Pendolaria

La stazione di Santa Palomba puzza di un odore strano. Al binario tre non si ferma nessun treno. Passano solo quei vagoni merci di metallo scuro, pesantissimi. Qualche freccia rossa sporadico.

Appena fuori dal parcheggio , a volte, ci sono le prostitute. In pieno giorno. C’è una ragazza bellissima, sudamericana forse, che ogni tanto sale in piedi su una sedia di plastica.

Tra i binari, in mezzo al nulla, crescono dei papaveri. Una volta in Polonia, in mezzo ai binari, abbiamo visto una piantina di pomodoro. Faceva freddo. Passavano i treni. C’era un piccolo pomodoro che resisteva stoicamente.

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Di fine, di inizio

Ci sono frasi che ti cambiano la vita.

“Comici domani”, “Non ti possiamo assumere”, “Ti amo”, “Devi cambiare casa”.  “Con i poteri conferitimi dalla legge la proclamo dottoressa in Economia e Scienze Sociali”. “We very much enjoyed speaking to you and think that you would be a great match for our  team”.

“Con i più vivi complimenti Le comunico che è stato/a ammesso/a a partecipare al dodicesimo Corso biennale 2014-2016 in Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia”. 

Quando entro in una nuova fase vivo in un mix di entusiasmo e paura, che mi fa saltellare in tondo e mi paralizza le gambe. Tutto insieme. Da bambina piangevo sempre per la fine delle cose. Ho pianto all’asilo, alle elementari, in terza media, anche se odiavo tutto. Ho pianto passando dai Lupetti al Reparto, dal Reparto al clan, all’ultima route, durante  i passaggi del primo branco in cui facevo servizio.

Piangevo alla fine dei saggi di danza, alla fine delle vacanze, alla fine dei libri che mi piacevano tanto. Forse ho pianto anche al liceo, non lo ricordo bene. Poi, vorticosamente, ho iniziato a cambiare posti, amici, affetti, stanze, mobili, cose che mi piacevano. Mia madre mi chiedeva “quanto hai pianto dopo la laurea” e non avevo pianto per niente. Mi stavo abituando all’idea che alla fine di ogni fase ne inizia un’altra che può essere più bella. Che la fine è una chiusa doverosa, vuol dire che è ora di impegnarsi in qualcosa di nuovo.

Penso che questo significhi crescere. 

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2016

Il 2016 è iniziato da sei giorni, ma prima che mi abitui all’idea, sarà già arrivato il 2017.

A volte devo fare i calcoli per ricordarmi quanti anni ho compiuto a giugno, e quanti ne compirò a giugno del 2016 (26, saranno 26, e ancora non so come è successo).

Quest’anno, per la prima volta, sono perfettamente felice di come sia andato lo scorso anno. Ho trascorso delle vacanze di Natale bellissime, oserei dire perfette, anche se non erano come le solite vacanze di Natale e all’inizio avevo un po’ paura di essere spaesata.

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On se dit qu’à 20 ans on est le roi du monde

Volevamo andare al cinema, una sera, per vedere un film francese – Piccole bugie tra amici. Lo davano a Bolzano,  al Capitol, sala 2. Ore 20:15.

So dirlo con precisione perché ce l’ho, quel biglietto, attaccato in camera, su una bacheca. Il film al Capitol – sala 2 – quella sera non c’era e ce ne era un’altro – in sala 2 – ambientato in Russia. Sulla cultura Merja. Silent Souls, due persone in macchina, che attraversano la Russia, per seppellire una persona, secondo la tradizione, “facendo il fumo”, parlando di quella persona, dei ricordi , perché non muoia mai, perché sopravviva –  l’amore.

Con loro – in macchina – c’erano due uccellini in gabbia.

Alla fine del film eravamo contente, quasi più contente, di aver visto quello, non il film che avevamo scelto all’inizio.

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Don’t throw the baby out with the bathwater

Quanto è triste che non fanno più Blu Notte su una scala da uno a me che penso che non ricordo niente di interi anni della mia vita?

Qualche settimana fa, al cinema, ho visto “Inside out” e ora non riesco a darmi pace perché temo di aver rimosso amici reali e immaginari, spingendoli nel mare magnum del dimenticatoio insieme alle nozioni di diritto dell’Unione Europea.

All’università ho studiato diritto dell’Unione Europea con un professore bravo che non sapeva l’inglese. Ci diceva don’t throw the baby out with the bathwater e i tedeschi lo prendevano in giro – e lo prendevamo in giro anche noi. Invece poi ho scoperto che quest’espressione esiste davvero, ha una pagina di Wikipedia e non è un proverbio siciliano. Viene dal tedesco.

Il fatto che dicesse “don’t throw out the baby with the hot water” , in fondo, è un dettaglio marginale, e io non voglio fare polemica.

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Wir waren, wir sind, wir werden sein

“Ti piacciono questi righelli?”

