I due minuti d’odio

Nel primo servizio di telegiornale che ricordo chiaramente, un gruppo di persone bruciava e calpestava la bandiera americana; suppongo fossero Iracheni, o una cosa così. Una parte di me era terrorizzata, l’altra pensava a quanto sarebbe stato divertente sfogare la rabbia in quel modo. Con il passare degli anni, in verità, il mio istinto di giovane piromane è andato scemando, lasciando il posto a un’anima da wannabe cinica sensibile che non sopporta la  visione del nonno coi baffi che abbraccia la copia della coppa del mondo sul sei/sette a zero di Germania-Brasile.

Talvolta però, la gente si impegna più del solito e trasforma la mia bacheca di Facebook in un’autobotte di materiale altamente infiammabile. In quei giorni devo mettere i fiammiferi sotto chiave, fissare il pensiero sulla mia casa berlinese allagata (ah, giusto, la mia casa di Berlino a quanto pare si è allagata) e scacciare dalla mente l’immagine di me che fisso il mondo con la stessa faccia di Fred  sommerso dai fischi durante Germania-Brasile.

E così si diventa tristi, si urla addosso a ignari passanti colpevoli di camminare troppo piano, si suona il clacson al povero neopatentato che non riesce a partire appena scatta il verde al semaforo, si ignora categoricamente il vecchietto cui si dovrebbe cedere il posto. Una cosa brutta, bruttissima, che potremmo facilmente evitare con un semplice e geniale espediente: i due minuti d’odio.

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Memorie di una ragazza che voleva andare a un matrimonio

L’uomo della mia vita si chiama Marius, fa il poeta, il rivoluzionario e in uno dei capitoli finali dei Miserabili sposa Cosette. Quando la vede per la prima volta, rimane a fissarla per un tot di secondi prima di esclamare una roba tipo “ho veduto un angelo”. Ecco, quella scena è una delle pochissime parentesi sdolcinate che riesco a tollerare nella storia della letteratura e del cinema. Le frasi smielate mi ripugnano per natura, rendendomi nervosa e aggressiva come Zinédine Zidane in procinto di distribuire testate.

Il matrimonio è l’arte di dividere in due i problemi che non si hanno da soli, diceva la nonna di Vic del Tempo delle Mele, e quando penso a quel film (che credo di aver visto intorno ai 12-13 anni) ricordo questa citazione ancora prima del lento ballato con le cuffie in mezzo alla folla festante. Il punto è che, al di là della mia scarsa considerazione per matrimoni, cuoricini e ammore, tendo a sentirmi profondamente sconsolata per non aver mai partecipato alla gioia di due persone a me care che convolano a nozze.

Questo week end sono stata a Firenze, e ho passato una buona mezz’ora a discutere di abiti da sposa con Martina, Irene e Silvia; avevamo visto nel pomeriggio una novella sposa in bianco e rosso, con delle scarpe terribili e un’acconciatura realizzata con buone probabilità dal parrucchiere di Krusty il clown. Non che la cosa mi sconvolgesse particolarmente, a dire il vero: durante il tempo libero, mi capita spesso di guardare le foto scattate ai matrimoni trash dei russi, o di rimirare uomini che pronunciano il sì con abito elegante e Birkenstock nella chiesa cattolica del mio quartiere, la stessa del parroco che una volta al mese mi manda inviti via posta per i corsi prematrimoniali.

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DIY: il calendario del telegiornale-l’anno solare in 15 servizi

Ah, il logorio della vita moderna. Cambiano le stagioni, cambiano i governi, se avete un po’ di sfortuna, cambiano pure i nomi delle strade. Ma dove sono finite le care vecchie certezze? Dio è morto, Nietzsche è morto, ora come minimo mi verranno a dire che è morto pure Marx. Quando torniamo stanchi alle nostre dimore vorremmo solo sentirci dire che andrà tutto bene, e invece no, c’è la guerra, c’è la crisi, c’è la Juve che continua a vincere e nessuno che protesta… Per fortuna, ci sono anche dei sommi benefattori chiamati telegiornali, che riescono a farci riscoprire il fascino delle grandi certezze, ricordandoci sempre in che periodo dell’anno siamo. Perché sì, a volte ce ne dimentichiamo. Non credete sia giusto celebrarli finalmente insieme? Prendete un cartoncino, della colla a stick e le vostre forbici con la punta arrotondata, create un bel prospetto con la grafica che più vi piace e mostrate con orgoglio a tutti i vostri amici uno splendido ed esclusivo calendario del telegiornale!

1 gennaio: i buoni propositi.

Ogni anno, migliaia di italiani provano a smettere di fumare; ogni anno migliaia di italiani si iscrivono in palestra; ogni anno, migliaia di italiani si mettono a dieta, promettono di fare viaggi, sognano di imparare lingue, di risparmiare soldi, di fare carriera… però falliscono miseramente. Permettendo ai telegiornali di riproporre ogni dodici mesi lo stesso servizio; secondo la leggenda, si va avanti così da quando non c’erano ancora cantieri sulla Salerno-Reggio Calabria. Secondo la leggenda si andrà avanti così fin quando non ci sarà più un singolo cantiere sulla Salerno-Reggio Calabria.

