Principles of Economics – la patente a punti dell’uomo della strada

“Tre naufraghi – un economista, un ingegnere e un fisico – si trovano su un’isola deserta con una lattina di fagioli, senza apriscatole. Si chiedono in che modo potrebbero aprirla. Ingegnere: colpiamo la lattina con un sasso. Fisico: accendiamo un fuoco per scaldare la lattina, aumentare la pressione esterna e farla esplodere. Economista: ipotizziamo di avere un apriscatole …”

La mia primissima lezione di Economia si svolse nell’aula parva magna della Libera Università di Bolzano. L’uomo alla cattedra sarebbe diventato il mio relatore di laurea due anni e mezzo dopo. Ho promesso che chiamerò mio figlio col suo nome. Quindi Alfred. Ma io non avrò un figlio. O almeno spero.

Quello che sarebbe diventato il mio relatore ci traumatizzò per sempre con un mid-term che se ci penso oggi ho ancora gli incubi; se non ci fosse stato quel mid-term, però, non mi sarei mai appassionata all’economia. Mai. Una volta, in aula, due altoatesini si misero a parlare tra loro, a voce piuttosto alta; lui bloccò la lezione, si avvicinò ed esordì con un

-Do you have questions?

-No

-Do you have answers?

-No

-So, please, shut up!

Qualche giorno dopo incontrammo il suo assistente, un bocconiano con gli stivali da cowboy soprannominato stivali tauri, che non smetteva mai di masticare chewing gum. Scoprimmo l’esistenza dei suoi due cani, protagonisti di qualunque esempio atto a spiegare una teoria economica; al terzo anno, purtroppo, uno dei due venne a mancare, e rimase solo il cagnone gigantesco che trascinava all’Unibar la dog sitter (RIP secondo cane di Alfredo, vai ad insegnare agli angeli a provocare externalities negative distruggendo le piante di Antonio, vicino di casa napoletano patito di lirica).

Continua a leggere

Il premio chissenefrega

Ci sono domande che non sembrano avere una risposta sensata. Ci pensate mai a quanto spesso si picchino i parlamentari italiani? Quando vivevo in posti senza tv, ogni volta che guardavo la tv mi beccavo una scazzottata alla Camera o al Senato. All’ospedale, però, non ci è finito mai nessuno. Questa cosa mi sconvolge. Così come mi sconvolge l’aver vissuto per un anno con l’incubo delle casse inesistenti al supermercato, e con l’ansia del “non avrò mai tempo di mettere tutto nelle buste” mentre la spesa si accumulava inesorabile su uno spazio di mezzo centimetro quadrato. E indovinate cosa c’è nel supermercato più vicino alla mia nuova casa? La cassa inesistente! In Italia! Ancora non ci credo! Sono così vessata dal fato che ho tutte le carte per finire ad Amici di Maria de Filippi e raccattare voti con una storia lacrimosa.

“Ma chi è che spende soldi per televotare gente nei programmi televisivi?” Forse gli stessi che rispondono ai sondaggi di Nando Pagnoncelli, che io mi dico, come fai a chiamare tuo figlio Nando Pagnoncelli, e come fa uno con questo nome a fare carriera e diventare onnipresente in tv parlando di statistica? Esistono studenti della facoltà di statistica? C’è ancora gente che la porta a termine o l’unica laurea esistente è andata a Pagnoncelli e ora dobbiamo sciropparcelo in tutte le salse?

Secondo i ricercatori Oral-B, l’origine del gomblottismo risale a una domanda su Nando Pagnoncelli. Chi entra nella spirale dei quesiti senza risposta può finire in pochi mesi sulla poltrona di Barbara D’Urso, narrando cronache di rapimenti alieni.

D’altra parte, se Cristoforo Colombo non si fosse incaponito con quella storia delle Indie, non avremmo avuto il cioccolato e Gilmore Girls. E nessun alieno avrebbe avuto interlocutori perché si sa, gli alieni parlano solo con gli americani.

