Cosa c’è in TV

Sebbene molti stentino ancora a crederci, lo scorso ottobre mi sono legata ad una palestra per ben 18 mesi: sì, io, quella che non si è mai vincolata a niente e a nessuno per più di mezzo anno, ho una relazione stabile con la Fitness First, e presto inizierò a spacciarla in giro come la storia d’amore più lunga della mia vita. Ma non finisce qui, perché oltre ad aver guadagnato una tessera blu che reca l’effigie di due figoni che fanno pesi, ho anche cominciato ad usare quella tessera tutti i giorni.

Cosa mi spinge a trascinarmi in quell’ambiente ameno (a parte l’istruttrice probabilmente cocainomane, convinta che io sia sudamericana)? How I met your mother. Perché grazie ai miracoli della scienza, che collegano gli attrezzi a dei fantastici schermi appesi alla parete, posso guardare la tv mentre fingo di fare sport. Le mie performance, insomma, dipendono dai palinsesti di Vox e ProSieben (gli unici canali che riesco a vedere dagli attrezzi al centro della stanza, dato che sulle ellittiche al lato ci vanno le MILF e sui tapis roulant in fondo i mega atleti).

Ora, in questi ultimi tempi la televisione tedesca sembra avere particolarmente a cuore la mia forma fisica, e per qualche motivo che non mi spiego, trasmette compulsivamente puntate della serie per ben tre volte al giorno, dandomi la possibilità di scegliere tra diverse fasce orarie in cui trascinarmi su un tapis roulant (yeah). Qualche volta, però, è capitato che non riuscissi a vedere lo show. E che perdessi anche “Die Simpsons”. In quei casi mi sono dovuta accontentare di ciò che passava il convento, e ho avuto modo di scoprire il magico mondo della tv teutonica. Di seguito, perle telesive a misura di tedesco.

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Felicità (Albano e Romina me spicciano casa)

Questa notte ho fatto un sogno strano. Ero seduta in riva al mare e tracciavo disegni con un rametto; poi il mare diventava un bosco, ero in una sorta di campo scout e accendevo un fuoco con una serie di persone che nella vita reale non hanno assolutamente correlazioni tra loro. Prendevo un foglio di carta, volevo scrivere qualcosa, e mi è uscita la parola ευδαιμονία. Così, con i caratteri greci. Mi sono svegliata e davanti agli occhi mi ballavano ancora quelle lettere. Ho acceso il pc, googlato la translitterazione, e mi sono ricordata che “eudaimonia” in greco antico vuol dire “felicità”.

In questi giorni mi sento proprio così: felice. Dopo il 2013, famigerato anno del no, dopo le prime settimane del 2014 costellate da piedi rotti, malattie, rifiuti e incidenti diplomatici, è iniziata una svolta da seconda metà del 2011. Improvvisamente sono successe tante piccole cose, non sempre necessariamente positive, che sono riuscite però a rivoluzionare il mio stato d’animo. E così ho imparato che un bicchiere di vino con un panino possono effettivamente regalare felicità, specie se accanto a te c’è una delle tue amiche più care con cui scambiare chiacchiere da principio di ebrezza, in un bar dove fino alla settimana prima andavi a mangiare in pausa pranzo.

E che per dare una svolta a una mattina in hangover si può fare un giretto in palestra, e osservare affascinata istruttrici sotto evidente effetto di cocaina che cercano di convincere un pubblico di vecchiette e giovani donne in post sbronza a fare salti mortali. Perché muoversi sentendosi ancora ubriachi è un’esperienza mistica, che uno tenti di ballare, di attraversare un’enorme città a piedi o semplicemente di passare l’aspirapolvere in camera ascoltando I want to break free e sognando di essere Freddie Mercury.

