Che cosa facevi l’undici settembre?

L’undici marzo duemilaventi avevo appena imparato a scrivere le date in russo. Ero davvero arrabbiata, perché non capivamo bene come organizzare il lavoro, litigavamo per ore tutti i giorni, mi sentivo incompresa e piena di rancore. Era pomeriggio, c’era una bella luce, mi sono messa le scarpe da ginnastica e sono uscita per farmi una corsa, anche se avrei dovuto copiare in un’e-mail le agenzie sul bollettino della Protezione Civile. Si poteva ancora uscire.

Ho fatto un giro intorno casa, invece del giro lungo, perché già mi sentivo in colpa. C’erano gli alberi che iniziavano a fiorire. Due bambini che giocavano a pallone lungo la discesa che porta a un garage. C’era il tabaccaio aperto, solo lui. Il prete che faceva una passeggiata camminando in tondo sul campetto di basket dell’oratorio.

L’undici marzo duemilaventi stavo correndo e a un certo punto dalle finestre aperte – erano i primi giorni che la gente teneva le finestre aperte – ho saputo che era stato dichiarato lo stato di pandemia. Una signora si è affacciata per innaffiare le piante. Poi sono iniziate a impazzire le chat. C’erano mille squilli che interrompevano la musica che provavo ad ascoltare. La riproduzione casuale di Spotify ha passato All dead. Mi sono sentita in colpa per essere in giro e sono tornata a casa. Camminando.

Ho fatto una foto ai fiori dietro la grata di un cancello.

Quando un domani mi chiederanno cosa facevo durante la quarantena dovrò dire che lavoravo quasi tutto il giorno. Ne sono davvero costernata.

Il 21 febbraio dovevo rivedere le mie amiche a Milano. Avevo il biglietto di un Frecciarossa che partiva da Roma alle sei. Poi Silvia non si è sentita bene e ho deciso di scendere a Bologna e prendere un regionale per andare a dormire da Irene, a Piacenza. Il treno era in ritardo perché facevano gli accertamenti per l’incidente a Lodi. Stavo seguendo un servizio sull’incidente a Lodi e proprio quella mattina avevo chiamato la Prefettura e mi avevano detto: “no, no, noi di questo coronavirus non sappiamo niente”, “ma io volevo sapere quando rimuoverete la locomotiva”, “non sappiamo niente, non sappiamo più niente”.

Il 21 febbraio tutti  i miei treni hanno ritardato e sono arrivata a Piacenza tardissimo. L’altoparlante ci ha avvisati più volte che non ci saremmo fermati a Codogno. Irene mi è venuta a prendere in stazione e siamo andate a mangiare un falafel. Nel 2011, durante l’Erasmus, ero andata ad Amburgo a trovare Irene e Cristina e Irene mi era venuta a prendere alla stazione della S-Bahn e poi eravamo andate a mangiare un falafel.

Il posto dei falafel stava per chiudere ma il proprietario ci ha fatte entrare comunque e ci ha dato da mangiare. Mentre aspettavamo che preparasse i falafel e l’avocado toast, abbiamo chiacchierato della gente che si era chiusa in casa, del vescovo di Piacenza che aveva chiesto di non dare il segno della pace in chiesa, del muro sul Po.

Abbiamo riso, una volta a casa, perché qualcuno aveva lavato le scale con la candeggina. A un’amica di Irene dovevano fare il tampone perché lavorava nella stessa azienda del paziente uno. Al mattino a colazione abbiamo bevuto i tè che Irene aveva portato dalla Cina, ci siamo imbottite di vitamine e siamo andate a prendere il treno.

Il treno passava per Codogno, senza fermarsi. C’era tanta polvere e io tossivo continuamente. La gente mi guardava male. Abbiamo passato un weekend un po’ surreale a casa di Silvia, che oltretutto non stava bene. Abbiamo fatto un aperitivo sui Navigli ed è stata forse l’ultima volta che ho visto tanta gente insieme.

Io la domenica dovevo prendere un treno per andare in Austria a fare delle interviste. C’era la gente con le mascherine.