Quindi ecco, dovremmo cercare di trovare un equilibrio, interrogandoci sulla questione del giorno senza scovare rettiliani nei sacchetti dell’umido. La domanda di oggi, infatti, è un classico talmente classico che l’Iliade e l’Odissea gli spazzano il salotto:  nelle prossime righe di questo post, armati di pazienza e rigore scientifico,  proveremo a capire cosa spinge l’umanità ad ignorare sistematicamente il nobile concetto del chissenefrega.

Continua a leggere

I sogni son desideri (e Cenerentola si droga)

C’è stato un periodo nella storia dell’uomo in cui le pantere adoravano scappare dai circhi e dagli zoo; googlando pantera scappata esce tra i suggerimenti “Viterbo, Toscana, Roma, Umbria, Palermo, Torino, irpinia, Maremma, zona mantovano, Collegno” e altri luoghi ameni dall’Alpe alle Piramidi dal Manzanarre al Reno. Quando ero piccina, qui ai Castelli, sfilavano tutti i circhi sfigati d’Italia, col loro carico di trapeziste vestite di paillettes capaci solo di dondolarsi avanti e indietro; giravano per le strade preceduti dal camioncino di donne è arrivato l’arrotino, che per l’occasione strillava i prezzi dei biglietti di ingresso.

Non riesco a capire se i miei ricordi del circo siano reali o se li abbia creati a posteriori la mia mente; anyway, si trattava di spettacoli particolarmente tristi e noiosi, che lasciavano nel mio animo gli echi di terrori e paure irrazionali: perché sebbene quei baracconi un po’  dimessi si trascinassero dietro solo un paio di cammelli depressi e abbattuti, la mia mente malata tesseva trame farcite di pantere nascoste nei camion, che prima o poi sarebbero scappate infestando le Olmate e i giardinetti della piazza.

Qualche mese fa, alla stazione di Pankow, si era installato un circo vagamente più serio, con tanto di tigri bianchi e bestioline di ogni dove che la me adulta sognava di liberare; una sera, mentre tornavo a casa dopo la palestra, vidi un omino addetto ai lavori tirare fuori una pantera dal camion. Una pantera bellissima col manto lucido, che si muoveva (legata)  in direzione strada su cui camminavo. Mi fece una pena terribile. E una paura che non riesco a spiegare. Non voglio certo tediarvi con descrizione accurate del mio odio (credo condiviso) per una cosa inutile come i circhi con animali; posso parlarvi però del cuore in gola, dell’annebbiamento della mente, della paralisi delle gambe mista alla voglia di scappare. Del rovesciarsi dei ricordi di quei servizi di telegiornali estremamente datati, che avevano alimentato una paura atavica rimasta chiusa per anni in un cassetto del cervello.

Tutto questo per introdurvi all’argomento che abbiamo scelto di trattare, perché ultimamente io e il mio amico subconscio stiamo rispolverando una serie di fobie che credevo superate. Io al mio subconscio (si chiama Subby!!) voglio tanto bene, e non so proprio cosa farei senza di lui; mi regala ogni notte certe trame da film che potrebbero vincere gli Oscar alla sceneggiatura. Sogno cose talmente assurde che quando le annoto sul diario dei sogni rido da sola per settimane. Oppure mi inquieto. Un giorno vi farò il post sulle storie allucinanti che rivivo ogni notte.

Continua a leggere

È settembre è settembre si può fare di piùùù

A 12/13 anni cantavo da solista so this is Christmas, and what have you done? Another year’s over, and a new one just begun. Era la recita della befana, nella sede degli scout, e Stefano suonava la chitarra. La gente cresce, assilla gli amici per mesi prima di decidere cosa fare a Capodanno; poi va a una mega festa, si annoia, beve per dimenticare, Brigitte Bardot Bardot, si addormenta e annota in hangover promesse deliranti che tempo febbraio avrà già dimenticato.

