Pollice nero – Un post terapeutico

When I was just a little girl, I asked my mother “What will I be?Will I be pretty? Will I be rich?” Here’s what she said to me: “Oddio, c’è un piccione che sta mangiando le foglie della salvia!!”

Fin da quando ero bambina, ho sempre dovuto dividere l’amore di mia madre con mio fratello e con le piante. A casa abbiamo due balconi, che non sono neanche troppo grandi. Probabilmente, un giorno crolleranno. Perché su quei terrazzini trovano posto almeno quaranta di vasi. E c’è un rametto di ulivo che è diventato un alberello. E io sono allergica agli ulivi, tra l’altro.

In principio furono i gerani e le piante aromatiche. Erano lì fuori e in fondo lo ammetto, non facevano male a nessuno. Quando andavamo in vacanza mia madre iniziava a schiavizzare vicini perché potessero annaffiarle le sue creature. Poi andava avanti a lamentarsi per mesi perché secondo lei “il lavoro non era stato svolto al meglio”. Un anno mio padre inventò un sistema di irrigazione che quasi ci spedì in galera, ancorando una bottiglia piena d’acqua con un mini forellino ad ogni pianta, a testa in giù nel terreno. Poche gocce al giorno per due settimane. Un po’ di vento e un po’ di sfiga e magari cade tutto di sotto , in testa ad un passante. Non successe nulla, ma sarebbe stato divertente.

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La vita è come una maratona tv di Mentana

Succede che un giorno, per andare al lavoro, ci metti un’ora invece che due. Succede che un tempo non facevi nulla e che all’improvviso hai cose da fare.

Succede di girare per le vie del paesello, e di vedere un posto che non avevi mai visto. Di scoprire che è bellissimo, di entrarci gratis, di scattare foto e sentirti felice.

Succede che c’è il sole, che ascolti una guida, che ricordi cose che studiavi alle elementari.

Succede che tuo fratello scrive una tesi di laurea e aveva dieci anni due giorni fa.

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Can anybody find me inchiostro simpatico sul webbe?

Quando lavoravo a Berlino, cercavo blog per collaborazioni e dopo qualche tempo non sapevo più come scovare nuovi siti. Allora inserivo parole a caso su google e arrivavo fino a pagina 50 chiedendomi come fosse possibile associare una lista infinita di siti pornografici a  chiavi di ricerca innocenti come “gattini grigi giocano felici”. Mi accorgevo, spesso, che i blogger pubblicavano elenchi di keyword assurde con cui venivano trovati, e io leggevo affascinata meditando sui profondi misteri degli algoritmi dei motori di ricerca.

Poi, un giorno, ho aperto un blog anche io; e ho scelto un nome assurdo, in barba a tutte le menate sul SEO che mi avevano messo in testa per un anno. E dopo mesi… sorpresa! La gente ha iniziato a trovarlo facendo ricerche sul web. “Incidenti di percorso”, pensavo io. E invece no, ci sono almeno 500 persone che ci sono arrivate così. Sono una blogger normale, quale gioia! Anche io potrò scrivere un post idiota deridendo le altrui ricerche, fingendo di non essere una che googla “mal di gola influenza aviaria” o “amicizia finita, è normale star tanto male da simpatizzare con Fitto che è triste perché in fondo voleva bene a Berlu?”.

Quindi, per dimostrarvi che chi cerca “sentimenti con la z” trova inchiostri simpatici, vi aprirò il mio cuore e il mio archivio, sperando che un giorno Google la smetta con ‘sta buffonata dei termini di ricerca sconosciuti. Perché io voglio sapere cosa cercate quando sbarcate qui. E che alla privacy ci pensi Obama!

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Come sopravvivere a uno stage – la nuova serie

Mary Poppins, uno dei miei spiriti guida sul podio della triade dell’infallibilità, sosteneva canticchiando che “in tutto quel che devi fare il lato bello puoi trovar”. Quindi insomma, si può gioire anche di 4 ore sui mezzi pubblici o del caldo torrido di Roma a MAGGIO. Ricorderete, forse, di quando avevo appena aperto il blog e blateravo su come si potesse sopravvivere a uno stage inumano in una start  up. Stage in mezzo ai pazzi, sfruttati e con la paga da schiavi. Mai, a quei tempi, avrei immaginato di poter scrivere un post sul “lavoro” gratuito in un’azienda pubblica italiana. Mai, a quei tempi, avrei immaginato che stage potesse voler dire anche “noia, non fare nulla, neanche le fotocopie” .