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Aspettando il tram

“Le véritable voyage de découverte ne consiste pas à chercher de nouveaux paysages, mais à avoir de nouveaux yeux”

Marcel Proust

Questa mattina, tanto per cambiare, aspettavo il tram per andare a lavoro. Oltre ai soliti anziani e rampanti signori, alla fermata altrimenti deserta, c’era  una ragazza piuttosto trafelata. Mascara fino alle ginocchia, capelli sconvolti, occhi rossi… era la sua walk of shame. Mi ha chiesto da che parte di Berlino fossimo, e dove portasse il tram. Poi è scoppiata a ridere, e mi ha proposto di bere un caffé con lei.

Siamo entrati al bar Melissa, in cui una volta avevo bevuto una birra, in una circostanza rocambolesca. Di giorno è ancora più surreale, vuoto, con statuette di cattivo gusto e lucine verdi. Le ho raccontato che dopo la mia ultima sbronza mi ero fatta accompagnare da un pachistano fino alla casa di una mia amica. Lei mi ha sorriso, e mi ha parlato del tipo con cui era stata. Un ragazzo molto dolce, di cui non ricordava il nome. Poi abbiamo revocato altre walk of shame, ho perso il tram, e non sono arrivata in ufficio con i consueti 30 minuti di anticipo.

Lungo la strada ho scoperto che ad Am Steinberg c’è un Bar Melissa 2. Su quella strada ci passo ogni giorno, ma non ci avevo mai fatto caso.

Volevo leggere, ma ho capito che in questi giorni la mia testa è troppo piena dei miei pensieri per lasciar spazio alle vite degli altri.

Impressioni di febbraio

Come Worpress ci tiene a ricordare, febbraio è passato, e io ancora non ho scritto nulla. Mi ero riproposta di attivarmi almeno una volta al mese e diventare regolare, ma niente, il tempo mi scivola tra le mani, e io non riesco a controllarlo.

E così è arrivato marzo, in un’atmosfera di quasi primavera, dopo un inverno caldissimo, in cui si gelava solo nei giorni in cui ero costretta a casa. Fa buio alle sei, gli uccellini cinguettano, sono di nuovo in una fase di allegra inquietudine dopo mesi di simil depressione, e ho ripreso a vagare a caso per la città.

Ciò che amo di Berlino è il fatto che, dopo tanto tempo, mi permette ancora di perdermi, anche in aree che, teoricamente, conosco bene come le mie tasche. Così oggi ho vissuto ancora quella situazione surreale di trovarmi in luoghi che non conoscevo, proprio mentre ero dietro a luoghi che conosco benissimo. Mi sono fermata per mezz’ora a guardare bambini che giocavano sulle altalene, volevo sedermi in un bar e ho scoperto che era un negozio di fiori, mi sentivo felice e volevo correre, e forse l’ho fatto, senza neanche rendermene conto.

Ho letto i manifesti per strada, ho sbirciato nei cortili interni, sono salita e scesa su un tram a caso. Poi ho passeggiato dietro casa, e ancora una volta, l’ennesima, avrei voluto poter scattare foto. Io che le foto le odio. Fermare un momento, un’ impressione, per confrontarla vivida col mio ricordo sbiadito.

Volevo piangere, perché ero felice. Sono venuta qui, e ho deciso che almeno un post a marzo lo dovevo pubblicare.

Non prendo taxi per principio

Io, di natura, sono una persona che non prende i taxi. Non lo so perché. So che mi viene l’ansia. Posso contare sulle dita di una mano le volte in cui ne ho presi: ero a Milano di notte, con Silvia ed Elena, e siamo tornate in taxi a casa loro. Ero a Coimbra, con Silvia e Martina, stavamo per perdere un treno e ci siamo fatte portare in stazione; anche a Budapest, con i miei, andammo in taxi dall’aeroporto in città. La volta successiva ero a Verona, al Job Orienta, e la responsabile dell’ufficio orientamento dell’unibz volle chiamarne uno a tutti i costi.

Io attraverso Berlino a piedi di notte. Ma i taxi non li prendo. Poi venerdì scorso sono caduta e non potevo camminare, e ho dovuto incontrare ben 4 tassisti in una settimana. Forse domani ne rivedo altri due. Un’overdose così mi ucciderà, lo so.