Alla stazione di Verona la gente si urtava e aspettava tutta ammassata sulle banchine. Ho preso un treno per Monaco con la moquette puzzolente. Ero, tecnicamente, in prima classe. Al Brennero siamo rimasti fermi un bel po’. Poi hanno riempito la carrozza di anziani e famiglie coi bambini. Poi hanno chiuso le porte e siamo rimasti bloccati per tante ore.

C’era la neve. Non ci dicevano nulla. Il mio capo mi ha fatta chiamare a tradimento da una marea di colleghi per fare delle interviste. Francesco mi mandava le foto di Blue, con “dov’è la mia padroncina?” come didascalia. Ho ceduto il mio posto a una bimbetta francese che si è messo a dormire. Siamo arrivati a Innsbruck alle due di notte, nessun tassista voleva farmi salire sul suo taxi. In albergo non riuscivo a dormire, anche se c’era lo spray per il cuscino e ne ho consumato mezza boccetta.

Siamo tornati a Milano la sera dopo, dopo una giornata di telefonate deliranti ed eventi surreali. Per strada non c’era nessuno e noi un po’ ne ridevamo. Avevamo un albergo bellissimo attaccato alla stazione centrale ed era tutto vuoto.

Il 29 febbraio c’era la festa dei 30 anni di Maria e ho preso un treno per Roma pieno di ragazzini che andavano a fare serata. C’era gente che ha dato buca per paura del coronavirus. Quasi li prendevamo in giro.

Eravamo io e Cristina, e una serie di musicisti classici che a un certo punto della notte, hanno iniziato ad analizzare “Io sono Giorgia” che ha un gran sound perché parte in levare (o almeno, così mi pare dicessero).

Io e Cristina siamo tornate con un autobus notturno. Mi sembrava una delle estati romane normalissime che abbiamo trascorso insieme. Al mattino dopo ho rifatto l’abbonamento mensile al treno che ho usato solo altre due volte.

Un giorno, mentre eravamo già in quarantena, mi sono svegliata e nevicava. L’ultima volta che avevo visto la neve, prima del Brennero, era il primo gennaio e io e Francesco, in macchina, ascoltavamo il discorso di Mattarella mentre tornavamo dall’Alto Adige e ci siamo dovuti fermare in autostrada perché ci veniva da piangere. Poi eravamo andati a Ravenna totalmente a caso e ci eravamo messi a chiacchierare con una signora che vendeva le piadine in un chioschetto in piazza.

Mi è venuto un po’ da piangere anche quando ho visto Mattarella che non va dal barbiere.

Un giorno eravamo già in quarantena e c’era la neve a Foligno. Io avevo già cominciato a lavorare come una pazza ma Francesco, prima di andare in redazione – andava ancora in redazione – mi aveva detto: “Ma perché non ci vai oggi a fare la spesa così ti godi la neve?”. Era tutto bianco e irreale. Ho fatto mezz’ora di fila, senza ombrello, ascoltando la musica. Una bambina, nel parcheggio del mio palazzo, tirava le palle di neve alle macchine. Sono così grata e felice di averlo ascoltato.

Cambierà tutto, ci dicono. Sarà come l’undici settembre.

L’undici marzo duemilaventi io ero andata a correre e sono tornata a casa camminando. Forse un giorno ci chiederemo che facevamo quel giorno, come oggi le persone si chiedono: “Che facevi l’undici settembre?”.

Quando mi chiederanno che facevo un quarantena dovrò dire che ho lavorato e basta; e che ho capito che mi fa schifo lavorare e basta.

Avrei voluto fare tantissime cose, avrei voluto rallentare e purtroppo non ci sono riuscita.

Ho visto la neve, un giorno.

Ho scoperto che la luce del tramonto dalla nostra camera mi fa quasi commuovere.

Ho sentito gli uccellini.

Ho scoperto che se faccio le scale a piedi, si sente in ogni piano un profumo diverso di qualcosa di cucinato. Di qualcosa di buono. Di una torta, di un sugo, della pizza.

Ieri, nel tardo pomeriggio, sono uscita e mi sono accorta che è primavera. E che io, scema, quasi stavo per non accorgermene.

Cambierà tutto, ci dicono. Io guardo il modo in cui il lavoro mi occupa la vita e so che deve cambiare.

Have your say =)