Ma dove credi di andare

Gli ultimi giorni di questa settimana mi sono guizzati tra le dita con una velocità e un’indolenza che normalmente non mi appartengono. Tutto è stato dolce, pigro, senza scossoni, lento eppure rapidissimo, perché oggi è già domenica e a me sembra ieri che scrivevo post sui marmocchi teutonici e invece era mercoledì.

Il cielo è stranissimo, fa tanto caldo. Il sole appare e scompare, lasciando il posto, talvolta, a una pioggerellina annoiata che mi ricorda il Belgio. Penso tantissimo al Belgio, perché ho ritrovato un racconto cominciato a Namur e non vedevo l’ora di finirlo, però non so, è come se mi mancasse l’ispirazione, come se il ricordo fosse troppo sbiadito e non suonasse autentico.

Eppure le ho fatte, quelle passeggiate sulla Cittadella, ci sono stata a prendere la cioccolata prima di partire, sotto un acquazzone, con una valigia gigante e la commessa che diceva ” vous êtes bien chargée mademoiselle”. Devo tornare a Namur.

Ieri pomeriggio ho fatto un giro a Neukölln, cercando un negozio vintage che dicevano era bello e che a me non è piaciuto; poi ho camminato a caso e ad un certo punto, davanti ai miei occhi, si è materializzata una mappa del quartiere, in un groviglio di strade ordinate che non avevo mai capito.

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Cambiamenti

Cambiamenti  è il titolo di un capitolo di Piccole Donne. Da bambina ho letto Piccole Donne un miliardo di volte; ancora oggi, quando ho bisogno di certezze, rileggo Piccole Donne. Se volessi essere davvero sincera vi racconterei che ho passato anni della mia via a sentirmi Jo, e che una parte nascosta del mio subconscio continua a fare cose nel tentativo di emularla. Quindi, se domani dovesse saltare fuori un vecchio accademico tedesco con la passione per la letteratura, sarei costretta a fare un grande lavoro sulla mia psiche, per ricordarle che mai e poi mai vorrei finire ad allevare marmocchi in un collegio.

Il mio piano A, infatti,  consiste nel diventare Lilli Gruber, andare a fare l’inviata sotto le bombe, inventarmi una posizione per leggere le notizie sul gobbo, invecchiare, imborghesirmi e piazzarmi con Cacciari in un salotto in cui demolisco gli esponenti della Lega e gli amici di Scanzi che la par condicio mi impone di invitare. Gli zigomi restano i miei, però. Ve lo prometto.

Questa storia di Lilli Gruber l’avevo raccontata con le stesse parole qualche mese fa, in un post che è rimasto per sempre tra le bozze. In quel post spiegavo anche che se i miei piani andassero in malora,  mi vedrei bene a fare disegnini per la sigla di Ballarò, a scrivere sceneggiature per le storie di Rubicchio nella metropolitana di Roma, a scovare gossip per la BVG Fenster. O a proclamarmi ideologa del movimento 5 stelle da un blog in cui sparo assurdità, per osservare le reazioni della gente e scriverne un saggio.

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Liebes Tagebuch

In questi giorni il dio della pelle morbida mi odia più del solito, e ha deciso di vendicarsi di me perché non mi strucco mai. Il che, dal suo punto di vista, sarebbe anche del tutto comprensibile; solo che per torturarmi come si deve, ha stretto un’alleanza con il dio dell’insonnia. E qui si è dimostrato davvero crudele. Perché ora va bene tutto, ma non farmi dormire come si deve per tre settimane mi pare una roba di una cattiveria inaudita: un po’ di ombretto sugli occhi e mi ritrovo a Guantanamo. Che mondo ingiusto, amici miei!

Poiché io e il sonno non siamo mai andati d’accordo, ho sviluppato negli anni una certa abilità nell’inventare attività notturne che conciliassero l’appisolamento; posso assicurarvi, quindi, che se guardate video soporiferi per più di venticinque minuti, crollate sulla tastiera del computer con Youtube ancora acceso. Io purtroppo sono un caso grave, e l’altra sera sono rimasta sveglissima anche dopo un’ora di spezzoni di Italia-Costa Rica (probabilmente le scarpine fluo e le divise arancioni dei portieri sovraccaricano il mio cervello di stimoli, altrimenti non mi spiego il motivo di questa misera sconfitta).

