Cosa resterà di questi anni Zero?

Quando ero giovane, da consumata finta intellettuale quale ero, mostravo profonda avversione nei confronti dei fenomeni pop e della cultura trash. Ma potevo forse restare del tutto impermeabile alle amenità con cui ci martellavano quotidianamente tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila? Certo che no! E così, puntuale e non richiesto come l’ennesimo articolo sul Rubygate della home di Repubblica, ecco un elenco di cose che mi hanno segnata nel profondo. Spaventatevi!

“If you wanna be my lover, you gotta get with my friends”

Grazie alle Spice ho capito due cose fondamentali: ai matrimoni non ci si veste come ai funerali,  e non si esce con persone che non piacciono ai tuoi amici. Avete presente la faccia schifata che sa fare la gente quando racconti dell’avventura con quell* là che lui/lei non sopporta? Vi ricordate di tutte quelle volte che avete tirato via i vostri amici da figuri improbabili in discoteca? Sapete che non è piacevole chiacchierare con qualcuno e vedere i suoi scagnozzi che lo fanno allontanare perché “con quella no”? Pensate che la vostra amica si diverta a minacciare il tipo con cui state limonando di sfondargli casa con un piede di porco?

Prima che nel gruppo inizi la campagna “facciamo mobbing al ragazzo odioso di X con il nome assurdo, chiamandolo nei modi più impensabili, così magari si mollano” riflettete attentamente sulle vostre scelte. Io avrò anche amici pazzi, però credetemi: Giulietta e Romeo nel 2014 si amano, ma non possono unirsi perché la compagnia non è d’accordo.

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La sindrome del Tamagotchi

Quando ero ancora alle elementari (massimo in terza, mio fratello faceva l’asilo), mio padre partì per un viaggio di lavoro di due settimane a San Francisco.

Al suo ritorno, io e mio fratello ricevemmo due felpe con il nome della città in bella vista (ricordo che quella fu la mia felpa preferita per anni) e due strani aggeggi che negli States avevano tutti

Il mio era a forma di uovo, quello di Francesco sembrava un cagnolino viola in miniatura. Dal minuscolo schermo, si poteva seguire la vita rispettivamente di un pulcino e di un cagnetto, che bisognava nutrire, pulire, far giocare e portare a spasso. Io volevo un gatto (nero), ma insomma, come inizio mi accontentai.

Ricordo che mi sentivo una strafiga, perché dopo pochi mesi tutta la mia classe restava attaccata ai mini congegni giapponesi, che io avevo ricevuto con così tante settimane di anticipo. Obbligavamo mia madre a star dietro ai nostri animaletti virtuali mentre eravamo a scuola. Spesso, purtroppo, i cuccioletti passavano a miglior vita, perché la mia solerte genitrice per preparare il pranzo dimenticava di sfamare il vorace pulcino. Io piangevo e minacciavo di scappare di casa. Ma poi ne nasceva uno nuovo ed ero felice. Se non sbaglio, il Tamagotchi a un certo punto iniziava a riprodursi (per partenogenesi?) ma forse questo è un dettaglio aggiunto con la fantasia e la nostalgia dei bei tempi andati.

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