C’è un poemetto inglese risalente non so a quando (Wikipedia si limita a definirlo traditional) che suggerisce alle spose delle cose da indossare. Qualcosa di vecchio, che simboleggia la continuità; qualcosa di nuovo, che mostri ottimismo per il futuro. Qualcosa di prestato, come se anche gli altri ti prestassero la felicità (questa non mi è del tutto chiara). Qualcosa di blu, colore che rappresenterebbe la purezza, l’amore, la fedeltà (io sapevo che avesse a che fare con la malinconia, il blu, ho vissuto nella menzogna).
Sempre Wikipedia inglese ci informa che in occasione del suo sposalizio, Kate Middleton ha indossato come cosa vecchia un Carrickmacross lace (che sarebbe sta roba qua,), come qualcosa di nuovo degli orecchini di diamanti fatti da un gioielliere che pare sia importante e regalatele dai suoi genitori, come qualcosa di blu un nastro cucito nel vestito. Le avevano prestato una tiara di Cartier (fatta proprio con le manine del signor Louis-François Cartier) che avevano comprato alla regina madre per una qualche occasione ufficiale e regalato alla regina Elisabetta per il suo diciottesimo compleanno.
Al mio matrimonio, ovviamente, nessuno mi ha prestato tiare di diamanti, ma coi miei orecchini di perle (ho messo le perle anche se portano lacrime perché a me le perle stanno da dio e non vedo l’ora di potermi vestire come Elsa Fornero senza sembrare una bambina che ruba i vestiti alla mamma – Lilli Gruber ha detto che dobbiamo comprarci la giacca e vestirci professionali, io voglio vestirmi come Elsa Fornero al più presto amici), dicevamo, anche coi miei orecchini di perle da ragazza del popolo mi sono sentita un po’ una principessa (complice, forse, uno strascico che faceva provincia).
Va beh, ma non ci parli del tuo matrimonio? Sì, faremo anche questo, quando avrò finito di modificare per la quattrocentesima volta il post “5 ottobre” la cui bozza è stata creata il 10 ottobre.
La mia ritrosia a scrivere, la mia incapacità di superare la crisi da tasto “pubblica” è ahimè quanto di vecchio mi porto dalla mia vita pre-matrimoniale.
Però ci sono tanti “qualcosa di nuovo”, che mi hanno cambiata, e totalmente in positivo. C’è una casetta nuova (con un divano grigio nuovo, dei mobili da cucina vecchi e un armadio che potremmo dire che è prestato), una città (un paese?) seminuovo, un nuovo modo di lavorare, tante nuove abitudini.
C’è un treno da prendere, due volte a settimana, alle 5:55 del mattino e un modo diverso di essere pendolare. C’è una scrivania, in uno spazio di co-working, che è un po’ come avere dei colleghi, ma senza che i colleghi vogliano cose da te e ti rompano le scatole.
C’è più tempo – o meglio – c’è un modo diverso di vivere il tempo. Ho chiesto alla me adolescente di prestarmi un po’ delle energie con cui studiavo, facevo sport, i corsi di inglese, la Croce Rossa, gli scout. Sto provando a fare più movimento, a ricominciare a leggere, a guidare più spesso, ad ascoltare più musica. Studio russo, faccio lezioni su Skype; vorrei essere più costante, memorizzare i vocaboli, ma quando formulo una frase e mi pare già straordinario.
C’è che provo di più a guardare i paesaggi, i dettagli, la luce di orari in cui non la vedevo troppo spesso e mi sembra tutto bellissimo. C’è che adesso tornare a casa è un’altra cosa e mi piacerebbe saperlo descrivere, ma è come se tutte le parole, a confronto, mi sembrassero troppo piccole e banali.
Sto tenendo qualcosa di vecchio, delle buone abitudini, su cui costruire con l’entusiasmo e la vertigine che mi provocano tutte le nuove cose bellissime nella mia nuova vita. Provo, pian piano, a prendere in prestito dei minuti al tempo che prima usavo esclusivamente per il lavoro, per usarli in qualcosa che valga davvero.
Insomma, adesso ho tutto, anche qualcosa di Blue.
Arriva dal gattile in cui faccio volontariato, è piccola, spaventata: rimane immobile per ore nella lettiera, senza nemmeno provare a uscire. Però ha mangiato dalle mie mani, fa le fusa, si fa mettere nel cesto che dovrebbe farle da cuccia.
Mi sembra miracoloso che un esserino terrorizzato si possa fidare piano piano di me: mi è quasi venuto da piangere (o potrei aver pianto).
Blue è qui, anche se io non ho rispettato la promessa di scrivere di più. Mi piacerebbe mantenerla a posteriori, come impegno in primo luogo con me stessa. Veder rifiorire questo piccolo angolo di web, mentre fiorisce la piccola Blue; rifare amicizia, buttare via la pigrizia, smettere di spaventarmi, immagazzinare le energie positive per metter fine alle cose che non mi stanno bene e provare a far quello che vorrei fare davvero. Non con le chiacchiere, ma con i fatti. Perché in fondo son solo scuse; io ho tutti gli strumenti per poterci riuscire.


Bello ritrovarti. E bello il tuo prossimo futuro.
Anche da noi, per la sposa, vale il rituale beneaugurante (mai saputo di poemetti, qui è una tradizione popolare): qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di prestato…ma mi pare, anzi, ne sono sicura, che l’ultima cosa debbe essere rossa, non blu. La variante inglese sarà stata causata dal poemetto..
Con il matrimonio la sposa si avvia a una vita nuova, portando con sé la vita precedente, appoggiandosi, attraverso il prestito, alle relazioni e all’aiuto dei suoi affetti, che rimangono e senza i quali non c’è vita bella. Sul qualcosa di rosso l’interpretazione, nel caso di una sposa, può scialare – il blu non lo capisco,proprio. Strani gli inglesi.
A risentirti presto! .