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Lilli faceva la Bocconi

Alla storia del principe azzurro io ci ho creduto solo quando ero piccolissima.

Tutto quel biondo, quella perfezione, quella bellezza mi insospettivano. Da brava bambina di città mi chiedevo dove si potesse infilare un cavallo bianco in casa. In salotto non ci stava. E io a trasferirmi in campagna non ci pensavo proprio. E non ci penso neanche oggi.

Al massimo mi potrei prendere una villa sul Wannsee. Ma non so se ci voglio un cavallo. Bianco poi. Non se ne parla proprio.

Il principe azzurro era inutile per definizione. Cosa fa il principe azzurro nelle favole? Compare alla fine e salva la principessa. Insegna alle bambine che se te ne stai seduta buona buona e aspetti, un giorno arriva colui che ti salva e che ti fa diventare una regina.

Per secoli ci hanno detto sposati uno, così fai i soldi. Oggi lo vuole fare la Pascale e le diamo dell’arrampicatrice sociale. Quanta ipocrisia, gente.

Io al principe azzurro non ci credevo, ma ho avuto altri miti che mi hanno rovinato la vita.

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Come sopravvivere a un ritardo aereo e raccontarlo

Questo post dovevo scriverlo due giorni fa, ma poi non ho avuto accesso al computer. Per vostra immensa fortuna però, ho preso un sacco di appunti sull’agenda, quindi potrete sapere comunque nel dettaglio ciò che accade all’aeroporto di Schönefeld quando un aereo ritarda. Perché sì, mercoledì sera il mio stupido volo prenotato su quel sito con la grafica brutta arancione e pagato un patrimonio ha ritardato di due ore e mezza. Ed è stato mortale.

Mortale perché all’aeroporto di Schönefeld  non c’è NIENTE. E con niente intendo che davvero c’è solo un duty free sfigatissimo, un posto che vende a prezzi maggiorati prodotti pseudo tipici, un Burger King, un pub orrendo e caro come il fuoco e un finto posto bio dove devi vendere il rene per pagare una banana. Un tempo di attesa prolungato in un luogo così vuoto e noioso implica necessariamente uno stress che non è facile descrivere. Specie se ci si trova circondati dai personaggi improbabili che sono soliti infestare gli aerei di tutto il mondo.

La vocina che annuncia il ritardo è fastidiosa. E manco si scusa. Da gente così persino Trenitalia può ancora imparare qualcosa. I tedeschi se la prendono col governo Merkel. Gli italiani pure. Poi i primi vanno a comprarsi un mezzo litro di Berliner Pilsner a tre euro e cinquanta, i secondi cominciano a vagare ininterrottamente borbottando maledizioni e facendo cose rumorose.

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Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui tirocini in startup a Berlino e che non avete mai osato chiedere (puntata 2)

(Un post che avevo dimenticato tra le bozze. Perdonate il momento D’Addio: se ve la siete persa trovate la prima puntata qui. Non è neanche troppo rilevante, ma leggetevela se avete tempo. Baci baci!)

Il mondo delle start up berlinesi è vasto e variegato. Ora, io non posso certo permettermi di dichiararmi un’esperta, e parlare con cognizione di causa delle singole situazioni. Senza vestire i panni di Manzoni narratore onniscente, posso tracciare però a linee generali un profilo comune a diverse aziende. Mi baso su quello che ho visto, e su quello che ho sentito dire. E pari funzioni più o meno così

La start-up è una repubblica fondata sullo stage (=manovalanza a basso costo)

Sei un giovane imprenditore, hai in mente un bel progetto, vuoi farlo fruttare

a) Cerchi di formare gente competente, che trascini l’azienda sulla via della grandezza

b) Ti circondi dei tuoi amici più cari, cui regali stipendi da paura, e vai avanti a stagisti/dipendenti a contratto non troppo pagati, che dopo un tot ovviamente cambieranno, stufi del trattamento.

So che volete rispondermi, ma il vostro parere è inutile ai fini di questo post, perché la start up sceglie la b. Si ma che senso ha formare qualcuno e poi mandarlo via? Non ci è dato saperlo. Si, ma i soldi ce li hai, ma assumere qualcun altro? No. Sì, ma qualcuno potrebbe fare carriera. No! Io appoggio Elsa, e mi schiero contro i contratti a tempo indeterminato a tutti i costi. Ma insomma, avere qualche assunto in più non è certo una vergogna.  E avere qualche assunto in più che merita di stare dove sta sarebbe auspicabile (vedi punto 2)

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No, aspetta, chi me lo chiedeva? La retrospettiva che stavamo aspettando

La campagna elettorale è quella cosa che per un tot di settimane occupa prepotentemente tutti gli spazi pubblici. Popolari rotocalchi come “La Repubblica” o “Il corriere della sera” sono costretti ad accantonare momentaneamente questioni di vitale importanza quali la biografia di Dudù, il matrimonio casto di Valeria Marini e i rapporti di mafia nella società dei merli, per lasciare il campo a gente che mangia banane, condannati che giocano a canasta nelle case di riposo e comici invasati che ce l’hanno con il mondo. Chicco Mentana si trasferisce in pianta stabile nello studio di La Sette, la moglie lo insulta su Twitter e qualcuno ritira fuori interviste in cui l’attuale premier parlava ancora come la tartaruga Camilla di Alvaruccio.

