Oggi è il mio primo giorno di vacanza: mi sono svegliata alle sei perché faceva caldo, non riuscivo a dormire e qualcuno aveva deciso di percorrere qualche chilometro di Tuscolana suonando il clacson senza soluzione di continuità. Mentre gattaccio si esibiva nel suo numero preferito (grattare le porte e miagolare in modo fastidioso solo per farsi aprire – gattaccio percepisce le mie vibrazioni “sono sveglia e odio il mondo” anche a distanza – gattaccio ha una fanbase e questo blog me lo ha rivelato: io non ho alcun fiuto per gli affari e in questi mesi potevo farci i soldi), mi sono concentrata sui rumori della strada e ho pensato per la prima volta ai miei ultimi due anni trascorsi a Roma.
Sembrerà assurdo eppure io, la donna delle elucubrazioni mentali che nel suo piccolo cervello trasforma in un romanzo ogni singolo avvenimento, non ho mai avuto tempo di riflettere sulla mia vita di giovane adulta nella capitale. Nella città da cui fuggivo, dove mai e poi mai avrei voluto rimettere piede a 18 anni; è stato tutto molto strano. Mi sono trasferita qui in fretta e furia, quasi senza rendermene conto; nei weekend, in genere, cercavo la fuga e non ho mai provato davvero a costruirmi una nuova vita qui (forse perché avevo già degli amici e non volevo fare troppa fatica?).
Non ho mai ambito a trasferirmi a Roma: sono una ragazza di provincia che l’ha sempre guardata da lontano, un po’ ammirata, un po’ schifata. Mi piacciono i centri piccoli, se proprio, le grandi metropoli organizzate bene, cosmopolite e piene di cose: non che Roma non sia piena di cose. Ma per scovarle devi faticare tantissimo e io non ne ho mai avuto troppa voglia. Continuo a sentirla un po’ estranea, continuo a sentirmici “temporanea e in prestito”; la vedo ancora come una zia lontana, invadente e un po’ cialtrona, che devo andare a trovare per spirito di cortesia.

Eppure stamattina, mentre mi giravo nel letto e nn riuscivo a dormire, ho realizzato per la prima volta che smetterò di viverci almeno per un po’: e come all’improvviso, mi sono caduti addosso tutta una serie di ricordi che – sono sincera – mi hanno stupito in un modo che non credevo possibile.
Per me Roma è la metro affollata che si rompe, il traffico del raccordo, la gente nervosa e scortese che risponde male (ve l’ho detto, sono una ragazza di provincia); è la cornice dentro cui svolgo il mio lavoro, che mi assorbe al punto da non farmi dare importanza al contesto. La passeggiata per andare in redazione lungo viale Lepanto, coi palazzi meravigliosi e i ratti grossi come piccoli gattini.
Roma è caos, turisti sperduti, suore sudamericane che cantano in spagnolo mentre vanno dal Papa con la metro; è “strade chiuse per la partita della Roma/della Lazio/gli internazionali di tennis/i mondiali di nuoto/Vladimir Putin che viene a trovare Salvini/Donald Trump che porta Melania a fare shopping/il dalai lama che viene a fare una passeggiata/inserire imprevisto a caso”.
Roma è il cameriere che mi insulta perché non sono abbastanza rapida a scegliere la birra, ma anche i proprietari del ristorante a Prati che al primo sole di aprile si mettono a pulire i fagiolini sulle sedie di paglia fuori dal locale, come fossimo in un film degli anni Cinquanta.
Ho immortalato col cellulare decine di alberi fioriti, in primavera: di giorno, di notte, a Roma nord e Roma sud. Una volta, per lavoro, mi hanno mandata al quartiere Coppedè e mi sono persa in queste strade piene di petali rosa, coi cagnolini che giocavano nelle piazzette. Prima che l’aria diventasse rovente, andavo a correre la mattina al parco degli Acquedotti e restavo incantata per minuti interi a contemplare la luce sulle rovine, tra scorci capaci di rendere meravigliosi anche i regionali di Trenitalia sullo sfondo.
Della Roma vera, dei quartieri, mi piacciono i mercati, i bar che lasciano la crema di caffè sul bancone, i vecchietti che al bar si salutano. Mi piacciono le zone un po’ dismesse, i parchi grandi, incontrare le pecore mentre fai jogging dietro casa.