Perché non mi schiavizzate spremendomi come un limone? Perché mi dedicate la stessa attenzione che riservo al ficus benjamin nelle scale di mia nonna? Cos’ è questa stregoneria? Le nevi si scioglieranno e i testimoni di Geova si convertiranno all’Islam? Mia madre vi chiamerà tutti a casa per convincervi che stirare è irrilevante?

Dopo una settimana di pendolarismo e malinconie, mi è tornata in mente il mio modello di infanzia Mary e le sue canzoncine piene di entusiasmo, che mi hanno spinta a cercare gli aspetti positivi di quanto sto facendo, portandomi a gioire di vittorie minuscole tipo “yeah, ho imparato a strisciare correttamente il badge e ad entrare nei tornelli al primo colpo, come sono intelligente, dov’è il mio zuccherino?” o a dedicare sorrisi esagerati a vecchi cui cedo il posto che si offendono perché ho ceduto loro il posto.

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Coming of age sui regionali Perugia-Foligno

Durante l’Erasmus, mi misi a seguire un corso di antropologia culturale. Così, a caso. La verità è che il mio piano di studi offriva la possibilità di sostenere un “esame presso altra università” che poteva voler dire qualunque cosa, anche “architettura e statica delle palafitte” o “come rubare i Kinder Bueno a Andrew Howe“(seminario di punta delle facoltà di scienze della comunicazione  delle merendine di ogni dove). L’importante era fuggire in un altro ateneo.

Una figata, insomma. Quindi, come dicevo, mi iscrissi a questo corso, pensando di andare a fare ricerche sulle ultime tribù del Congo Belga. INVECE, mi ritrovai in gita al museo delle civiltà colonizzate dal Belgio, con l’ordine di contraddire tutto ciò che usciva dalla bocca della guida. Guida che nella fattispecie era una povera ragazza al primo giorno di lavoro, che sommersa dalle nostre obiezioni si mise a piangere, dichiarando colpevolmente di essere una donna bianca caucasica razzista. Continuo ancora a chiedermi che fine abbia fatto.

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Un anno fa

Vi ricordate di me, lo scorso anno? Era il 25 aprile, o giù di lì, vivevo ancora a Berlino e me ne ero andata a Pavia per l’esame del Test Daf. Una storia buffissima, perché quell’esame volevo farlo in Germania, ma era stato impossibile e  mi ridussi a vagare in Lombardia per tutto il periodo delle vacanze di Pasqua.

Ero ospite di Irene e passai con lei dei giorni bellissimi. Tornando a casa mi innamorai dell’Italia, su un Intercity troppo lento. Scrissi un post, questo qui, che è uno dei più letti sul mio blog. Ed è forse quello a cui sono più affezionata.

Dicevo, ad un tratto, che volevo andare in Umbria; non sapevo che in sei mesi ci sarei finita a vivere. A quei tempi Perugia non era che un nome, l’inizio della Marcia della Pace, la Città della Domenica e la meta delle gite durante le colonie. Da piccola mi mandavano in colonia con la Telecom e una volta ad un campetto tematico sul tennis. Non avevo mai toccato una racchetta, ma dopo tre settimane di allenamenti mi iscrissi a una scuola a casa mia.

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Fermare il movimento

Sono stata, da sola, nei luoghi che amo. Nei posti in cui sono cresciuta. Ho provato – davvero – a guardarli più piano, come li guardi quando sei innamorato. Ho fermato momenti già fermi nel tempo, tra vicoli bui che non batte nessuno.

Ho seguito un piccione, ho inseguito due gatti, ho letto -per bene- i menù, sulle porte. Ho fissato il lago, lontano, dall’alto. Ho giocato di luci. Di nubi. Riflessi.

Ho tracciato percorsi da ridire a chi amo. Mi sono rivista -chiaramente- passata.

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Lo spiegone

Non so se lo avete notato, ma ultimamente mi capita spesso di abbandonarvi per settimane senza dare segnali di vita. Poco prima delle vacanze di Natale avevo promesso 15 post in poco meno di 20 giorni e sì, non ci credeva nessuno, però mi è dispiaciuto non arrivare neanche a-che so- un 7, un 8. Parliamo del mio blog, in fondo, ci approda gente cercando “la casa del nonno di Heidi è a Bolzano”, “Agnese Renzi va al mercato”, “era solare, era vero, era pazzo”, “blu notte chi lo conduce”.