Con tutta questa carne sul fuoco, è davvero un peccato scoprirsi lontani. Perché sì, la campagna elettorale c’è anche in Germania, ma il filo conduttore per le europee 2014 sembra essere la NOIAH. Bambini, cani, pace nel mondo, speranze per i giovani, democrazia, vedo la luce e l’ ammore. Era dall’ultima edizione di miss Italia che non si sentivano così tante banalità. Io capisco il voler contrastare l’odio generale nei confronti della Angela, però dai, un minimo di guizzo almeno dai Piraten me lo aspettavo: e invece no, neanche loro, la cosa più seria che hanno fatto è stata  sta roba sul manneken pis che ha la stessa vitalità di un programma di Marzullo.

Niente da fare, insomma, la vita è dura, e la sorte adora ricordarmi che essere connazionale del Trota non mi solleva dalla responsabilità di sopportare altre sfighe. Quindi faccio di necessità virtù e mi appassiono alle vicende italiche che non mancano di spunti per farsi due risate (versando copiose lacrime nel segreto dei nostri cuori).

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Vengo anch’io (no, tu no!)

Il week end elettorale, per me, ha sempre un che di magico. Sarà che più invecchio e più divento romantica, ma anche di fronte alla desolazione del panorama politico italiano, per una volta, riesco a sentirmi esaltata. Forse è il ricordo di quando ero piccina e accompagnavo i miei a votare nelle aule della De Amicis, sognando il giorno in cui avrei potuto mettere una croce accanto al nome di gente senza apparenti meriti. Forse è quel clima di attesa da sabato del villaggio, che catapulta la mia mente negli anni in cui la gente lottava per avere certi diritti; forse è qualcosa che non so spiegare ma ecco, resta il fatto che a me le elezioni piacciono. E tanto.

Guardo anche quelle degli altri Paesi. Giustifico, per una volta, l’esistenza di Livorno e arrivo a trovarla pienamente sensata. Cerco di cambiare le condizioni meteo, mando maledizioni e faccio danze rituali. Una cosa folle, ma non giudicate.

In tutto questo fermento, lo capirete anche voi, la mancanza di una televisione sembra la manna dal cielo. Se ne avessi una, infatti, mi trovereste morta di fronte all’ennesimo dibattito politico. Stanotte mi è apparso in sogno un litigio tra Mentana, Travaglio e Floris. Credo fosse un incubo. Ma smettiamo di divagare e torniamo al punto principale: non sono in Italia, ci sono le elezioni, al momento, posso votare solo tornando in Italia, tornare in Italia costa. Ha senso spendere quasi duecento euro per mettere una croce?

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Lessico familiare

-Nonna, perché fai quella faccia?

-Sono triste

-Ma perché?

-Ho paura che morirai da sola

-Nonna, non ho nemmeno 24 anni

-Ma se a 25 non hai nessuno, potresti restare da sola  per sempre.

-Ah, bello, ancora un anno e poi scado. Mi devo muovere.

-Io vorrei tanto che ti trovassi un fidanzato

-Io pensavo volessi che mangiassi di più.

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Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui tirocini in startup a Berlino e che non avete mai osato chiedere

Mentre scrivo questo post  sono seduta, annoiata, alla scrivania di quello che per sei mesi è stato il mio ufficio (ciao ex colleghi!). Le ultime due settimane di un tirocinio possono diventare una vera agonia, e ho già avuto modo di provarlo due volte sulla mia pelle: la cara amica motivazione inizia a latitare nel dopopranzo, e alle 4 del pomeriggio risulta ormai dispersa, probabilmente a bere tequila in qualche bar di cattivo gusto.

I progetti non ti interessano più, i tasks ti annoiano, i meeting ti  fanno ridere: fare profonde considerazioni sociologiche è l’unica attività che sembra avere un senso, e che aiuta a tirare le somme dell’esperienza che si appresta a finire. Ho deciso di scrivere queste righe perché mi serviva, perché ho bisogno di fare un punto, e dire la mia su cose che sento ripetere da mesi. Se tra qualche settimana avrò cambiato idea, non pubblicherò nulla. Se col disincanto del distacco mi sentirò ancora un tutt’uno con la Simona di oggi beh, state leggendo quella pagina.

Premetto che quella che descriverò non è una verità universale, ma la mia storia personale. Una storia che è iniziata ormai quasi un anno fa, quando decisi di riempire i buchi di tempo con un fantastico tirocinio di cinque mesi. Le cose non andarono come dovuto, e i mesi divennero undici. In due aziende diverse, per fortuna. Io, personalmente, non ho mai avuto l’opportunità di confrontarmi con il mercato del lavoro italiano. Se dovessi farlo, forse, andrei nel panico. Sono figlia delle start up berlinesi, ci ho passato un anno e mezzo della mia vita, ci sono entrata, per la prima volta a 21 anni.

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