Io non mi rassegno al passare del tempo, e continuo a considerare settembre come punto di inizio del mio anno solare. Mi vergogno a comprare il Sole 24 ore anche ora che i finti intellettuali d’Italia hanno gettato la maschera, e in mancanza dell’Unità si lanciano direttamente sulla Gazzetta dello Sport. Cerco pubblicazioni che mi facciano sentire il più lontana possibile dalla casta dei capitalisti e dalle vecchiette romane che acquistano Il mio papa. Sono la gioia degli edicolanti di ogni dove.

Mia nonna, alla mia età, aveva già due figlie, io fermo i netturbini implorando “la prego non getti via così quella copia indifesa di Le Figaro” “Ma è di ieri” “Ma non importa”. Zio Paperone sarebbe fiero di me.

E quindi è settembre, inizia la vita, e invece del diario col gatto mi trovo a scegliere la lista delle cose da cominciare ad ottobre. Perché a ottobre, ragazzi, si cambia, ma io all’alba del 18 settembre non so ancora niente, perché pianificare ci fa schifo, siamo gente strong, che è proletaria, e improvvisiamo.

Continua a leggere

La salute del piccione come indicatore del benessere economico

Un paio di anni fa mio padre si impossessò di tutti i cd dei libri interattivi di inglese che avevamo alle elementari per appenderli a dei fili e creare uno spaventapiccioni professionale secondo le istruzioni di daglialpiccione.com . L’opera d’arte faceva bella mostra di sé da forse due minuti quando tre omini del palazzo di fronte ci fecero notare i simpatici riflessi che il sole si divertiva a spedire sui loro muri portanti, trasformando lo spaventapiccioni in un accecavicinato.

Io saltellavo felice per quel fallimento clamoroso perché la verità, signori e signore, è che a me i piccioni piacciono un sacco. Ho provato più volte ad addomesticarli e a farli mangiare dalle mie mani. Ho dato loro dei nomi (Piccio-piccionis primo, secondo, terzo e quarto, proprio come study prima, seconda, terza e quarta, la mie student card che perdevo a tempo record); li ho sempre protetti senza fare la spia quando venivano a distruggere le piante di mia madre (“Come stanno i miei bambini?” “Bene, mamma, Francesco ha un po’ di mal di pancia, ma nulla di grave…” “Ma sono fioriti? Li state annaffiando? I piccioni li molestano? Ma dove sei, perché non rispondi?” Ero a versare briciole di pane nei vasi dei gerani).

Poche ore dopo la fine della festa di laurea di Rike, le spoglie mortali di me e Cristina si recarono a fare un esame in un’aula invasa di luce, sotto lo sguardo schifato e preoccupato di un professore che si chiedeva  se fosse meglio allertare il 118 o il 113.  Al ritorno da quella prova, le bancarelle di Piazza delle Erbe ci sembrarono il posto più splendido del mondo, con quei carichi di frutta in technicolor che avrebbero fatto un baffo ai più bei mari tropicali; i raggi settembrini illuminavano turisti ridenti e felici, intenti a sperperare quattrini acquistando le statuine di angioletti obesi tipiche di una celebre azienda del posto. Sotto un cielo azzurro senza scie chimiche, zampettavano imponenti diversi piccioni grassi e panciuti, che facevano ondeggiare un collo gigante ornato di piume verdi e viola, in un moto perpetuo che ci dava la nausea.

Quel giorno mi accorsi di quanto fossero belli i piccioni locali. Non ne ho mai incontrati di simili, neanche a Venezia. Un miracolo della natura.

Continua a leggere

Ce lo chiede Irene: un post sui selfie

Qualche sera fa sono uscita per Genzano con i miei amici degli scout; erano anni che non vedevo tutti i miei amici degli scout, ed erano anni che non uscivo in orario serale per Genzano. Un momento così, lo capirete anche voi, meritava una foto degna di questo nome. Ma chi poteva scattarci una foto ricordo, in una piazza semivuota e piena di individui sospetti? Il braccio da papà Gambalunga di mio fratello, naturalmente, e un cellulare in modalità autoscatto.

