; ogni anno migliaia di italiani si iscrivono in palestra; ogni anno, migliaia di italiani si mettono a dieta, promettono di fare viaggi, sognano di imparare lingue, di risparmiare soldi, di fare carriera… però falliscono miseramente. Permettendo ai telegiornali di riproporre ogni dodici mesi lo stesso servizio; secondo la leggenda, si va avanti così da quando non c’erano ancora cantieri sulla Salerno-Reggio Calabria. Secondo la leggenda si andrà avanti così fin quando non ci sarà più un singolo cantiere sulla Salerno-Reggio Calabria.

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Andare al cinema da soli e piangere

Il mio curriculum di giovincella intellettuale ha avuto per anni una macchia ormai indelebile, che cerco di nascondere con scarsi risultati; nata in provincia, cresciuta con un computer condiviso solo nelle ore serali e nei week end, condannata ai tristi palinsesti della televisione italiana, mi ritrovavo spesso a constatare la mia profonda ignoranza in campo cinematografico.

Gli unici film di cui potessi vantarmi erano i polpettoni in russo sottotitolati che mandavano in onda alle due di notte su Rai3; ho guardato almeno una volta tutti i kolossal hollywoodiani, e credo potrei recitare senza problemi la parte di Licia in Quo Vadis?. Se ero da mio nonno, subivo obbediente i western e le ennesime repliche di “Totò, Peppino e la Malafemmina” fingendo vivissimo interesse. A pensarci bene, conoscevo a menadito anche un discreto numero di super classici piuttosto datati; eppure l’idea di andare al cinema mi atterriva profondamente. A Genzano c’erano ben due sale cinematografiche, ma Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è stato il film di maggior rilievo per cui ho pagato un biglietto.

Da brave adolescenti provinciali, sceglievamo esclusivamente cose profondissime come I love shopping, Notte prima degli esami, roba di Muccino che ho francamente rimosso, film ambientati nei licei romani con sceneggiature sempre uguali; il multisala di Frascati era La Mecca dove magari riuscivi a vedere persino Il diavolo veste Prada, o lo strano caso di Benjamin Button, il massimo della qualità cui potessimo aspirare.

Insomma, a diciassette anni avevo letto Les Misérables, Guerra e Pace, Ulisse e i sette libri della ricerca del tempo perduto, approcciavo senza paura Le deuxième sexe, ma il film più serio che mi avesse mai sfiorata era La stanza del figlio di Nanni Moretti. Andare al cinema, per me era un’attività sociale, una cosa da fare per non restare a casa al sabato sera e per non offendere gli altri, un sacrificio necessario sull’altare dell’amicizia. I film belli si vedevano altrove, di certo non al cinema.

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Drammi toponomastici

Una sera sono tornata dall’Italia e ho scoperto che la strada che attraverso ogni giorno per andare in centro aveva cambiato nome. Dico davvero, non sto scherzando. Là dove c’era Berliner Straße ora c’è una città  Tino Schwierzina Straße. La cosa non sembra turbare la BVG, che continua a chiamare la fermata del tram Berliner Straße/ Wiesenstraße. Il che genera una confusione tremenda, perché senti la vocina irritante che ti annuncia il vecchio nome, leggi il cartello con il vecchio nome ma poi c’è una riga gigante rossa che lo cancella e introduce (scritto minuscolo perché se no non c’entra) una Tino Schwierzina Straße nuova di zecca che onestamente mi disturba.

Perché l’avete fatto? Chi è Tino Schwierzina? Perché hanno permesso a dei genitori che chiamano il figlio Tino Schwierzina di continuare ad esercitare la patria potestà? Perché intitoli una strada a uno che è stato così sfigato da essere eletto sindaco di Berlino Est pochi mesi prima che cadesse il muro e venisse eliminata la figura del sindaco di Berlino Est? Cosa sarebbe, un premio di consolazione? Non potevate mettergli un bell’epitaffio sulla tomba, aggiungendo qualche riga in più alla sua miserissima pagina di Wikipedia?

Non si fa, ragazzi, non si fa. Cioè, mettiamo che io domani torno a casa, voglio andare a via Lenin e scopro che via Lenin non c’è più (sì, a Genzano abbiamo via Lenin, problemi?). Come la mettiamo? Cosa faccio? Chi risolve la mia tragedia personale? In un mondo in cui crolla ogni certezza non potete mettervi a cambiare anche i nomi delle strade. I cartelli sono importanti. Secondo voi perché gli altoatesini si scannano da dieci anni per i cartelli bilingue? Perché sono pazzi? (sì)

Quando schiatta uno che in vita era importante, il comune non vede l’ora di intitolargli una strada. Io mi vedo già la scena di Durni che crepa, Scanzi che scrive “era solare, era vero, era pazzo” dal suo blog sul Fatto Quotidiano e il sindaco di Bolzano che trasforma i portici in Via Louis Durnwalder. Che paura. Che mondo triste.