Lineale. Mi faceva ridere, non so perché, che si chiamassero Lineale. Ignoravo che un giorno sarei venuta a Perugia e lei, una sera, mi regalò un righello.

Io le ho lasciato -tantissime cose- e anche un libro,”L’eleganza del riccio”. Quattro euro e ottanta, usato, da Oxfam. Lo avevo preso un giorno che pioveva, quando andavo a camminare a Berlino e riempivo gli spazi riempiendo chilometri.

L’ho letto che avrei voluto sparire. Mi aveva fatto sparire portandomi lontana- mentre ero sdraiata su un lago. E pioveva. E non mi muovevo perché in fondo era bello, le gocce, la pelle bagnata.

Ho fatto una cosa stupenda. L’ho fatta per te, perché siamo stupendi. Perché insieme cambiamo le cose.

Chilometri, Europa, estate, città. Mare, montagna. Felicità.

Poco fa ho sistemato una cosa e ho trovato un righello con l’orso polare. L’ho usato per fare una cosa che adesso è per te, che adesso è per noi; è il passato- il presente- il futuro.

È che tutto cambia, ma io ora ho un appiglio.

(E torno. Rompo il ghiaccio e torno.)

La vita è come una maratona tv di Mentana

Succede che un giorno, per andare al lavoro, ci metti un’ora invece che due. Succede che un tempo non facevi nulla e che all’improvviso hai cose da fare.

Succede di girare per le vie del paesello, e di vedere un posto che non avevi mai visto. Di scoprire che è bellissimo, di entrarci gratis, di scattare foto e sentirti felice.

Succede che c’è il sole, che ascolti una guida, che ricordi cose che studiavi alle elementari.

Succede che tuo fratello scrive una tesi di laurea e aveva dieci anni due giorni fa.

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Un anno fa

Vi ricordate di me, lo scorso anno? Era il 25 aprile, o giù di lì, vivevo ancora a Berlino e me ne ero andata a Pavia per l’esame del Test Daf. Una storia buffissima, perché quell’esame volevo farlo in Germania, ma era stato impossibile e  mi ridussi a vagare in Lombardia per tutto il periodo delle vacanze di Pasqua.

Ero ospite di Irene e passai con lei dei giorni bellissimi. Tornando a casa mi innamorai dell’Italia, su un Intercity troppo lento. Scrissi un post, questo qui, che è uno dei più letti sul mio blog. Ed è forse quello a cui sono più affezionata.

Dicevo, ad un tratto, che volevo andare in Umbria; non sapevo che in sei mesi ci sarei finita a vivere. A quei tempi Perugia non era che un nome, l’inizio della Marcia della Pace, la Città della Domenica e la meta delle gite durante le colonie. Da piccola mi mandavano in colonia con la Telecom e una volta ad un campetto tematico sul tennis. Non avevo mai toccato una racchetta, ma dopo tre settimane di allenamenti mi iscrissi a una scuola a casa mia.

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Fermare il movimento

Sono stata, da sola, nei luoghi che amo. Nei posti in cui sono cresciuta. Ho provato – davvero – a guardarli più piano, come li guardi quando sei innamorato. Ho fermato momenti già fermi nel tempo, tra vicoli bui che non batte nessuno.

Ho seguito un piccione, ho inseguito due gatti, ho letto -per bene- i menù, sulle porte. Ho fissato il lago, lontano, dall’alto. Ho giocato di luci. Di nubi. Riflessi.

Ho tracciato percorsi da ridire a chi amo. Mi sono rivista -chiaramente- passata.

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Comme il pleut sur la ville

Dovevamo iscriverci all’esame di tedesco ma non ce lo diceva nessuno. Così passò la data di scadenza e in segreteria si rifiutarono di fare eccezioni. Quella sera, me lo ricordo, scrissi uno status deprimente su Facebook, per lagnarmi della mia condizione di infelice. Cristina pubblicò sul suo profilo cinque versi da “La pioggia nel pineto“. Amavo il dramma più delle cose belle.

Al liceo, quarto anno, mi iscrissi ad un corso sulla poesia del Novecento. Lo teneva un intellettuale locale di quelli che scrivono mille libri tutti uguali, libri su gente che ha vissuto in quei posti che le insegnanti di quei posti ti obbligano a leggere durante le vacanze. Avevamo avuto il compito di greco e io correvo verso la biblioteca ed ero in ritardo. Stringevo il Rocci sotto il piumino, per non farlo bagnare, e arrivai che i miei capelli gocciolavano mentre cercavo un posto dove mettere l’ombrello.

Leggevano D’annunzio, che non mi è mai piaciuto, ma che in quel pomeriggio di pioggia mi sembrava un genio, uno di cui sentire nostalgia, nostalgia di tempi che non avevo vissuto.

su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,

Io, Gabrié, ci avrei messo una virgola dopo schiude. Perché mi piace così. Ma chi sono io per dirti questo?

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