Mi piace la zona in cui vivo perché brulica di gente ma mi sembra, allo stesso tempo, una specie di paesotto gigante. Mi piacciono i russi della chiesa ortodossa che fanno continuamente i pranzi sui prati. Mi piace perdermi per le vie, decidere a caso di visitare un museo. Mi piace fare la turista a villa borghese, fotografare bambini di spalle nei posti belli, fare a piedi le strade che fa la metro, vedere dal terrazzino della mia camera le colline su cui sono cresciuta.
All’improvviso ho capito che qualche bel ricordo della città mi si è sedimentato dentro e che quasi mi dispiacerà non avere più tempo per scoprirla quotidianamente. Perché nonostante i romani, nonostante il caos, nonostante Virginia e le amministrazioni passate rimane comunque la più bella del mondo.
P.S. (Tra le maggiori emozioni provate a Roma-Roma vera, l’inizio di una partita all’Olimpico).
P.P.S. Tra le cose che mi dispiacerà lasciare c’è anche la mia coinquilina: potevo monetizzare raccontando le sue avventure e non l’ho fatto. Questo è il secondo treno che perdo nella vita (una volta anni fa mi avevano proposto di mettere il mio nome su una lista elettorale dei 5 stelle, a quest’ora potevo stare in parlamento). Chiuderò quindi con il piccolo scorcio di un momento de quartiere vissuto con lei.
Traccia B: Er cocomeraro
(Il candidato illustri un momento di vita al Quadraro)
La sera in cui ho detto a coinquilina persona trainer che mi sarei trasferita, ci siamo trasferite sui tavolini del cocomeraro. Il cocomeraro è un’entità mistica, uno dei riti del quartiere che più mi affascinano: la mattina alle sette è già lì, di notte alle due ancora non se ne è andato. Ha un camioncino pieno di angurie, un piccolo banchetto con delle macedonie, dei tavolini e le lucine. La sera in cui ho detto a coinquilina persona trainer che mi sarei trasferita in casa nostra facevano 50 gradi, ma fuori c’era un vento piacevole e leggero. Dal balcone vedevo la gente ridere felice dal cocomeraro (cosa sono i milioni se ti danno la frutta?), porgere esultante 2 euro e 50 in cambio di una fetta di anguria o di un pezzetto di cocco.
Ed è stato allora che ho deciso di invitare la mia coinquilina nonché padrona del gattaccio dal nostro amico cocomeraro: lo so che sei triste perché me ne vado, ma per tirarti su ti offro il cocomero. Così scendiamo (io in pigiama, lei con minigonna di pelle, trucco nero e messa in piega – il tutto con 40 gradi percepiti) e ci avviciniamo al camioncino (note to self: il cocomeraro ha ben tre garzoni che tagliano il cocomero: le pagherà le tasse?).
Cocomeraro: Che prendete?
Simona: Io vorrei questa vaschetta con cocomero, melone e mirtilli.
Padrona di gattaccio: Ma che sei matta? Ah Simò, guarda che la frutta mista te gonfia, questi domani so due chili in più!
Ragazzina coatta con unghie dorate dietro di noi: Ma che davero? Io mica lo sapevo!
Cocomeraro: Ma te pare che uno non se può manco magnà ‘a frutta?
Padrona gattaccio: Ma o sapete quante calorie c’ha er melone?
Simona: Tipo 30 per 100 grammi, mi pare.
Padrona di gattaccio: Oh, fai come te pare, poi se non te entrano i vestiti non venì a piagne da me.
Simona: Ma chi piange?
Cocomeraro: Va beh, signora, lei che prende?
Padrona gattaccio: Allora, io voglio ‘na cosa dietetica. Che c’hai de magro? Sì, er cocomero. Una vaschetta de cocomero con la vodka. Mettimene tanta.
La sera in cui ho detto alla mia coinquilina che mi sarei trasferita l’ho riportata a casa ubriaca. Il bilancio della sua serata (secondo la sua app della dieta) si assestava sulle 550 calorie. Gattaccio, per solidarietà, ha deciso di vomitare. Nessun cocomeraro è stato maltrattato nel corso della stesura di questo post.




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