Ho conosciuto Miguel Antonio Roca in un sabato di primavera del 2014. Era seduto accanto a me su un autobus che per 5 euro da Fiumicino portava a Roma Termini. Aveva una valigia piccola e 12 ore di scalo prima di un volo per Buenos Aires. Voleva usare almeno due di quelle ore per vedere il Colosseo.
Da giovane – mi raccontava – girava per Roma in motocicletta. Si era innamorato di una ragazza e al loro primo appuntamento lei lo aveva portato al Colosseo. Vagarono per tutta la notte per le strade del centro; era estate, non c’era vento, i sanpietrini erano caldi, si fermavano a bere ogni volta che trovavano una fontana. Gli ho detto che avrei voluto raccontare questa cosa da qualche parte e mi ha lasciato il suo biglietto da visita.
Una volta, su una panchina a Weberwiese, una signora mi ha raccontato di quando era bambina e nevicava; la mamma la portava con la slitta a Treptower Park, poi tornavano a casa, asciugavano le scarpe vicino alla stufa e impastavano insieme la torta di mele. Vivevano in un Plattenbau, a sua sorella piaceva il ragazzo che abitava nell’appartamento di fronte e lei la accompagnava a portargli le fette di torta. Mi ha dettato, a memoria, la ricetta e io l’ho scritta su un foglio che mi è volato via mentre pagavo un caffè per scaldarmi le mani ad Alexander Platz.
Una sera il mio aereo ha tardato e sono arrivata a Fiumicino in piena notte; mi ha accompagnata a casa un tassista che da giovane faceva l’autista sui set cinematografici. Mi raccontò una storia bellissima su Alberto Sordi che ora non ricordo ma che ho appuntato su un’agenda che un giorno spero di ritrovare.
Questa mattina sono andata a correre e mi sono resa conto di quanto mi manchi prendere i mezzi. Anche se prima lo odiavo. Mi mancano le mezz’ore in stazione alle cinque del mattino, gli autisti di Umbria Mobilità che fanno i tornanti a cento all’ora, le U-Bahn, le S-Bahn, i cambi e gli scali. Mi manca la gente con cui aspettavo. Mi manca la mia vecchia normalità.
Ho cominciato a usare l’autobus a quattordici anni, al freddo, la mattina, con Beatrice e Riccardo. Quando vivevo a Roma leggevo, mandavo messaggi ai miei amici, telefonavo, ascoltavo più musica perché ogni giorno dovevo passare 45 minuti in metropolitana. Ho preso treni per tutta la vita. Stare in stazione, sopportare i ritardi, lasciarmi trasportare era una parte centrale della mia quotidianità. Per anni sono stata un passeggero: è la parola che mi definisce meglio, ho scritto una sera, sul quadernino dove prendevo gli appunti delle riunioni del marketing. Ho perso pure quello.
Ero uscita direttamente dopo il lavoro, senza passare da casa, e mi ero addormentata sulla Ring. C’era un tizio, ubriaco, che cantava “I am a passenger, and I ride and I ride” come un disco rotto e ricordo chiaramente di aver pensato a quanto era bello farsi trasportare senza pensare troppo. Bastava capire quando era il momento di scendere e il mondo era tuo: tante volte, nella vita, mi sono sentita come sulla Ring, che gira in tondo, non si ferma, e tu puoi adagiarti, lasciarti portare, addormentarti, ma devi stare attento a non distrarti troppo, per non perdere la fermata.
Aspettare, fare i cambi, ingannare il tempo, studiare i percorsi, prendere un autobus, poi un treno, poi un aereo, poi magari un taxi: è una sequenza di azioni che non mi occupava semplicemente le giornate. Mi ha plasmata, in qualche modo; è diventata una parte di me. Mi ha aiutata a elaborare alcune delle riflessioni più importanti della mia vita. Stare senza mi fa sentire un po’ persa.
Vorrei tornare a condividere lo spazio angusto di un corridoio, mentre speri che ti lascino un sedile libero. Vorrei sentirmi ogni giorno un passeggero, che ascolta brandelli di conversazioni degli altri, fa parte per un secondo delle loro vite, ruba pezzetti delle loro storie. E impara a pazientare.
“Io sono un passeggero”, si chiamerà la mia newsletter. L’ho pensata come una cosa agevole, da leggere mentre aspetti l’ autobus. Ci troverete dei piccoli aneddoti, dei suggerimenti, delle parole che vogliono solo farvi compagnia.
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