Rassegna stampa #6

Cari amici vicini e lontani, finalmente è bluevedì! Siamo reduci da una di quelle strane settimane in cui la stampa italiana, in blocco, ha deciso di occuparsi solo di cose noiose. Blue disapprova con fierezza tutti i paginoni sulle statistiche, le mascherine, sullo stato di polizia, sui pranzi di Natale che rischiano di saltare. 

Avevamo davvero bisogno di quarantasette articoli diversi per capire che agli amanti degli assembramenti, ormai, non restano che i mezzi pubblici, le fabbriche e le manifestazioni dei gilet arancioni? L’ Atac si vuole tenere i buchi nel bilancio, o qualcuno ha finalmente pensato di dotare un vagone della metro A di porte da calcetto e istituire un biglietto partita da 15 euro?

Perché abbiamo smesso di intervistare Toninelli e di pubblicare le lettere di Mattia Santori al PD? Possibile che per far intervenire Blue dobbiamo affidarci a Il Tempo e ai suoi esclusivi scoop internazionali?

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Rassegna stampa #5

Ben ritrovati, amici di Blue! Mentre cerco di sopravvivere al primo concorso della mia vita trovare una collocazione decente a questa rubrica facendo del sano stunting (?) per spiazzare la concorrenza (beccatevi un po’ di gergo tecnico), medito sull’opportunità di seguire il suggerimento del mio amico Leonardo e chiamare questo spazio Blue Monday.

Riuscirò a rispettare finalmente il mio antico proposito di pubblicare la nostra rassegna ogni lunedì? Come faccio a diventare una persona che mantiene i suoi impegni? Esiste una cura per la crisi da foglio bianco? A quando il lancio di un master tenuto da Andrea Scanzi per imparare a postare idiozie a raffica su argomenti a caso nove volte al giorno?

Niente, Blue ha sbadigliato e mi ha detto che vi sto annoiando. Basta convenevoli, le diamo subito la parola per ripercorrere insieme i grandi eventi di questi dieci giorni.

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Rassegna stampa #4

Ciao, fedeli lettori! Io e Blue ci siamo dimenticate che ieri era lunedì e abbiamo ricevuto persino delle lamentele (davvero, lo giuro!); ci stiamo scusando? In realtà no. Grazie alla nostra capacità di ignorare il calendario, siamo riuscite a uscire in un giorno speciale, che ci offre una scusa per fingere di averlo fatto di proposito fare una grande festa virtuale.

Buon compleanno, Silvio!! 84 di questi pomeriggi!

Sappiamo che sei triste perché hai il Covid, hai cancellato il tuo party, devi fingere di apprezzare gli auguri di Mary Star, ma nel mio piccolo provo a tirarti su di morale ricordando l’unico merito che ti ho mai attribuito nella vita: far sparire, in dieci secondi, la mia imbarazzante cotta per Travaglio.

(Guarda il video che ha posto fine all’adolescenza di Simona).

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Rassegna stampa #3

(Torneremo mai a una programmazione normale? Credo di sì, ma per ora Blue mi ha convinta di avere più cose da dire di me).

Buon martedì amici! Sì, lo so, noi usciamo il lunedì, ma questa settimana era essenziale  rispettare  il silenzio elettorale   attendere il commento dei giornaloni (semicit) a queste sfavillanti operazioni di voto.

Non ce ne siamo pentite. Dopo mesi di prime pagine sui virus ci svegliamo finalmente in un paese rinnovato, che torna a parlare dei temi che contano: abbiamo vinto? Abbiamo perso? Abbiamo pareggiato? Che fine farà la giunta di Chiara Appendino?

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Rassegna stampa #2

“Oddio è lunedì, oddio sta pubblicando!”  i miei sieri anti-rughe estasiati da questo incredibile atto di costanza

“Era solare, era vera, era pazza!” Andrea Scanzi sul mio povero gatto

“Dieci motivi per cui potremmo aspettarci che la piccola Blue tenti la fuga” il Post su questa rubrica

“Ecco perché Open non pubblicherà le foto d’archivio di Blue col pigiamino post sterilizzazione” – il sito di Mentana con lo sfondo nero

Ben ritrovati amici ascoltatori! Avete passato una bella settimana? Io non troppo, ma non ci interessa; il vero capo di questo spazio web ha trascorso sette giorni a mangiare, distruggere piante, dormire, mordicchiare un cuscinetto imbottito di erba gatta, mordicchiare i polpacci dei suoi padroni… mi pareva giusto, quindi, guastarle il buon umore discettando sui principali avvenimenti del nostro bel paese.