Un’altra tattica infallibile consiste nell’aprire casella elettronica delle newsletter (dai, non ditemi che non ne avete una), e mettersi ad analizzare i profondi testi con cui le aziende ci martellano quotidianamente; io ricevo da anni le comunicazioni di un ufficio marketing che fa una sottospecie di corso stile “blogging for dummies“. Lo scorso mercoledì ho letto una loro email e ho scoperto  di essere una pessima blogger, fondamentalmente perché inchiostro simpatico non regala certezze ai suoi lettori.

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Distanze

Un giorno le mamme ci dissero che potevamo iniziare a tornare a casa da soli. Finivamo la scuola, ci attardavamo a chiacchierare con tutti, poi ci muovevamo insieme, a ranghi compatti. Prima salutavamo Francesco, che abitava a metà strada; poi io e Roberto andavamo ancora avanti. Vivevamo a pochi metri di distanza. La mia scuola elementare era appena sopra il mio asilo, che a sua volta sovrastava la mia scuola media.

Quando andai al liceo, misi cinque chilometri tra la nuova me e la mia vecchia vita; mi sembrava di rinascere, di cominciare a respirare. Di far sparire di un colpo quei tre anni orribili, quel periodo chiamato scuola media che aveva distrutto le mie certezze, quanto di più bello c’era prima.

A quindici anni credevo di essere strana, con quel mio modo di sentirmi stretta; a diciotto sapevo che c’erano tante altre persone come me e dovevo solo cercarle.

Così me ne sono andata, con le mie paure e i miei entusiasmi; con una consapevolezza diversa. Con delle certezze che l’università di Bolzano avrebbe raso al suolo, per farmi costruire delle altre certezze partendo da zero.

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Andare al cinema da soli e piangere

Il mio curriculum di giovincella intellettuale ha avuto per anni una macchia ormai indelebile, che cerco di nascondere con scarsi risultati; nata in provincia, cresciuta con un computer condiviso solo nelle ore serali e nei week end, condannata ai tristi palinsesti della televisione italiana, mi ritrovavo spesso a constatare la mia profonda ignoranza in campo cinematografico.

Gli unici film di cui potessi vantarmi erano i polpettoni in russo sottotitolati che mandavano in onda alle due di notte su Rai3; ho guardato almeno una volta tutti i kolossal hollywoodiani, e credo potrei recitare senza problemi la parte di Licia in Quo Vadis?. Se ero da mio nonno, subivo obbediente i western e le ennesime repliche di “Totò, Peppino e la Malafemmina” fingendo vivissimo interesse. A pensarci bene, conoscevo a menadito anche un discreto numero di super classici piuttosto datati; eppure l’idea di andare al cinema mi atterriva profondamente. A Genzano c’erano ben due sale cinematografiche, ma Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è stato il film di maggior rilievo per cui ho pagato un biglietto.

Da brave adolescenti provinciali, sceglievamo esclusivamente cose profondissime come I love shopping, Notte prima degli esami, roba di Muccino che ho francamente rimosso, film ambientati nei licei romani con sceneggiature sempre uguali; il multisala di Frascati era La Mecca dove magari riuscivi a vedere persino Il diavolo veste Prada, o lo strano caso di Benjamin Button, il massimo della qualità cui potessimo aspirare.

Insomma, a diciassette anni avevo letto Les Misérables, Guerra e Pace, Ulisse e i sette libri della ricerca del tempo perduto, approcciavo senza paura Le deuxième sexe, ma il film più serio che mi avesse mai sfiorata era La stanza del figlio di Nanni Moretti. Andare al cinema, per me era un’attività sociale, una cosa da fare per non restare a casa al sabato sera e per non offendere gli altri, un sacrificio necessario sull’altare dell’amicizia. I film belli si vedevano altrove, di certo non al cinema.