Qui si rischia di rankare per la parola “scie chimiche” quindi ecco, mi sembra il caso di tornare a rimpolpare queste pagine, per farvi compagnia con i miei splendidi deliri. In questi giorni sono stata provvidenzialmente attaccata da un virus che mi ha costretta a letto con un turbante attorno alla testa, realizzato seguendo fedelmente i tutorial su youtube dei terroristi dell’Isis di giovani arabe bellissime e devote.

Ho passato ore a fissare il soffitto, a commentare le dirette di Mentana con me stessa, perché non potevo parlare, a prendere nota del fatto che tutti gli inviati dei telegiornali italiani girano con il piumino e che non ha senso che il mio professore di giornalismo televisivo ci obblighi a indossare cappottini per fare gli stand up.

Bevevo tè verde del pam a 99 centesimi con miele al mandarino überbio comprato per una cifra folle da un apicoltore di Assisi che si sentiva una divinità; e sì, lo so, sono scema, ma io mi lascio abbindolare sempre dai venditori di miele bio. Anche se non dovrei. Quando ero abbastanza lucida per fissare uno schermo, scrivevo post per inchiostro simpatico.

Ne ho scritti sette. Sette. Lo giuro. E continuo a cancellarli. Perché non so, ho paura che nel mentre vi siate dimenticati di me, vi aspettiate una cascata di novità, che ho fatto i soldi, sono in giro per il mondo, sono diventata presidente della repubblica, ho comprato un’isola, mi sono sposata, sono stata rapita dai rettiliani, ho scelto le musiche del video per il ritorno alla lira del movimento 5 stelle.

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Comme il pleut sur la ville

Dovevamo iscriverci all’esame di tedesco ma non ce lo diceva nessuno. Così passò la data di scadenza e in segreteria si rifiutarono di fare eccezioni. Quella sera, me lo ricordo, scrissi uno status deprimente su Facebook, per lagnarmi della mia condizione di infelice. Cristina pubblicò sul suo profilo cinque versi da “La pioggia nel pineto“. Amavo il dramma più delle cose belle.

Al liceo, quarto anno, mi iscrissi ad un corso sulla poesia del Novecento. Lo teneva un intellettuale locale di quelli che scrivono mille libri tutti uguali, libri su gente che ha vissuto in quei posti che le insegnanti di quei posti ti obbligano a leggere durante le vacanze. Avevamo avuto il compito di greco e io correvo verso la biblioteca ed ero in ritardo. Stringevo il Rocci sotto il piumino, per non farlo bagnare, e arrivai che i miei capelli gocciolavano mentre cercavo un posto dove mettere l’ombrello.

Leggevano D’annunzio, che non mi è mai piaciuto, ma che in quel pomeriggio di pioggia mi sembrava un genio, uno di cui sentire nostalgia, nostalgia di tempi che non avevo vissuto.

su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,

Io, Gabrié, ci avrei messo una virgola dopo schiude. Perché mi piace così. Ma chi sono io per dirti questo?

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Did I tell you?

Certi fatti te li ricordi bene, altri invece per niente. Forrest Gump è il film che ho visto più volte in tutta la mia vita.

Da piccola mi permettevano di restare sveglia fino a mezzanotte solo quando c’era Via col vento in tv, perché mi esaltavo tantissimo e impedivo all’intera famiglia di vivere se mi avessero mandata a letto prima di sapere che domani è un altro giorno.

A volte, di notte, volevo alzarmi per finire i libri che leggevo, poi ero troppo pigra e stavo a letto inventando storie strampalate che dimenticavo.

La cosa che più mi piaceva di Berlino era l’abbondanza di bancarelle con libri usati a meno di due euro. Il primo libro che ho letto in tedesco era un libro italiano tradotto in tedesco.

Il primo libro che ho letto in francese è “Le vieux qui lisait des romans d’amour“, che altro non è che Sepulveda tradotto. Sepulveda venne a parlare all’università di Bolzano. La sera prima c’era stata una festa ma noi ci andammo comunque. In aula magna non c’era tantissima gente. Da Oliviero Toscani, invece, i posti erano tutti occupati.

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