Che dirvi, se non miao? Ecco cosa ha colpito l’immaginario di Bluaster in questo scoppiettante inizio di settembre.

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Rassegna stampa #1

“Anche io voglio una newsletter” mi dico spesso, quando dimentico di impostare il telefono in modalità aerea e vengo svegliata alle 4:35 dal notiziario in 15 capitoli di Franco Abruzzo (Franco tvb).

Poi vado in bagno, fisso l’ennesimo siero antirughe abbandonato dopo soli tre utilizzi, e mi ricordo all’improvviso di non essere costante.

Ho pensato, però, che i miei lettori (risate registrate) meriterebbero un appuntamento fisso da aspettare ogni settimana; non essendo in grado di garantirlo, ho scelto di affidare alla mia gatta Blue il compito di gestire questo spazio. Ogni lunedì (su per giù, con molta calma) sarà lei a commentare le notizie più importanti dei sette giorni precedenti.

Vi prego di incoraggiarla, ma non troppo, o si nasconderà per ore sotto un mobile e non ci saranno bocconcini alla trota in grado di stanarla. Che la festa cominci.

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Don’t think you knew you were in my song

Lo scorso anno, in questi giorni, ero finita a sorpresa a Berlino. Una mattina mentre le mie amiche erano ancora a letto, sono uscita a fare una passeggiata per le strade in cui per mesi, passeggiavo ogni fine settimana. Pioveva, avevo una felpa blu gigante appartenuta un tempo a mio fratello. Mi sono fermata all’ingresso di un parco in cui in un pomeriggio di primavera avevo comprato a un mercatino una copia stropicciata del primo, sconosciutissimo romanzo che ho finito di leggere per intero in tedesco – Sartre oder zungenkuss. 

Me ne stavo a testa in su, a pensare alla casa in cui alloggiavamo, che sarebbe potuta essere la mia casa, se fossi rimasta lì, che sarebbe potuta essere la mia vita, se avessi scelto un’altra vita.

E mentre fissavo quella pioggia sottile, quel cielo grigio, gli alberi alti da cui spuntava la Wasserturm, ho fatto un respiro lunghissimo e ho capito che no, Berlino non era l’amore della mia vita. L’ho ringraziata, le ho quasi chiesto scusa per esserne stata tanto ossessionata; e ho come avuto l’impressione che ci stessimo salutando, in quel mattino di agosto, dopo tanti anni. Un addio composto, commovente ma non straziante. Un saluto da adulte. Da ci saremo sempre, ma adesso basta. Non sono la soluzione. Non sono la risposta alle tue paure. Smetti di venerare il passato.

Sono tornata dalle mie amiche leggera, come se mi fossi tolta un peso, e ho pensato – con tutta la forza che avevo – “il prossimo anno voglio andare a Mosca”.

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Che cosa facevi l’undici settembre?

L’undici marzo duemilaventi avevo appena imparato a scrivere le date in russo. Ero davvero arrabbiata, perché non capivamo bene come organizzare il lavoro, litigavamo per ore tutti i giorni, mi sentivo incompresa e piena di rancore. Era pomeriggio, c’era una bella luce, mi sono messa le scarpe da ginnastica e sono uscita per farmi una corsa, anche se avrei dovuto copiare in un’e-mail le agenzie sul bollettino della Protezione Civile. Si poteva ancora uscire.

Ho fatto un giro intorno casa, invece del giro lungo, perché già mi sentivo in colpa. C’erano gli alberi che iniziavano a fiorire. Due bambini che giocavano a pallone lungo la discesa che porta a un garage. C’era il tabaccaio aperto, solo lui. Il prete che faceva una passeggiata camminando in tondo sul campetto di basket dell’oratorio.