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Hic sunt leones

Qualche anno fa, proprio in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani. Mia madre era in ospedale perché dovevo nascere io e i dottori erano spesso irreperibili perché guardavano le partite. Io me li immagino troppo, i dottori dell’ospedale di Genzano che fingono di lavorare mentre tifano per tizio o caio. E mi immagino anche i padri di sfortunate bambine cui venne dato nome “Italia” in onore del grande evento; perché vi giuro, io di Italie ne ho conosciute almeno tre o quattro, nate più o meno nei miei stessi giorni. E se ci penso, smetto immediatamente di maledire i miei per avermi imposto la volgare imitazione italiana del nome francese che vorrei dare a una mia eventuale figlia sorella di Alfredo. Ma sto divagando.

Dicevamo che qualche anno fa, in questi giorni, si disputavano i mondiali negli stadi italiani: secondo wikipedia, quei mondiali li ha vinti la Germania Ovest. Non capisco bene il perché, in fondo il muro era già crollato. In fondo tanti altri siti dicono che li ha vinti la Germania e basta. Però mi fa stranissimo pensare che all’inizio della mia giovane vita si potesse nutrire ancora questo amletico dubbio; soprattutto sapendo che oggi, qualche anno dopo, sono seduta sul letto in Germania a leggere le offerte speciali per le nuove pizze create da Yellow Pizza in occasione del mondiale.

Per festeggiare insieme le vittorie teutoniche, si può ordinare una margherita con petto di pollo, cipolle, salame, formaggio greco e salsa barbeque. Volendo, a parte, si può aggiungere un po’ di burro. Ci sta bene. Lo dicono sul serio, eh! Tifare Germania deve essere un impegno totalizzante che coinvolga anche l’apparato digerente. Perché i tedeschi tifano un sacco, da tedeschi, ma tifano. L’altro giorno sono uscita da scuola e sono entrata da Rossmann a comprare lo shampoo e il commesso di Rossmann si affacciava ogni due per tre in direzione del bar di fronte per chiedere se la Germania avesse segnato.

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Pareti e ricordi

Giovedì, alla stazione di Pankow, ho incontrato Eleni; o almeno, mi sembra si chiamasse Eleni. Ma era lei. Ci eravamo conosciute quest’estate in una piccola casa sulla Breite Straße, con una stanza piena di mobili in legno e una cucina minuscola con le lucine di Natale. Abbiamo parlato una mezz’ora scarsa, giusto il tempo di capire che eravamo un po’ agli antipodi. Ma ricordo benissimo quel pomeriggio di luglio, il suo vestito viola con i fiori rossi, e la finestra con la stella di Natale da cui si vedeva il Bürgerpark Pankow. Ho deciso di farci un giro, perché non ci vado mai.

Giovedì era festa, il cielo era grigio, ma c’erano tantissimi bambini che giocavano nei prati; c’erano anche un sacco di cani, e si rincorrevano. I ciliegi non erano più in fiore, ma nel piccolo portico con le sedie bianche c’erano le rose rosse e un gruppo di vecchietti che fissavano il vuoto. Un ragazzo leggeva il giornale.

Dal ponticello alla fine del Bürgerpark Pankow si vede un prato, il fiume e una specie di fattoria con due asinelli; giovedì dei ragazzini si erano tolti le scarpe per bagnare i piedi nel fiume. Faceva freddo, era grigio, e la scena sembrava estremamente poetica. Una bambina sedeva concentrata e raccoglieva margherite.

Ho camminato per dei vicoli pieni di palazzi rosa e bianchi, antichi ed eleganti. Ho camminato senza incontrare nessuno, poi sono finita sulla Florastraße. La frutteria della signora che mi ha spiegato cosa è il quark era chiusa. Ma c’erano diversi bar aperti, vuoti e un po’ malinconici. Il giorno in cui avevo visto la casa di Eleni c’era la festa di Florastraße, con una valanga di fanciulli biondi che vendevano limonate. Come nei film americani. Quel giorno c’era un palco su cui ballavano delle ragazze che frequentano la scuola di danza con le tende rosse all’entrata del  Bürgerpark Pankow; ballavano il valzer dei fiori di Tchaikovsky con dei tutù lunghi sui toni del verde scuro.

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Orchidee

Da bambina mi ruppi una gamba correndo fuori da una sala di danza; ero rimasta immobile per un mese, e in quel mese pensavo a cose tristi e all’eternità. Poco prima di cadere ero stata a San Paolo fuori le Mura e mi ero sentita soffocare da una bellezza troppo grande che si burlava di me, piccolo esserino senza significato. Mentre ero immobilizzata pensavo a quella chiesa piena d’oro, con i ritratti dei papi alle pareti, e sognavo di camminare lungo la navata, cadere e rompermi una gamba.