Quando penso ai selfie, in verità, mi viene in mente proprio una cosa così: un gruppo di persone che immortala un bel momento con un semplice autoscatto. Nell’immagine compaiono tutti, non si scomoda nessuno, non si rischia di passare due ore a scegliere l’individuo adatto a ricevere il nostro prezioso apparecchio elettronico: semplice e veloce. Vittoria per noi.

I selfie se li fanno le star durante la notte degli Oscar, i Papa Boys con Papa Francesco, Bruno Vespa coi suoi ospiti in campagna elettorale, Angelona con calciatori e coppa del mondo, gli sposini giappi sui belvedere di Firenze. Secondo Matteo, se li fa anche l’Europa. E la marmotta che confeziona la cioccolata.

Continua a leggere

Se telefonando

In un angolo nascosto della piazza di Genzano troneggiava fino a qualche tempo fa una decadente cabina del telefono. Quando ero alle medie conoscevo due tipi  che ci passavano insieme interi pomeriggi, inventando infanzie tribolate da raccontare ad ignari psicologi del telefono azzurro.

Non appena il gioco li annoiava, cercavano pizzerie sulle pagine gialle e prenotavano per dieci a nome del loro prof. di musica,  lasciando il numero del poverino che spero abbia fatto perdere le sue tracce dagli elenchi telefonici di tutto il mondo.

Ascoltando quei racconti  la me preadolescente tremava di sgomento; da brava fanciulla timorata delle autorità, non sopportavo che dei ragazzini tanto stupidi sovvertissero l’ordine pubblico a suon di scherzi telefonici. Ma più di ogni altra cosa non capivo come potessero esistere persone in grado di divertirsi facendo delle telefonate.

Quando avrò conquistato il mondo e amministrerò la giustizia di Simonalandia, proibirò per legge ogni genere di conversazione telefonica, condannando Meucci alla damnatio memoriae. Il telefono, nel mio immaginario, lo concepisco necessario solo negli anni Cinquanta, per sentire i parenti emigrati in America. Oggi c’è Skype, le email e gli sms. Perché mai dovremmo telefonarci?

La mia voce, al telefono, è terribile. Quando esco con un tipo che mi piace, mi convinco puntualmente che non appena costui ascolterà la mia voce al telefono non vorrà più saperne niente di me. Sono pazza. Lo so. 

Una volta mia madre (!!!!) chiamò a casa di mia nonna, risposi io, e lei mi trattò come fossi la mia cuginetta che aveva 10 anni. Io ne avevo venti, però. I poveri schiavi dei call center mi salutano al grido di “ciao piccolina, non è che potresti passarmi la mamma o il papà?”.

Continua a leggere

Gli alieni, i vegani e la P2

I film americani, così scontati e rassicuranti, sono stati inventati da qualcuno che sapeva benissimo cosa si prova durante le domeniche di hangover; quando la vita è insostenibile, quando la depressione incombe, quando va tutto, ma veramente tutto malissimo, non c’è nulla di meglio di un bel film che dal primo fotogramma fa capire chi sono i cattivi, chi sono i buoni e chi vincerà.

Ho sempre pensato che i colossal hollywoodiani potessero essere l’unico balsamo per il mio animo malato MA fortunatamente la vita ha voluto farmi una sorpresa, mettendomi sulla strada l’antidepressivo definitivo: BLU NOTTE.

Cosa c’è di rassicurante in Lucarelli che mi racconta stragi, attentati e delitti delle bestie di Satana? Proprio niente, in verità. Però vi giuro che le musichette inquietanti, quello studio blu, quel linguaggio finto tecnico che conquisterebbe senza problemi la casalinga di Voghera hanno preso il sopravvento sulla mia psiche. Non c’è nulla da fare, sono entrata nel tunnel, sto scrivendo lettere alla Rai perché non possono cancellare Blu Notte ora che ho scoperto che non posso farne a meno.

