Due anni fa, mese in più, mese in meno, sono stata al Reina Sofia e ho visto un’opera che ancora oggi continua a tornarmi in mente. C’era una sala quasi vuota e al centro, sotto una splendida luce plastica, una sedia piena di abiti. Sembrava quella della mia stanza di allora (rip appartamento in cui vivevo con la padrona di gattaccio) nei venerdì di messa in onda, quando per giorni non mi degnavo nemmeno di rimettere le magliette nel cassetto.
Da ragazzina, in casa con i miei, non potevo lasciare in giro nemmeno un calzino. Spargere i vestiti sulle sedie, sul letto, è stato il primo atto di ribellione della mia vita adulta. Ogni tanto mi capita di farlo ancora.
Mi piacerebbe essere più ordinata, ma il fatto è che mi piace troppo trovarmi la montagna davanti. Ridurmi all’ultimo. Dover scavare. Fare l’impresa per rimettere ogni cosa al suo posto. La gradualità non mi appassiona, preferisco rimandare. Impazzisco per la missione impossibile, per la ricerca infinita che mi fa scovare la perla nascosta e dimenticare le maledizioni che mi sono auto-inflitta mentre provavo a venirne a capo.
Credo sia per questo che cerco cose online aprendo decine di finestre. Scarico documenti che potrei non leggere mai. Ottengo grandi risultati se sono sotto pressione. Accumulo, ripulisco. Arrivo al nocciolo della questione con la sensazione di aver scalato l’Everest. Di aver provato a fare il meglio.
Sono anni che mi scompiglio la vita, per cercare di rimetterla in ordine.
Prendo i ricordi, i difetti, gli errori, le cose che mi accadono, li butto sul letto, come se dovessi fare il cambio di stagione. Li passo in rassegna, mi riprovo tutto. Decido cosa tenere, cosa donare, cosa buttare. Riempio una sedia, come quella del Reina Sofia, perché mi dà soddisfazione pensare che avrò un armadio in ordine, dopo averlo visto completamente rovesciato sul letto. Destrutturo tutto, per poi ricominciare da capo.
Una volta, all’università, ho prenotato a caso un biglietto aereo con Irene: abbiamo passato quattro giorni a saccheggiare ogni singolo negozio a portata di S-Bahn di Berlino e Amburgo. In quel periodo, a dire il vero, saccheggiavo ogni negozio dove potessi comprare oggetti a meno di 19 euro e 99. Mi sembrava, per la prima volta nella vita, di avere un’idea di quello che volevo e quindi compravo tutto, bulimicamente: avevo bisogno di sommergermi di una vagonata di stracci per capire quale volevo diventasse il mio stile.
Impastavo torte all’acqua, sognavo di prendere almeno 20 in matematica finanziaria e accumulavo cose. Esperienze. Tutto quello che mi capitava davanti. Arraffavo senza neanche premurarmi di scegliere. Non che mi stesse tutto bene, però prendevo, buttavo nel mucchio, lasciavo crescere la montagna sulla sedia; e ogni tanto provavo a rimettere in ordine e a sistemare il mio armadio mentale.
Poi sono cresciuta, ho cominciato a lavorare, son diventata più selettiva in alcuni ambiti della vita; in altri, invece, ho continuato ad ammucchiare, senza preoccuparmi di sprecare risorse, energie, sentimenti. Se mi capitava un’opportunità dicevo sempre di sì, senza fermarmi per chiedermi se ne valesse o meno la pena.
Devi provare un sacco di vestiti per capire come vorresti vestirti. Devi fare un miliardo di cose per capire che persona vorresti diventare. Ed è così difficile che all’inizio non ti importa se sbagli a fare un investimento, o se non pensi all’impronta ecologica. Ti serve la montagna e la montagna deve crescere; non ti accorgi nemmeno che a un certo punto finisce quasi per soffocarti.
Nel 2018, prima di andare al Reina Sofia, mi ero fissata con i video di decluttering di Marie Kondo. Sarei voluta essere anch’io aggraziata e leggiadra, con le gonne a ruota e i capelli lisci. Avrei voluto una di quelle case che andava a risistemare: spazi enormi, sepolti da roba improbabile, che si trasformavano in templi minimalisti. Avrei voluto avere lei che sta lì, sorride, ti dice che è semplice. Prendi ogni cosa, la soppesi, la abbracci: ti chiedi “mi dà gioia?” e se la risposta è no, la ringrazi e la lasci andare. Impari a buttare, impari a non comprare ciò che non ti arricchirà la vita.
Mi fa ridere la storia del ringraziare gli oggetti, ma è un concetto che funziona; perché ogni tanto penso alla sedia, a Marie Kondo, e mi chiedo se sarò mai in grado di fare decluttering sulla mia vita. Il 2020, con i suoi tempi sospesi, è stato un periodo estremamente prezioso in questo senso. Mi ha sparigliato le carte, mi ha fatto pensare di più; mi ha fatto capire quanto la mia montagna sulla sedia mi stesse soffocando. Troppe esperienze, troppe negatività, troppe ansie, troppe errori.
Tra poco è dicembre e io ho un armadio super snello, perché avrò scelto cosa dar via almeno sette volte; ho portato decine di sacchi neri pieni di abiti alla Caritas, ho cominciato a “investire” sui vestiti che voglio mettere “per i prossimi dieci anni”. Nella mia vita, in generale, c’è meno caos: mi sembra che tutto stia diventando più cristallino. Anche se c’è una pandemia e non so dove saremo dopodomani.
Vado correre, la mattina, quando non si vede nulla e non capisco bene dove sto andando; mi piace che la nebbia si alzi piano, scoprendo le sagome degli alberi, delle case, rendendo i colori ovattati, lasciando passare solo un filo di luce; è una sensazione che mi ricorda quest’anno, e quel che mi è successo, mentre cambiavo vita. Mi sono sentita a tratti persa, poi la nebbia ha cominciato a diradarsi.
Ho passato anni a comprare i vestiti, ho passato anni a lasciarli sulla sedia senza risistemarli: ora è come se mi fossi fermata a decidere cosa dovrò riporre nell’armadio. Ho imparato, finalmente, a chiedermi: “Ma questa cosa mi dà gioia?“. E se la risposta è no, ad abbracciarla, ringraziarla e lasciarla andare. Mi sono liberata di sensazioni tossiche che tenevo lì per pigrizia, forse per ricordo, neanche fossero i biglietti della metropolitana del 2011 non volevo buttare via. Ho cercato di non lanciarmi a capofitto in cose nuove, se sentivo che non mi avrebbero fatta stare bene.
Il mio armadio mentale non sarà mai un tempio minimalista; continuerò a fare ricerche online aprendo mille finestre. Lavorerò e renderò meglio sotto pressione. Avrò sempre una sedia carica di cose; ma vorrei imparare a buttar via quelle che non mi stanno. A valorizzare quelle che preferisco. Ad ammucchiare in modo più selettivo. A non avere l’ossessione di cogliere qualunque opportunità. A dimenticare l’ansia, il senso del dovere, per lasciarmi guidare almeno qualche volta esclusivamente dalla gioia.