Siccome non potevo muovermi, veniva a farmi compagnia la mia vicina di casa. Era una vecchietta che ora è morta, che conosceva le storie di tutti e parlava sempre; quando andavamo in vacanza, innaffiava le piante di mia madre e a volte mia madre si lamentava perché le faceva morire. Mi raccontava che bisogna imparare a curare i fiori, e che una donna che non sa curare fiori non sa tenersi un uomo.

Io sono capace di far morire sei gerani in una settimana, e temo questa frase descriva pienamente la mia vita sentimentale.

Non prendo mai piante di alcun tipo, perché ho il terrore di farle morire. Perché so che moriranno, che mi sentirò in colpa e non potrò farci nulla.

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Insonnia costruttiva

Di solito, quando la domenica mattina non riesco più a dormire, e mi sveglio alle 7 e mezza con meno di due ore di sonno alle spalle, il piano è il seguente: scegli un posto, raggiungilo, stancati, torna a casa e dormi. Questa simpatica digressione sulla mia tabella di marcia domenicale (che per un motivo o per un altro, non rispetto quasi mai, comunque) serviva solo ad introdurre questa, di domenica mattina: piove, ho già preso troppa pioggia, mi annoio, che faccio?

Ce lo avete davanti agli occhi il risultato. Ecco, ora mi devo confessare. Non è che la decisione di prendermi un angolo della rete per annoiare il mondo sia stata puramente casuale; io bramo un blog dai tempi di myspace (non so quale divinità del buon gusto abbia salvato la comunità da una simoblogger quindicenne, ma per favore, veneratela), ma non ne ho mai aperto uno per un motivo, fondamentale: ho paura di “sbattermi in piazza”, perché scrivo da sempre, e ho sempre scritto solo per me. E credo veramente di saper scrivere. Lo so che non si vede, ma temo di essere una delle persone più insicure di questa terra: ci sono pochissime cose che mi piacciono di me, e una di queste, è il modo in cui uso le parole. Mi piace vederle viaggiare, uscire dalla mia testa, prendere vita su un foglio, cartaceo o virtuale; sono eleganti, mi coccolano, mi fanno paura a volte… non so gestirle così, quando parlo.

Ho il terrore che, leggendomi, qualcuno possa uscirsene con un “tesoro, scendi sulla terra, non sei capace”; per paura di essere giudicata, per paura di “perdere” ciò che mi rende più felice, mi sono trincerata per anni dietro un “non voglio essere l’ennesima bloggerminchia della rete”. Che poi non fraintendetemi, so benissimo che ci sono un sacco di blog favolosi in giro, che leggo, che ammiro, da cui vorrei imparare e carpire segreti. Ho solo paura che il mio resterebbe al livello di quelli che mi sono ritrovata a deridere per lavoro.

Da qualche tempo realizzo che spesso, quando i miei amici mi chiedono di “raccontare qualcosa“, non so cosa raccontare… anche se invece, durante il giorno, mi sono successe tante cose belle, che mi sono anche annotata, per poterne scrivere dopo. Sul momento però, non mi viene in mente nulla; apri un blog, mi ha detto qualcuno, un tot di giorni fa. “No, dai, un blog ce l’hanno tutti”, credo di aver risposto.

Stamattina, mi sono svegliata pensando “che crepino, le mie paranoie, io voglio un blog, basta lo apro”. Parto piccola e modesta, senza dominio, senza ambizioni, sbattendomene della grafica, ma nella mia mente schizzano sogni in cui ho sessioni in tutte le lingue che parlo, e anche in quelle che non parlo ancora. Però non vi assicuro nulla, magari mi annoio e lo mollo lì… ma in teoria questa mia piccola follia, che avrei dovuto fare da anni, è per me e per voi. Se vi va di sapere cosa mi succede, se vi va semplicemente di ascoltare i miei deliri, potete farlo qui, a rate, senza aspettare una mail con allegato Word di 5 pagine. Al mio sogno di infanzia, quindi, vediamo cosa ne esce!