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Hic sunt leones

Qualche anno fa, proprio in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani. Mia madre era in ospedale perché dovevo nascere io e i dottori erano spesso irreperibili perché guardavano le partite. Io me li immagino troppo, i dottori dell’ospedale di Genzano che fingono di lavorare mentre tifano per tizio o caio. E mi immagino anche i padri di sfortunate bambine cui venne dato nome “Italia” in onore del grande evento; perché vi giuro, io di Italie ne ho conosciute almeno tre o quattro, nate più o meno nei miei stessi giorni. E se ci penso, smetto immediatamente di maledire i miei per avermi imposto la volgare imitazione italiana del nome francese che vorrei dare a una mia eventuale figlia sorella di Alfredo. Ma sto divagando.

Dicevamo che qualche anno fa, in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani: secondo wikipedia, quei mondiali li ha vinti la Germania Ovest. Non capisco bene il perché, in fondo il muro era già crollato. In fondo tanti altri siti dicono che li ha vinti la Germania e basta. Però mi fa stranissimo pensare che all’inizio della mia giovane vita si potesse nutrire ancora questo amletico dubbio; soprattutto sapendo che oggi, qualche anno dopo, sono seduta sul letto in Germania a leggere le offerte speciali per le nuove pizze create da Yellow Pizza in occasione del mondiale.

Per festeggiare insieme le vittorie teutoniche, si può ordinare una margherita con petto di pollo, cipolle, salame, formaggio greco e salsa barbeque. Volendo, a parte, si può aggiungere un po’ di burro. Ci sta bene. Lo dicono sul serio, eh! Tifare Germania deve essere un impegno totalizzante che coinvolga anche l’apparato digerente. Perché i tedeschi tifano un sacco, da tedeschi, ma tifano. L’altro giorno sono uscita da scuola e sono entrata da Rossmann a comprare lo shampoo e il commesso di Rossmann si affacciava ogni due per tre in direzione del bar di fronte per chiedere se la Germania avesse segnato.

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Lilli faceva la Bocconi

Alla storia del principe azzurro io ci ho creduto solo quando ero piccolissima.

Tutto quel biondo, quella perfezione, quella bellezza mi insospettivano. Da brava bambina di città mi chiedevo dove si potesse infilare un cavallo bianco in casa. In salotto non ci stava. E io a trasferirmi in campagna non ci pensavo proprio. E non ci penso neanche oggi.

Al massimo mi potrei prendere una villa sul Wannsee. Ma non so se ci voglio un cavallo. Bianco poi. Non se ne parla proprio.

Il principe azzurro era inutile per definizione. Cosa fa il principe azzurro nelle favole? Compare alla fine e salva la principessa. Insegna alle bambine che se te ne stai seduta buona buona e aspetti, un giorno arriva colui che ti salva e che ti fa diventare una regina.

Per secoli ci hanno detto sposati uno, così fai i soldi. Oggi lo vuole fare la Pascale e le diamo dell’arrampicatrice sociale. Quanta ipocrisia, gente.

Io al principe azzurro non ci credevo, ma ho avuto altri miti che mi hanno rovinato la vita.

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Come sopravvivere a un ritardo aereo e raccontarlo

Questo post dovevo scriverlo due giorni fa, ma poi non ho avuto accesso al computer. Per vostra immensa fortuna però, ho preso un sacco di appunti sull’agenda, quindi potrete sapere comunque nel dettaglio ciò che accade all’aeroporto di Schönefeld quando un aereo ritarda. Perché sì, mercoledì sera il mio stupido volo prenotato su quel sito con la grafica brutta arancione e pagato un patrimonio ha ritardato di due ore e mezza. Ed è stato mortale.

Mortale perché all’aeroporto di Schönefeld  non c’è NIENTE. E con niente intendo che davvero c’è solo un duty free sfigatissimo, un posto che vende a prezzi maggiorati prodotti pseudo tipici, un Burger King, un pub orrendo e caro come il fuoco e un finto posto bio dove devi vendere il rene per pagare una banana. Un tempo di attesa prolungato in un luogo così vuoto e noioso implica necessariamente uno stress che non è facile descrivere. Specie se ci si trova circondati dai personaggi improbabili che sono soliti infestare gli aerei di tutto il mondo.

La vocina che annuncia il ritardo è fastidiosa. E manco si scusa. Da gente così persino Trenitalia può ancora imparare qualcosa. I tedeschi se la prendono col governo Merkel. Gli italiani pure. Poi i primi vanno a comprarsi un mezzo litro di Berliner Pilsner a tre euro e cinquanta, i secondi cominciano a vagare ininterrottamente borbottando maledizioni e facendo cose rumorose.

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