Obiettivo salvezza, si era detto. Sono passati più di sei mesi da quando ho scritto qui per l’ultima volta e inaspettatamente siamo tutti vivi; e non parlo solo di noi tre (quello era il minimo, dai). Mi riferisco proprio a tutti gli esseri viventi che popolano questa casa, quindi anche alle piante (che non se la passano benissimo, ma non sono ancora decedute), e al ragno che sta in cucina. Mi dispiace tanto distruggere la sua ragnatela, perciò lo lascio a vegetare nell’angolo, nella speranza (mal riposta) che contribuisca a liberarci dalle zanzare.
Anche Blue, ovviamente, lotta insieme a noi (se non la sfami all’orario giusto, d’altronde, ti morde i talloni, era improbabile ci dimenticassimo di lei), ma temo abbia deciso di presentare domanda di trasferimento. Dopo aver trascorso, infatti, il mese di settembre ad anelare la compagnia di Riccardo (al tempo un bambolotto passivo), a portargli mosche morte e croccantini sotto la culla in segno d’amore, la povera Blue ha scoperto a sue spese il lato oscuro del pupo, e ha iniziato ad approcciarlo con l’ansia con cui il ministro Lollobrigida beve un bicchiere d’acqua.
Le sue giornate ora trascorrono nel (vano) tentativo di sfuggire un esserino che vuole toccarla con malagrazia, che più volte al giorno prova a impossessarsi della sua ciotola, che quando la vede ride e produce ultrasuoni. Non c’è nulla, in questo universo, che faccia impazzire Riccardo più della nostra gatta. Proprio per questo, ormai da tempo, ho avviato una ricerca di vestiti e coperte cosparsi di gattini felici. Con mio sommo sgomento però, ho scoperto che non esistono; ed è semplicemente assurdo.
Il mondo dell’abbigliamento infantile, infatti, contempla una varietà faunistica pari a quella delle Galapagos. Ci sono cani, leoni, procioni, volpi, elefanti, koala, stelle marine, canguri che guidano jeep, dinosauri che manovrano ruspe. Ecco, le ruspe sono un tema estremamente ricorrente (inizio a sospettare che in qualche modo ci sia dietro Salvini), le macchine sono ovunque, ma i gatti no. I gatti li trovi al massimo sugli abitini da bambina. Perché c’è questo sessismo? Perché impedite a mio figlio di indossare la cosa che più ama al mondo?
Per ovviare a questa mancanza, abbiamo scelto di popolare l’armadio di Riccardo con un animale simbolo alternativo: l’orsetto. E voi direte: vivete nella stessa regione di Maurizio Fugatti, vi sembra una scelta saggia? Forse non lo è stata, ma dovreste vedere che tenerezza fanno questi orsetti che saltano fuori dalle tasche, che vanno a pesca, che abbracciano altri animaletti, che dicono “I love my family”. Viviamo in un mondo in cui ci hanno convinti che abbia senso studiare per mesi e competere con altre persone per un posto al catasto. Vi rendete conto che c’è gente che viene pagata per disegnare orsetti che suonano chitarre? Come si fa a fare il lavoro dei sogni? Perché nessuno ambisce a questa vita?
Probabilmente è stata una delle domande che mi sono posta più spesso negli ultimi mesi. No, dai, non è vero: di domande strane me ne sono fatte tante. Per esempio, mentre allattavo Riccardo alle tre di notte, mi sono chiesta cosa ci facessero tre tizi davanti al computer nell’ufficio davanti casa nostra. Da quando abbiamo iniziato lo svezzamento, poi, mi domando spesso cosa diamine sia la tapioca.
Avere figli, in generale, ti porta a riflettere su cose nuove (dove sono i documenti burocratici con la dicitura “genitore 1/genitore 2” che ci avevano promesso??), a scoprire che – almeno in Alto Adige- i negozi di giocattoli sono pieni di funivie, camion dei pompieri, trattori, kit in legno per “costruire il tuo albergo”.
Non so se si tratti di giochi educativi: è una domanda che forse dovrei porre agli 80 milioni di consulenti che iniziano a popolare i social di chiunque abbia procreato. Non appena l’algoritmo si accorge che sei diventata madre, infatti, spuntano come funghi pediatri (che si contraddicono tra colleghi), educatori, esperti di sonno/allattamento/svezzamento, genitori che sanno tutto di sleep training ed elimination communication, gente che mentre tu ti senti fiera di cucinare il petto di pollo alla Canalis senza sale per tuo figlio, propina alla prole soufflé, polpette, crêpes con farine di grani antichi.
A volte mi assale un’ansia terribile perché ho paura di non fare abbastanza, di non dare abbastanza stimoli, di non aver cercato esperti; perché sarebbe meglio non avere schermi accesi nella stanza e invece, nel primo video in cui Riccardo striscia, si sente Lilli Gruber che “vuole chiedere a Marco Travaglio cosa ne pensa dello scudo penale per le forze dell’ordine”.
La verità, però, è che non ho troppo tempo per pensare: lo voglio guardare esplorare, giocare, cadere. Voglio provare a organizzare il tavolo della pace con Blue. Perché Riccardo mi sta insegnando a rallentare, ma lui va alla velocità della luce. Quindi non resta che abbracciare il caos: facciamo del nostro meglio, ci cospargiamo di orsetti e alla fine ce la prendiamo, questa salvezza.