L’undici marzo duemilaventi stavo correndo e a un certo punto dalle finestre aperte – erano i primi giorni che la gente teneva le finestre aperte – ho saputo che era stato dichiarato lo stato di pandemia. Una signora si è affacciata per innaffiare le piante. Poi sono iniziate a impazzire le chat. C’erano mille squilli che interrompevano la musica che provavo ad ascoltare. La riproduzione casuale di Spotify ha passato All dead. Mi sono sentita in colpa per essere in giro e sono tornata a casa. Camminando.

Ho fatto una foto ai fiori dietro la grata di un cancello.

Quando un domani mi chiederanno cosa facevo durante la quarantena dovrò dire che lavoravo quasi tutto il giorno. Ne sono davvero costernata.

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5.10.19

Mi sono sposata a tema Trenitalia: questo post, di conseguenza, non poteva che arrivare in ritardo. Ci ho messo un po’ anche a comporlo perché ero sotto messa in onda,  a essere sincera, ho fatto fatica a selezionare le cose da metterci dentro. Perché è passato un po’, ma mi sembra come cristallizzato nel tempo. Perché avrei tanto da dire e non so proprio da dove cominciare. Perché a volte le parole non bastano. E se provi a tradurre la felicità, corri il rischio di risultare banale.

Ci sono come delle cartoline che ho stampato davanti agli occhi. A un certo punto, sull’altare, ho abbracciato fortissimo Elisabetta che era lì, col suo pancione da ultimi giorni di gravidanza e il suo vestito meraviglioso, e io non capivo come fosse possibile che avesse fatto una cosa talmente grande per starmi accanto. In un momento imprecisato della serata è arrivata Giulia, direttamente da un’altro matrimonio, dopo non so quante ore di macchina, e forse non siamo nemmeno riuscite a farci una foto insieme. Per tutto il giorno volevo piangere, ma era come se la felicità mi invadesse superando persino la commozione. Mi sentivo in trance. Mentre adesso, se penso a mio nonno che si china per sistemarmi lo strascico, mi trasformo istantaneamente in una fontana.

Ne approfitto per dirvi che avevo uno strascico; e un velo lunghissimo. E un vestito talmente vaporoso che avrebbe potuto tranquillamente fare provincia. Io che volevo sposarmi con i pantaloni; o col tailleur e il cappello da diva, come Bianca Jagger.

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Something old, something new, something borrowed, something blue

C’è un poemetto inglese risalente non so a quando (Wikipedia si limita a definirlo traditional) che suggerisce alle spose delle cose da indossare. Qualcosa di vecchio, che simboleggia la continuità; qualcosa di nuovo, che mostri ottimismo per il futuro. Qualcosa di prestato, come se anche gli altri ti prestassero la felicità (questa non mi è del tutto chiara). Qualcosa di blu, colore che rappresenterebbe la purezza, l’amore, la fedeltà  (io sapevo che avesse a che fare con la malinconia, il blu, ho vissuto nella menzogna).

Sempre Wikipedia inglese ci informa che in occasione del suo sposalizio, Kate Middleton ha indossato come cosa vecchia un Carrickmacross lace (che sarebbe sta roba qua,), come qualcosa di nuovo degli orecchini di diamanti fatti da un gioielliere che pare sia importante e regalatele dai suoi genitori, come qualcosa di blu un nastro cucito nel vestito. Le avevano prestato una tiara di Cartier (fatta proprio con le manine del signor Louis-François Cartier) che avevano comprato alla regina madre per una qualche occasione ufficiale e regalato alla regina Elisabetta per il suo diciottesimo compleanno.

Al mio matrimonio, ovviamente, nessuno mi ha prestato tiare di diamanti, ma coi miei orecchini di perle (ho messo le perle anche se portano lacrime perché a me le perle stanno da dio e non vedo l’ora di potermi vestire come Elsa Fornero senza sembrare una bambina che ruba i vestiti alla mamma – Lilli Gruber ha detto che dobbiamo comprarci la giacca e vestirci professionali, io voglio vestirmi come Elsa Fornero al più presto amici), dicevamo, anche coi miei orecchini di perle da ragazza del popolo mi sono sentita un po’ una principessa (complice, forse, uno strascico che faceva provincia).

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