Lo scorso anno, in questi giorni, ero finita a sorpresa a Berlino. Una mattina mentre le mie amiche erano ancora a letto, sono uscita a fare una passeggiata per le strade in cui per mesi, passeggiavo ogni fine settimana. Pioveva, avevo una felpa blu gigante appartenuta un tempo a mio fratello. Mi sono fermata all’ingresso di un parco in cui in un pomeriggio di primavera avevo comprato a un mercatino una copia stropicciata del primo, sconosciutissimo romanzo che ho finito di leggere per intero in tedesco – Sartre oder zungenkuss.
Me ne stavo a testa in su, a pensare alla casa in cui alloggiavamo, che sarebbe potuta essere la mia casa, se fossi rimasta lì, che sarebbe potuta essere la mia vita, se avessi scelto un’altra vita.
E mentre fissavo quella pioggia sottile, quel cielo grigio, gli alberi alti da cui spuntava la Wasserturm, ho fatto un respiro lunghissimo e ho capito che no, Berlino non era l’amore della mia vita. L’ho ringraziata, le ho quasi chiesto scusa per esserne stata tanto ossessionata; e ho come avuto l’impressione che ci stessimo salutando, in quel mattino di agosto, dopo tanti anni. Un addio composto, commovente ma non straziante. Un saluto da adulte. Da ci saremo sempre, ma adesso basta. Non sono la soluzione. Non sono la risposta alle tue paure. Smetti di venerare il passato.
Sono tornata dalle mie amiche leggera, come se mi fossi tolta un peso, e ho pensato – con tutta la forza che avevo – “il prossimo anno voglio andare a Mosca”.
Sono passati 365 giorni e io non sono a Mosca, anche se avrei tanto voluto. Mi sto preparando, per meritarmela. Mi sto preparando a tante cose che a tratti mi fanno paura, in questo agosto 2020 che sembra un po’ l’agosto del 2014; e quindi ci penso, inevitabilmente, a quella me più giovane, incoraggiata e atterrita da quelle troppe possibilità, che per calmarsi portava i fiori alla tomba di Nico a Grunewald. A tratti esaltata, a tratti colma di ansia.
Ci penso da quando sono salita sul treno delle 21:02 del 31 luglio. Ogni volta che prendo una decisione, mi cadono addosso – come tanti piccoli pezzi di intonaco – una serie di frammenti di vecchie vite, quasi volessero farmi dimenticare i momenti più recenti della vita con cui sto chiudendo. E quindi ho pianto, su quel treno, ho fatto uno di quei pianti di addio che nel 70 per cento dei casi, in questi trent’anni, ho fatto sui treni. Perché se ho una costante, un punto fermo, è che prendo troppi treni – perdendone altrettanti.
E quindi sono qui, spalancata su una serie di punti interrogativi, con una serie di punti fermi e una pandemia che mi impedisce di andare a Mosca, ma anche di passare due pomeriggi malinconici al Weißensee ascoltando Transformer.
Più risolta, ma un po’ un peso. Non so che ricordi avrò di questa estate, che mi fa sentire onnipotente e al contempo tanto piccola. So che il mio cervello, notte e giorno, esplora ricordi che credevo di non avere più, alla ricerca di episodi, a volte minuscoli, in cui ho avuto coraggio.
In queste settimane ho detto dei no giganti e coraggiosi, solo per fare cose belle, ma sono così vigliacca che a volte ho paura di raccontarli. E di raccontarmi. E faccio male, perché il coraggio per prendere certe decisioni, per dire certi no – i no sono i più grandi atti di coraggio, a volte – l’ho trovato spesso ascoltando altre persone. Gente che mi conosceva benissimo, persone che mi hanno fatto male, sconosciuti che dicevano frasi che neanche si ricordano, che io ho cristallizzato e ho qui, proprio davanti agli occhi.
Perciò, questo agosto, vorrei allenarmi per imparare a farmi vedere. E crogiolarmi un po’ al sole, senza avere i sensi di colpa. Cambiare pelle, un’altra volta, scrollarmi di dosso un lavoro, degli schemi, da cui nel bene e nel male mi sono lasciata definire. Senza ansia, perché mi ero data cinque anni e stanno scadendo. Perché era l’anno dei viaggi, e ci hanno chiusi in casa. Senza rancore per me stessa. Provando, raccontandomi, a raccogliere pezzetti di coraggio dalle persone che amo, dalle persone che mi hanno fatto soffrire, da gente di passaggio, che nemmeno saprà mai di esserci stata.