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Il mio quasi anno a Berlino

Proprio oggi pensavo che tra qualche mese compirò finalmente un anno di permanenza qui. A volte mi sembra di essere arrivata ieri; altre volte conto le Monatskarten accumulate e mi chiedo come sia possibile che io regali soldi alla BVG da così poco tempo, quando potrei tranquillamente affermare di essere qui da sempre.

In questi giorni sono bloccata a casa con un piede inabile, e spesso la noia mi assale, portandomi a fare cose che normalmente non farei mai (contare quante volte al giorno tal vicino esce dal portone, guardare la colonna destra di Repubblica, aprire il blog della Ferragni per poi richiuderlo, mettere a posto cose che non ho mai messo a posto). Per questo ho tentato di far fruttare la mia inattività sistemando vecchi oggetti senza senso che richiamano ricordi di mesi, tra alti e bassi, bellissimi.

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Faccio cose, vedo gente

O si vive, o si scrive, dicono. Io ultimamente ho vissuto un sacco. Ho attraversato Berlino a piedi da un capo all’altro della città, di notte, in infradito, brillamente felice (brillamente nel senso di brilla, e si, la metà delle mie storie berlinesi iniziano con una birra e finiscono con me che faccio percorsi improponibili a piedi). Ho scoperto che anche nella grande Germania rubano i computer, e che quando lo fanno, lo fanno in grande stile, e si portano via quelli di un’azienda intera. Ho scoperto che nemmeno ce li hanno dei sistemi di allarme decenti qui.

Ci sono stati quasi trenta gradi, e i tedeschi hanno deciso che per lavorare faceva troppo caldo, e che si usciva prima. Ho visto tedeschi andare in ufficio in giacca e cravatta, ma a piedi nudi. Quelli che lavorano con me non lo fanno; loro vengono direttamente in costume.

Ho ipotizzato che i tipi che vivono sopra di me siano dei carcerieri, perché neanche con il caldo lasciano che i loro bambini giochino in un parco (meglio far rotolare biglie sul pavimento di casa, di domenica mattina); ho capito che è una fortuna che la Germania non sia una zona sismica, perché il mio palazzo trema a dismisura per una semplice lavatrice (o per una S-bahn che passa).

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Azzurro Bruco

Fino a poco più di due mesi fa (il tempo vola), la prima cosa che facevo al mattino era tirare su le tapparelle, e guardare che tempo c’era fuori; quando vivevo a Bolzano, c’erano solo due tipi di giornate: quelle in cui il mondo era Bruco, e quelle in cui avrei fatto meglio a tornare a letto. La definizione azzurro bruco l’abbiamo inventata io e le mie amiche, o almeno, così mi piace credere.

Le prendevo sempre in giro, perché si stupivano di quanto spesso ci fosse il sole in quella piccola città infossata tra le montagne; mettiamola così, mi servivano un “c’avete solo la nebbia” su un piatto d’argento. Era vero, però, c’era spesso il sole. E quando c’era il sole, il cielo era azzurrissimo. Come credo di averlo visto solo poche volte. Faceva male andare in biblioteca; faceva malissimo, avere un problema, perché quando ero depressa a Bolzano, la bellezza della natura sembrava prendersi gioco di me, invece che tirarmi su.

Una passeggiata in hangover sui prati del Talvera ti lascia solo in superficie un senso di pace, perché dentro, se hai problemi, scava in profondo, con una nostalgia struggente che ha del sublime… ma che fa soffrire. Se mi sento depressa a Berlino (cosa che non succede troppo spesso), e prendo una u-bahn/s-bahn a caso, mi sembra di riempirmi di mondo. Vago tra la gente, mi sento sola e e parte di un qualcosa di più grande, perché in fondo è come se fossimo tutti soli,e uniamo le nostre solitudini in questa quotidianità che in ci fa sentire più vicini, nella nostra enorme lontananza.

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