Cosa accadrà adesso? Riceverò degli aiuti statali in quanto affetta dalla terribile patologia “vedo brigatisti seduti sui tram della BVG“? Finirò mai di dividere i miei contatti di Facebook in “mafiosi, spie americane, iscritti alla P2”? Quanto è grave da 1 a 10 sognare di poter dire “sono un prigioniero politico”? Sopravviverò domani o morirò nella strage di Fiumicino? E chi racconterà la mia storia alle casalinghe di Voghera ora che Lucarelli non c’è più?

Continua a leggere

I tedeschi non sono razionali

L’ultima volta che sono tornata a casa ho riordinato i cassetti della mia stanza, e dal caos imperante è riemerso un quadernino fucsia custode delle prime 70 pagine di un romanzo storico ambientato in Russia che la sottoscritta aveva iniziato a quindici anni. Accanto a nomi presi in prestito dai grandi e a paroloni forbiti di altri tempi, campeggiavano ovunque dei pochi lusinghieri che col K, che affiancavano baldanzosi i cmq e i xsino.

Questo mirabile contrasto è quanto di meglio mi riesce immaginare per descrivere il mio stato d’animo di fronte a certi comportamenti dei Tedeschi, popolo simbolo della logica e della razionalità. Sapete tutte quelle storie che li vorrebbero quadrati (Praktisch. Gut.) e organizzatissimi, l’esatto opposto di noi latini che rotoliamo tondi nei video del Goethe-Institut?

Ecco, se passate a Berlino un tempo sufficiente, vi accorgerete che queste chiacchiere da bar non sono che dei vili gomplotti orditi dagli stessi media che vogliono farci credere che le sirene non esistono e che l’uomo è arrivato sulla luna; e siccome il mondo dovrebbe sapere come stanno le cose, ho deciso di elencare un paio di prove scientifiche che ci faranno rivedere le nostre posizioni sui campioni del mondo.

Perché qua, gente, le cose sono due: o i tedeschi non sono davvero così razionali, o i berlinesi non sono tedeschi; e se non siete d’accordo con me, allora spiegatemi cosa c’è di logico in una città che non sa assegnare ai palazzi i numeri civici seguendo un criterio qualsiasi, che sono tutta orecchie.

Continua a leggere

Cultura generale

Durante gli ultimi mesi dell’ultimo anno di liceo, una tremenda malattia si abbatté indiscriminata su tutti i miei compagni di classe, mietendo più vittime di un’ epidemia d’ebola; all’improvviso, così dal nulla, accanto ai libri per la maturità iniziarono a spuntare le pubblicazioni di Alpha Test, i corsi pomeridiani per ripassare biologia, le leggende (?) sui famigerati raccomandati che entravano misteriosamente nella facoltà X, le crisi di panico di fronte al favoloso mondo della risposta multipla.

La febbre del test d’ingresso si diffuse rapida e isterica, coinvolgendo collateralmente anche chi sarebbe potuto restarne immune. Io che neanche pensavo di farmi annoverare tra le schiere dei medici (deludendo tutti i fanatici dell’assioma “vai così bene a scuola, farai medicina, no?!“), degli architetti (che dio ce ne scampi e liberi) o dei vari professionisti della sanità, e che mi guardavo con cura dalla possibilità di entrare in qualunque corpo armato dello Stato, me ne stavo ubbidiente ad osservare il massacro, ringraziando felice la mia buona sorte.

Sapevo di quanto fossero subdoli quei test, conoscevo le domande passate alla storia per la profondità dei temi trattati (chi ha vinto Amici di Maria De Filippi? Qual è il gusto più famoso del chiosco di grattachecche della signora X?), ma onestamente, ero convinta di aver saltato a piè pari una catastrofe cui tanti miei coetanei erano stati destinati… che ingenua! Che tenera! Che voglia di abbracciarmi!

Continua a leggere